UN PESCE SU CINQUE E’ ILLEGALE

Secondo il Report redatto dalla Financial Transparency Coalition, la pesca illegale costituisce il terzo crimine più redditizio dopo il taglio di legname e l’estrazione mineraria.

AMBIENTE
Redazione
UN PESCE SU CINQUE E’ ILLEGALE

Secondo il Report redatto dalla Financial Transparency Coalition, la pesca illegale costituisce il terzo crimine più redditizio dopo il taglio di legname e l’estrazione mineraria.

In fondo al mar ci sono sempre meno pesci. Oltre a quelli regolarmente pescati, infatti, un’importante percentuale viene sottratta dal suo habitat naturale, con nefaste conseguenze per l’ecosistema marino, a causa della diffusissima pratica della pesca illegale.

Su cinque pesci pescati uno proviene, infatti, dalla pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, in sigla IUU (Illegal, Unreported and Unregulated). 

E’ quanto ci dice il Report “Fishy networks: uncovering the companies and individuals behind illegal fishing globally” stilato dalla Financial Transparency Coalition (Ftc) della ), la rete globale che riunisce società civile e governi di tutto il mondo per arginare i flussi finanziari illeciti

Tradotto in cifre, il giro d’affari legato alla pesca illegale ammonta a oltre 23,5 miliardi di dollari l’anno attestandosi come il terzo crimine più redditizio, per lo sfruttamento delle risorse naturali, dopo il taglio di legname e l’estrazione mineraria. 

La perdita di questi guadagni riguarda peraltro, per l’85%, proprio i Paesi che più avrebbero bisogno di sostenersi con pratiche legali e che sui prodotti della pesca fondano la propria sussistenza sia in termini economici che di sostentamento fisico, ovvero l’Africa, l’Asia e America Latina. Basti pensare, per farsi un’idea, che solo lungo coste dell’’Africa si concentra il 48,9% delle navi industriali e semi industriali impegnate in questa pratica illecita, con un picco che arriva fino al 40% nell’Africa Occidentale.

Responsabili di tale scenario – ci dice ancora il Report Ftc – sono, per un quarto di tutti i casi segnalati, navi industriali riconducibili ad 8 aziende cinesi, a una colombiana e a un’altra spagnola

A consentire che la pesca illegale sia così diffusa sono una serie di concause tra le quali primeggia l’assenza di adeguati controlli: la registrazione delle navi e la concessione di licenze di pesca – spiega ancora il rapporto Ftc – avviene infatti in quasi tutti i Paesi senza che siano richieste informazioni sugli armatori, il che comporta che questi siano spesso non individuati e dunque adeguatamente puniti e che ci si limiti a multare i capitani e gli equipaggi i capitani delle imbarcazioni sorprese a praticare la pesca di frodo senza però un vero potere di contrasto del fenomeno.

Ma i danni prodotti dalla pesca illegale son ben di più di quelli immediatamente monetizzabili: il depauperamento degli stock ittici provoca conseguenze dirette sui fondali e sulla biodiversità dell’habitat marino compromettendo la sopravvivenza anche di specie non bersaglio delle attività ittiche. A questo si aggiungano i rischi di infezioni derivanti dallo stoccaggio e dalla lavorazione di prodotti frutto di un’attività illegale e pertanto esente da controlli, le distorsioni della concorrenza sul mercato, le ripercussioni sulle comunità costiere e su chi il mestiere della pesca continua a praticarlo con trasparenza e onestà.