Mentre sempre più italiani si preparano ad andare in ferie e vengono invitati a opzionare, quanto più possibile, vacanze sostenibili (spostamenti in treno e/o bicicletta, scelta di strutture che soddisfano i criteri di emissioni e consumi ridotti etc.), dall’altra parte del desk, dove lavorano milioni di persone che hanno il compito di accoglierci, coccolarci, darci informazioni e rendere il più confortevole possibile la nostra vacanza, la situazione è al limite del sostenibile.
La forte stagionalità, i bassi salari e le tante e diverse forme di irregolarità contrattuale erano già prima della pandemia i mali endemici e noti del settore, ma il post covid sembra averli ulteriormente aggravati.

Questi, almeno, sono i dati che emergono da una recente indagine della Filcams Cgil – la Federazione Italiana dei Lavoratori del Commercio Turismo Servizi sponsor della campagna “Mettiamo il turismo sottosopra” – che evidenzia come sia proprio il settore turistico ad accusare il maggior tasso di precarietà – il 41% rispetto al 22% dell’economia nazionale – e di stagionalità, il 14% rispetto al 2% del dato di riferimento a livello nazionale.
Una situazione piuttosto imbarazzante se si considera che proprio il turismo, di pari passo con quello della cultura, è uno dei comparti di traino della nostra economia. I dati estrapolati dall’indagine ci dicono infatti ancora che le assunzioni a tempo indeterminato in questi due settori sono solo il 59% a tempo rispetto all’82% del totale della nostra economia.
Ma non basta: il lavoro nel turismo è anche “il più nero” in assoluto con una percentuale del 46% delle violazioni totali, cui si aggiunge un 12% riferito all’orario di lavoro.
Sfruttamento e precariato che la fanno da padroni insieme alla diffusissima contropartita di salari inadeguati (nei settori del turismo e della cultura le basse retribuzioni rappresentano i due terzi del totale) e dequalificazione professionale (l’82% delle qualifiche sono “operaie” rispetto al 53% del totale).

Least but not last, gli otto contratti nazionali che regolano il turismo e la ristorazione sono tutti scaduti tra il 2018 e il 2021 e sono attualmente tutti lontani dall’essere rinnovati. Il braccio di ferro sui tavoli negoziali non ha risolto punti nodali: da un lato le imprese chiedono personale qualificato, professionalità e competenze da profili alti che però non vengono contrattualmente riconosciute e, fuori contratto, perché non istituzionalizzate, restano anche le mance che, nella più parti dei casi, sono un’entrata fondamentale per le lavoratrici e i lavoratori del reparto.
Insomma, le vacanze sono belle ma a quanto pare non per tutti e soprattutto per chi lavora per rendercele tali. E allora, quando si insiste, e giustamente, a parlare di turismo sostenibile bisognerebbe ricomprendere dentro il pacchetto anche le lavoratrici e i lavoratori di questo comparto così strategico per la nostra economia, così da renderlo sostenibile davvero e per tutti.
