Violenza di genere: “Ascoltare i segnali, spezzare il silenzio”

Giulia Romano: “Come riconoscere un rapporto tossico e costruire relazioni sane, tra educazione, empowerment e reti di sostegno”

APPROFONDIMENTO
Donatella Miliani
Violenza di genere: “Ascoltare i segnali, spezzare il silenzio”

Giulia Romano: “Come riconoscere un rapporto tossico e costruire relazioni sane, tra educazione, empowerment e reti di sostegno”

Perugia – Nel 2025 l’Italia continua a essere attraversata da una vera e propria emergenza sociale: i femminicidi. Secondo il XII Rapporto Eures, tra il primo gennaio e il 20 ottobre sono state 85 le donne uccise nel nostro Paese, spesso per mano di partner o ex partner. Solo nel Lazio, nei primi dieci mesi dell’anno, si contano 7 femminicidi, pari all’8,2% del totale nazionale. A questi numeri si aggiungono maltrattamenti e stupri, l’ultimo dei quali avvenuto pochi giorni fa nei pressi di una stazione della metropolitana di Roma, riportando con forza al centro del dibattito pubblico la necessità di rafforzare prevenzione, educazione e reti di sostegno.

Dietro le statistiche ci sono volti, storie e vite spezzate: una strage silenziosa che interroga famiglie, istituzioni e società civile. La violenza sulle donne è un fenomeno capillare e trasversale, senza differenze tra nord e sud, tra grandi città e piccoli centri. Nonostante campagne di sensibilizzazione e l’impegno di associazioni e centri antiviolenza, i dati del 2025 mostrano come il problema resti drammaticamente attuale.

In questo contesto, diventa urgente interrogarsi non solo sulle misure di contrasto, ma anche sugli strumenti di prevenzione, educazione ed empowerment. Ne abbiamo parlato con Giulia Romano, pedagogista, operatrice del centro antiviolenza Telefono Donna di Perugia e attivista dell’associazione Libera…Mente Donna.

Quali segnali precoci possono aiutare a riconoscere un rapporto tossico?

«I segnali sono complessi, perché spesso vengono confusi con forme di attenzione. Per aiutare le donne, le ragazze,  in Islanda, ad esempio è stato sviluppato uno strumento educativo che usa delle carte da gioco che aiutano ragazze e ragazzi a distinguere tra green flag e red flag. Facciamo esempi concreti: nella carta viene scritto: il partner che insiste per passare il giorno del tuo compleanno solo con te, oppure che dopo un litigio si presenta sotto casa con un cartellone “Ti amo” segue la domanda: per te è green o red? Cioè è un fatto positivo o negativo? Sono gesti, quelli descritti, che possono sembrare romantici, ma se diventano ossessivi rivelano un eccesso di controllo. Alle ragazze diciamo di ascoltare le proprie emozioni: se un comportamento genera disagio, va dato valore a quel sentimento. Meglio sembrare “esagerate” che sottovalutare il problema. Un episodio isolato può essere accettabile, ma se diventa ripetitivo è un campanello d’allarme.»

Quali strumenti educativi funzionano meglio con i giovani?

«Da anni ci occupiamo di formazioni strutturate nelle scuole, dalle elementari alle superiori. I ragazzi e le ragazze rispondono molto, ma è evidente che crescono immersi negli stereotipi di genere. Ai maschi vengono negate le emozioni, sono educati alla forza, al coraggio, alla sfida e alla competizione. Giochi come soldatini e pistole rinforzano la mascolinità tossica. Anche le battute vanno pesate: lo scherzo, lo sfottò sul corpo è spesso drammatico. Il bambino grasso deriso, la bambina giudicata meno attraente, gli insulti sessisti o omofobi. Il bullismo si esprime sempre attraverso la svalutazione del corpo o dell’identità. La violenza psicologica poi è ancora più subdola. È più sottile ma diffusa. Cosa è cambiato oggi? C’è più consapevolezza, ma le dinamiche restano le stesse: il patriarcato spesso è portato avanti da entrambi i generi. Anche le donne giudicano altre donne, senza riconoscere la gravità di certi comportamenti. Pensiamo al caso di una donna ubriaca: se non si elabora il concetto che è ingiusto approfittarne, si perpetua la cultura dello stupro, L’alterata capacità della persona è un’aggravante non un’attenuante…»

Come sostenere una donna che inizia a rendersi conto di vivere una situazione di violenza?

«Il primo passo dovrebbe essere rivolgersi a un centro antiviolenza, ma fare quella telefonata spesso è complicato: le donne vittime di maltrattamenti fisici o psicologici sono isolate. C’è un tempo necessario per maturare ciò che sta accadendo. Cosa diciamo loro appena arrivano da noi? Che crediamo a quello che ci raccontano. È fondamentale stare loro vicino senza forzare, offrendo ascolto e supporto. A volte le donne fanno un colloquio e poi spariscono: i percorsi di destrutturazione sono lunghi e difficili. Noi per loro siamo uno specchio, non giudichiamo, ma accompagniamo»

Quali strategie di empowerment possono aiutare le giovani donne?

«La violenza fisica, sessuale e psicologica rischia di non essere riconosciuta per anni. Bisogna destrutturare gli stereotipi e capire che siamo donne ma non per questo dobbiamo rassegnarci a subire. Serve riaccendere le luci, creare spazi e tempo per sé, coltivare autostima e capacità di dire “no”. Sui social circolano modelli tossici che normalizzano la manipolazione: per questo è fondamentale educare le ragazze a riconoscere i propri limiti e a difenderli».

Quale ruolo per famiglie, scuole e istituzioni?

«La collaborazione è essenziale. Purtroppo, noi non possiamo parlare direttamente con minori di 18 anni, quindi indirizziamo al consultorio giovani o agli spazi scolastici, dove magari ci sono degli psicologi o delle insegnanti di fiducia. Pensate che ormai già a 11 anni i ruoli di genere sono chiari: le bambine vengono insultate come “brutte” o “puttane”, i bambini derisi per il corpo o per l’orientamento sessuale. Dire sei gay a un bambino o un ragazzino significa in qualche modo avvicinarlo al femminile come essere inferiore. Per cambiare le cose serve una rete educativa che parta dalla famiglia e arrivi fino alle istituzioni.»

Quali sono le aree d’Italia più colpite?

«Al Sud sembra che ci siano meno casi, ma in realtà è solo perché ci sono meno denunce. La radicalizzazione dei ruoli di genere è più forte e la violenza resta sommersa. I dati ci dicono che il fenomeno è trasversale, senza differenze geografiche né di classe significative».

Pensa che riusciremo a cambiare le cose, a vincere questa battaglia?

“Io credo di sì. Stiamo lavorando per più diritti, più consapevolezza, più passi avanti. È un percorso lungo quello che ancora abbiamo davanti, ma sono convinta che ce la faremo. Nessuno deve mollare. Penso anche che sia molto  importante che anche gli uomini si mobilitino per creare una coscienza propria e si mettano veramente in gioco per promuovere quel reale cambiamento culturale per il quale le donne lottano da tanto tempo».