Fin dall’antichità, la canapa è sempre stata una pianta largamente coltivata ed utilizzata per le sue proprietà: in particolare, la resistenza delle sue fibre e la velocità nel crescere.
Non è un caso, infatti, che anticamente venisse scelta per realizzare gli equipaggi delle navi mercantili, soprattutto corde e vele; successivamente fu impiegata nel processo di realizzazione della carta, resistente e più pratica da produrre rispetto al papiro. La Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti o la Bibbia di Gutenberg furono infatti originariamente redatte su carta di canapa.
In epoca più moderna poi, il boom di utilizzo di questa pianta per la realizzazione di tessuti vari, tra cui tovaglie, canovacci ed altra biancheria per la casa, o capi d’abbigliamento.
L’Italia tra gli anni 40 e 50 del 900 era proprio tra le più grandi coltivatrici, esportatrici e lavoratrici di canapa; a rendere favorevole questa coltivazione, la collocazione della nostra penisola nell’area mediterranea, con il suo clima mite, e la presenza di terreni semi paludosi. Secondo Coldiretti, in quel periodo l’Italia era il secondo paese al mondo, dopo l’Unione Sovietica, per ettari di canapa coltivata.

Dopo un periodo di disinteresse e eclissi di questa coltivazione, nel 1997 una circolare Mipaf del 1997, la n°734, ha reintrodotto sul nostro territorio la coltivazione di questa pianta a solo scopo tessile o cartario. Solo nel 2016 viene ampliata la platea di settori in cui è utilizzabile la canapa, che ricordiamo trattarsi di canapa sativa, ovvero non a effetto psicotropo.
Le zone predisposte a questa coltivazione sono soprattutto quelle a ridosso dei fiumi, ed infatti in Umbria, nella zona della Valnerina, dall’antichità si coltivano piante di canapa sulle sponde del fiume Nera, chiamate anche canapine appunto.
Questa tradizione in questa zona dura sino ad oggi, tanto che a Sant’Anatolia di Narco, in provincia di Perugia, la coltivazione di canapa è stata recuperata e qui ha anche sede il Museo della Canapa, dove è possibile ammirare la lavorazione e la strumentistica necessaria per trasformare le fibre di questa pianta in tessuti, il principale utilizzo che ne viene fatto nella zona.
Per realizzare i tessuti, spesso veniva affiancato alla canapa un altro materiale, quali il cotone o la lana; a Sant’Anatolia, ad esempio, alla canapa si affianca la lana proveniente dalla pecora sopravissana, una specie autoctona del territorio, originaria di Visso, e considerata molto pregiata.
Questa lavorazione permette al borgo di attirare turismo, perché da un lato si recupera un’antica tradizione ma anche la si riattualizza; inoltre apre a collaborazioni nel mondo del design, interior design e faber art.
La canapa, anticamente era considerata il maiale vegetale, perché di essa non si buttava via niente: con le fibre si realizzavano capi tessili, corde e reti, con i semi e le foglie si nutrivano gli animali, per i suoi acidi grassi.
Tutt’ora però oltre al settore tessile ricordiamo il suo utilizzo nella bioedilizia, nella produzione di bioplastiche, in quello della cosmesi e di recente per la produzione di cannabis light.
