10 colossi dietro l’intero mercato alimentare

In pochi anni il settore alimentare si trasforma in un oligopolio.

APPROFONDIMENTO
Andrea Maddalosso
10 colossi dietro l’intero mercato alimentare

In pochi anni il settore alimentare si trasforma in un oligopolio.

Quando entriamo in un supermercato più o meno piccolo che sia, ci troviamo di fronte a una vastissima varietà di prodotti anche di uno stesso gruppo alimentare, una condizione che ci porta ogni volta a trascorrere davvero molto tempo nel decidere o scegliere quello che desideriamo mangiare e la marca giusta per noi. Il supermercato sembra quasi essere il luogo più democratico, il più indicato dove esercitare la nostra libertà di scelta.

Tuttavia, se da un punto di vista di gusto alimentare potrebbe sembrarlo, differentemente non si può certo dire dal punto di vista della concorrenza perfetta, in un mercato, quello dei prodotti alimentari, divenuto negli anni sempre più contraddistinto da processi di fusione e assorbimento, con non solo la conseguenza di un accentramento della ricchezza in chiave monopolistica portatrice di recrudescenza delle condizioni lavorative, ma anche di una non poco incisiva ricaduta sull’ecosistema.

Una situazione senza dubbio non in linea con la sensibilità acquisita dalle politiche sociali e ambientali degli ultimi anni, volte ad una riduzione dell’inquinamento in favore e a tutela dell’intero ecosistema planetario. Già nel 2015 “Oxfam International”, la confederazione di diciassette organizzazioni non governative, senza scopo di lucro e che si occupano di risolvere la questione della fame nel mondo, rilevò in un’indagine, questo progressivo processo di assorbimento tendente al monopolio, dove oltre 500 grandi marchi alimentari fossero di proprietà di soli 10 colossi multinazionali. Un giro d’affari di 7000 miliardi, cioè oltre l’11% dell’economia globale.

Perché?

In Pakistan, le comunità rurali affermano che alcune aziende stanno imbottigliando e vendendo acqua a dei villaggi che non hanno accesso ad acqua potabile. Oxfam rileva come queste grandi aziende si siano servite per più di un secolo di terre e lavoro bassamente retribuito per produrre al minimo dei costi e con elevati profitti, spesso a scapito dell’ambiente con una gestione problematica dell’acqua, dei campi coltivati e delle emissioni di gas serra introdotte nell’atmosfera che si aggira oggi intorno alle 300 milioni di tonnellate, il che rende queste grandi aziende estremamente difettose in termini di responsabilità nel condurre le questioni sociali e ambientali.