LE CENSURE E L’ADATTAMENTO - PRIMA PARTE

In questa rubrica analiziamo gli anime giapponesi, dagli anni ‘70 ad oggi, considerati non più prodotti per bambini, ma oggetto di arte, collezionismo e passione…
Il nostro compito è anche quello di comprendere, analizzare, e fare luce sui meccanismi che hanno influenzato la versione italiana di tante opere nipponiche giunte in Italia, spesso oggetto di modifiche e cambiamenti radicali rispetto all’originale..

RUBRICA
a cura di Ryancreation Cove
LE CENSURE E L’ADATTAMENTO - PRIMA PARTE

In questa rubrica analiziamo gli anime giapponesi, dagli anni ‘70 ad oggi, considerati non più prodotti per bambini, ma oggetto di arte, collezionismo e passione…
Il nostro compito è anche quello di comprendere, analizzare, e fare luce sui meccanismi che hanno influenzato la versione italiana di tante opere nipponiche giunte in Italia, spesso oggetto di modifiche e cambiamenti radicali rispetto all’originale..

I GRANDI MITI ANIMATI NIPPONICI, SPECIALE APPROFONDIMENTO: LE CENSURE E L’ADATTAMENTO – PRIMA PARTE

Intervista con Cinzia Veronese, esperta di animazione giapponese, classe 1973. Da spettatrice a manager del settore televisivo, risponde alle nostre domande e a quelle che il pubblico si è posto per oltre trent’anni.

RyanCreation Cove: Cinzia, perché negli anni ’90 era così comune adattare, tagliare e persino riscrivere gli anime giapponesi?

Cinzia Veronese: Perché, come qualsiasi prodotto commerciale, anche gli anime devono seguire le regole del mercato. Un prodotto animato trasmesso in TV deve piacere al pubblico di riferimento, rispettare un codice etico e morale e, soprattutto, generare profitto. L’obiettivo è garantire un ritorno sull’investimento e assicurare guadagni futuri.

RC: Quali erano le fasi iniziali di un anime?

CV: Tutto iniziava con un manga, spesso scritto da un mangaka, che poteva essere anche il disegnatore. L’opera veniva poi presentata a un editore e, se ritenuta promettente, pubblicata su volumi economici. Se il successo arrivava, si passava a edizioni di maggior pregio e alla possibilità di trasporla in anime.

 

RC: Il mangaka quanto poteva influire sull’adattamento in anime?

CV: Dipendeva dalla sua fama. Gli autori più affermati potevano imporre condizioni precise. I meno noti, invece, spesso firmavano contratti che consentivano ai produttori di modificare trama, dialoghi o persino i personaggi,
adattandoli al mercato internazionale.

RC: Questo avveniva anche per esigenze di marketing?

CV: Assolutamente sì. Il marketing giocava un ruolo fondamentale. Ad esempio, per attrarre un pubblico più ampio, gli editori potevano inserire storyline romantiche o personaggi secondari accattivanti. Era un modo per aumentare l’appeal commerciale del prodotto.

RC: Puoi farmi un esempio concreto?

CV: Certo! Pensiamo a Slam Dunk. In origine, Takehiko Inoue voleva concentrarsi solo sul basket, ma l’editore impose l’inserimento di vicende personali e sentimentali per attrarre un pubblico più vasto, oltre agli appassionati di sport.

RC: Queste modifiche valevano anche per la trasposizione animata?

CV: Sì, anzi, nel caso degli anime era ancora più evidente. Le serie animate dovevano essere adatte a un pubblico televisivo, rispettando orari di programmazione, limiti di durata e codici etici, soprattutto per le reti occidentali.

RC: Come reagivano i mangaka a queste imposizioni?

CV: Non sempre bene, ma spesso erano costretti ad accettarle. Rifiutarsi significava rischiare che l’opera non venisse pubblicata o adattata in anime, il
che avrebbe compromesso la loro carriera e i guadagni.

RC: E i fan come vivevano queste modifiche?

CV: Negli anni ’90 i fan avevano meno strumenti per confrontare le versioni
originali con gli adattamenti. Oggi, con internet, sono molto più consapevoli e
critici verso ogni modifica.

Fine Prima Parte

Le immagini mostrate, a completezza dell’informazione, appartengono ai rispettivi autori e detentori dei copyright. ©