Rachel Carson racconta, Storie dalle profondità del mare (1)

La nuova edizione italiana del primo classico marino. L’avventura di un piovanello, di uno sgombro e di un’anguilla, sotto il vento del mare.

AMBIENTE
Alessio Mariani
Rachel Carson racconta, Storie dalle profondità del mare (1)

La nuova edizione italiana del primo classico marino. L’avventura di un piovanello, di uno sgombro e di un’anguilla, sotto il vento del mare.

Quella sera, la sabbia e le acque presero assieme colore d’acciaio. Mentre l’alta marea reclamava la spiaggia, oltre le erbe palustri. Difficile scoprire l’isola tra i flussi d’argento. Quando la luna trascinava in alto, l’acqua e la vita.

Eppure, due tartarughe avevano percorso la riva soffice, per scavare i loro nidi. Numerosi passaggi del guscio appianarono ogni traccia e presto i due animali scivolarono nuovamente tra le frasche, alla ricerca di piccole chiocciole sulle foglie. L’airone immobile non badò a loro, spiegando le ali soltanto per il rumore di una barca di fronte. Intanto il ratto che viveva con la compagna sotto il capanno dei pescatori trascinava la tartarughina di una deposizione più vecchia, inseguito dalla marea, quando l’airone di ritorno sul mare lo colse scoperto.

Sotto il vento del mare

Quest’isola immaginaria affiora da qualche parte nell’Artide. All’inizio del racconto di Rachel Carson, Storie dalle profondità del mare (Aboca, 2024).

Nuova edizione italiana del libro che aprì la “trilogia del mare”, Under the sea-wind (1941) e documentario naturalistico in successione d’immagini, descritte per pagine poetiche, lungo il filo principale delle storie di tre animali. Il piovanello femmina Silverbar, lo sgombro Scomber e l’anguilla Eel, misteriosa nel viaggio senza ritorno della sua specie.

I nomi propri avvicinano con un tocco di antropomorfismo e le ricostruzioni dei momenti biologici insegnano l’avventura complessa della vita nell’ecosistema. Sbirciamo alcune “immagini”.

Silverbar e il nido falso

Nell’emisfero occidentale i piovanelli tridattili compiono una delle migrazioni più lunghe, nidificando in primavera oltre la linea del circolo polare artico, per tornare verso il Sud America e addirittura la Patagonia, al volgere dell’estate. Silverbar era molto giovane e covava per la prima volta. Quando piccoli colpi sul guscio affinarono i sensi, lontano i minacciosi labbi, intenti a perseguitare gli uccelli della costa, attorno soltanto i lemming.

Così, presto, madre piovanello seguì l’esempio genetico di innumerabili generazioni e trasportò i frantumi dei gusci lontano dal nido, volando avanti o indietro per tutta la notte. E fu nei pressi del falso nido che Silverbar conobbe un terrore biancastro; imitò il richiamo dei pulcini e mosse incontro al pericolo, trascinandosi a terra come ferita. Quando la volpe artica corse, l’uccello spiccò il volo, posandosi poco lontano per ripetere la sceneggiata. La volpe che già pregustava, finì trascinata lontano.

Scomber, vita alla deriva

In Virginia, tra Chesapeake e Cape Cod, le acque coprono la piattaforma continentale per cinquanta o cento miglia dopo la costa. Più avanti, il basamento precipita nell’oscurità oceanica. Pertanto, nei mesi freddi dell’inverno, gli sgombri indugiano sonnacchiosi, in fondo al dirupo, consumano il grasso e aspettano il tempo. Finché, verso aprile, le fredde acque superficiali cadono, chiamando in alto la corrente tiepida e fertile delle profondità. Allora fiorisce la primavera delle microalghe. E anche gli sgombri risalgono la scarpata continentale, dal nero all’azzurro. I banchi cercano la fascia di riproduzione, alla giusta distanza dalla costa, dove affideranno al mare il seme e le uova.

Tra milioni una sfera divenne feconda, la goccia oleosa per tenerla a galla e dentro il minuscolo puntino vivente. In un oceano di creaturine affamate intente ad afferrare qualunque bruscolo organico abbastanza piccolo. Pesci, molluschi, granchi, cirripedi, stelle marine cominciano un’esistenza larvale alla deriva. Dopo sei giorni, nacque Scomber.

Eel, verso rotte sconosciute agli umani

L’anguilla americana Eel viveva nel laghetto di Bittern Pool ormai da dieci anni, nascosta tra le alghe di giorno e in giro la notte; conosceva le tane dei gamberi scavate dentro la riva, i manti erbosi delle raganelle, gli argini percorsi dai roditori. Eel era l’anguilla più grossa della pozza quando dimenticò la fame per un’ansia nuova. L’ansia dell’ultimo viaggio, portato dalla corrente. Nel grande fiume torbido e profondo, l’anguilla viaggiò anche di giorno, accanto a lei sagome scure. Altre della sua specie. Mentre l’acqua prendeva uno strano ritmo, segnato da momenti di pressione avversa al viaggio e sapore nuovo.

Infine, il fiume divenne abbastanza salino e molti esemplari più piccoli si unirono alla discesa. I maschi di anguilla raggiungono dimensioni minori e non risalgono troppo. Intanto i corpi di tutte cambiavano, il dorso bruno in nero lucente, il ventre giallastro in argento, un muso più lungo ed occhi più grandi. Lo stadio di anguilla argentea, per nuotare nel mare. Infatti con il favore della marea, Eel lasciò anche la baia per rotte abissali sconosciute agli umani. Perché ancora oggi le rotte americane, verso il mare dei Sargassi, rimangono ignote.

Conoscerla e amarla per non pretendere di controllarla

Dal tempo di Rachel Carson il mistero non è cambiato, quanto purtroppo lo stato di conservazione. Specialmente per l’anguilla europea. Inquinamento, cambiamento climatico, rottura del continuum fluviale, predatori alloctoni e pesca eccessiva segnano l’indicatore del rischio di estinzione estremamente alto. Le anguille europee sono più minacciate del panda e sempre meno possono raggiungere il mar dei Sargassi. Eppure non riusciamo a smettere di mangiarle.

Del resto le Storie dalle profondità del mare sono già, tanto lezione di meraviglia, quanto sguardo scientifico sulla natura quale sistema equilibrato di collegamenti, destinato ancora inconsapevolmente alla battaglia lontana, contro la pretesa umana del controllo tecnico e la Primavera Silenziosa dei pesticidi.