I GRANDI MITI ANIMATI NIPPONICI, SPECIALE APPROFONDIMENTO: LE CENSURE E L’ADATTAMENTO – PRIMA PARTE
Intervista con Cinzia Veronese, esperta di animazione giapponese, classe 1973. Da spettatrice a manager del settore televisivo, risponde alle nostre domande e a quelle che il pubblico si è posto per oltre trent’anni.
Cinzia Veronese: Perché, come qualsiasi prodotto commerciale, anche gli anime devono seguire le regole del mercato. Un prodotto animato trasmesso in TV deve piacere al pubblico di riferimento, rispettare un codice etico e morale e, soprattutto, generare profitto. L’obiettivo è garantire un ritorno sull’investimento e assicurare guadagni futuri.
CV: Tutto iniziava con un manga, spesso scritto da un mangaka, che poteva essere anche il disegnatore. L’opera veniva poi presentata a un editore e, se ritenuta promettente, pubblicata su volumi economici. Se il successo arrivava, si passava a edizioni di maggior pregio e alla possibilità di trasporla in anime.
CV: Dipendeva dalla sua fama. Gli autori più affermati potevano imporre condizioni precise. I meno noti, invece, spesso firmavano contratti che consentivano ai produttori di modificare trama, dialoghi o persino i personaggi,
adattandoli al mercato internazionale.
CV: Assolutamente sì. Il marketing giocava un ruolo fondamentale. Ad esempio, per attrarre un pubblico più ampio, gli editori potevano inserire storyline romantiche o personaggi secondari accattivanti. Era un modo per aumentare l’appeal commerciale del prodotto.

CV: Certo! Pensiamo a Slam Dunk. In origine, Takehiko Inoue voleva concentrarsi solo sul basket, ma l’editore impose l’inserimento di vicende personali e sentimentali per attrarre un pubblico più vasto, oltre agli appassionati di sport.
CV: Sì, anzi, nel caso degli anime era ancora più evidente. Le serie animate dovevano essere adatte a un pubblico televisivo, rispettando orari di programmazione, limiti di durata e codici etici, soprattutto per le reti occidentali.
CV: Non sempre bene, ma spesso erano costretti ad accettarle. Rifiutarsi significava rischiare che l’opera non venisse pubblicata o adattata in anime, il
che avrebbe compromesso la loro carriera e i guadagni.
CV: Negli anni ’90 i fan avevano meno strumenti per confrontare le versioni
originali con gli adattamenti. Oggi, con internet, sono molto più consapevoli e
critici verso ogni modifica.

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