Una giovane creatura ha bisogno di luce, raccoglie le forze e si direziona verso l’unico raggio che filtra. Distratta mai, dagli odori nell’aria: un simile potrebbe avvertirla del predatore in arrivo. Intanto gusta il terreno, ogni nutriente è prezioso. Qualche sasso da superare a tentoni non può certo fermarla. Mentre ascolta con attenzione vibrazioni e frequenze, quelle basse (tra 100 e 500 herz) favoriscono la sua crescita.
Eppure questa creatura manca di organi localizzati, né occhi, né naso, né orecchie, né bocca, tanto meno possiede un cervello. I ricettori di percezione punteggiano tutto il corpo, dove più e dove meno. Certo, la creatura è di stirpe antica. Il suo regno pesa almeno il 99.5% della massa vivente, tanto da modificare la composizione atmosferica: con grandi quantità di ossigeno; e neppure ha donato soltanto il respiro: ogni giorno trasforma luce solare e anidride carbonica in materia organica, soprattutto zuccheri, solida base delle catene alimentari terrestri. Se cadesse questo regno, gli uomini potrebbero vivere ancora, forse qualche mese.
Naturalmente, la giovane creatura è una pianta. Osservata da prospettiva meno animale del solito, grazie a Stefano Mancuso e Alessandra Viola, autori di Verde Brillante (Giunti, 2013). Il nostro consiglio primaverile di lettura leggera. Cento pagine sottili, perché le piante non appaiano più: le stesse di prima.
Infatti, cinquecento milioni di anni fa, l’evoluzione di animali e vegetali ha inclinato per strade differenti, nomade una, sedentaria l’altra. Allora, le piante sono diventate organismi sessili, ovvero ancorate a un supporto, nonché insopportabilmente lente, tanto da sembrare ferme. Ciò spiega corpo modulare, assenza di organi vitali, funzioni distribuite e forte capacità rigenerativa. Tratti necessari a sopravvivere in un mondo pieno di erbivori.

Del resto, la pianta è una sorta di colonia di cellule più che un essere singolo. Potato o tagliato in due, l’individuo animale muore. Le parti di una pianta invece possono vivere separatamente. Ma questo rientra nel senso comune. Riproduzione per talea.
Più strano che la giovane creatura comunichi. Infatti, le piante comunicano emettendo molecole Bvoc (Composti organici volatili biogenici) che l’olfatto umano intercetta soltanto in pochi casi, come accade per i messaggi piacevoli destinati agli insetti impollinatori. Altre parole sappiamo tradurle da poco. È l’esempio del pomodoro. Quando un insetto erbivoro attacca, il pomodoro emette moltissimi Bvoc, per allertare i vicini. Un’informazione utile, perché i pomodori possono rendere indigeste le proprie foglie, con la dovuta produzione chimica. O richiamare il predatore naturale del determinato (e in qualche modo riconosciuto) piccolo erbivoro che li affligge. Alleanze strategiche, stipulate anche da mais e il tabacco.
Altri dialoghi corrono sotto terra. Un esperimento ha disposto due vasi. Semi estranei in uno. Semi figli della stessa pianta nell’altro. I primi germogli scatenarono una competizione feroce, accrescendo le radici per contendersi il nutrimento. I fratelli invece crebbero in pace, privilegiando la parte aerea. Un riconoscimento genetico. Ma anche funghi e batteri devono farsi identificare, il suolo è pieno di malintenzionati. Opportune presentazioni anticipano i rapporti simbiotici. Ad esempio, le piante leguminose cominciano l’interazione con i batteri azoto-fissatori, a partire dalla proteina Nod: senza la “parola d’ordine”, la radice resta chiusa. Altrimenti lo scambio è azoto per zuccheri.
Certo, le sostanze di questa lingua sono una miriade, in diverse combinazioni e proporzioni tra loro. E il traduttore umano è alle prime armi. Il che rende la botanica una scienza vivace, con molti campi di ricerca ancora ai primi passi. Dalle piante aromatiche come la liquirizia che profumano tutto l’anno, senza alcuna ragione apparente. Quando in natura, nessuno fatica per niente. Alla rara timidezza dei pini che evitano di intrecciare i rami tra loro, interrogandoci su come riescano a conoscere la posizione delle rispettive chiome e regolarsi di conseguenza. Le pinete sono boschi eccentrici, la maggior parte degli alberi intreccia i rami senza ritegno.

Ma la domanda più lontana dalla prospettiva animale è altra. Osservata l’intelligenza quale capacità di rispondere ai problemi determinati dalla variabilità di necessità e condizioni ambientali: le piante sono intelligenti? Molti scienziati pensano di no. Tuttavia il verde di questo libro è brillante. La scimmia è intelligente, il gatto pure, il topo lo stesso, perfino l’ameba ha dato buone verifiche sperimentali. Probabilmente, grande o piccola, localizzata nel cervello o diffusa, individuale o di sciame, l’intelligenza è connaturale alla vita.
Le piante raccolgono informazioni da una ventina di sensi e stabiliscono il da farsi, riguardo a difesa, riproduzione, crescita, rapporti con altre piante e animali. Per noi, ciò è comprensibile con minore difficoltà, proprio alla radice. Le radici non possono limitarsi a crescere automaticamente verso il basso. Le risorse da investire per lo sviluppo sono limitate. Il sottile apice radicale può percepire fosforo a destra, azoto a sinistra ma oltre un sasso, inquinamento da metalli pesanti in profondità dove pure c’è l’acqua che serve perché le foglie hanno caldo, vibrazioni sonore dalla crescita di piante vicine. Ogni anno scopriamo nuovi parametri che ogni piccola pianta analizza in milioni di apici, alla ricerca del bene comune, in rete. Per decidere, occorre che gli apici comunichino. E non sappiamo come facciano.
Il collegamento fisico non sembra prevalente. Le teorie inclinano verso la produzione di sostanze chimiche, campi elettromagnetici e suoni di crescita, i così detti click.
In fondo, anche gli animali manifestano comportamenti emergenti, formiche, stormi di uccelli, banchi di pesci. Fino agli esseri umani, sul marciapiede affollato o nella sincronizzazione del primo applauso scombinato, in suono armonico, consono e meritato per il regno sorprendente dei vegetali.
