A CACCIA DI IMPRONTE…ECOLOGICHE

Il mondo dell’uomo è cresciuto troppo, rispetto alla superficie del pianeta: calcolare l’impronta ecologica ci aiuta a prendere le misure giuste. Scopriamo come fare.

AMBIENTE
Alessio Mariani
A CACCIA DI IMPRONTE…ECOLOGICHE

Il mondo dell’uomo è cresciuto troppo, rispetto alla superficie del pianeta: calcolare l’impronta ecologica ci aiuta a prendere le misure giuste. Scopriamo come fare.

Immaginiamo che una cupola di vetro cada dal cielo, racchiudendo una metropoli moderna, piena di persone, case, strade, fabbriche, l’acquedotto e i parchi pubblici. La luce continuerebbe a filtrare ma gli abitanti sopravvivrebbero soltanto poco tempo; esaurirebbero le risorse, soffocherebbero nello smog. Meglio una cupola immensa, capace d’inglobare una varietà di ecosistemi, terrestri e acquatici, tali da sostenere la popolazione e assimilare i rifiuti. La superficie naturale, necessaria a mantenere in vita la metropoli, assicurandone gli standard di consumo, per definizione: risulterebbe pari alla sua impronta ecologica.

L’applicabilità a più livelli, dalla singola persona all’umanità, assieme alla facilità di utilizzo quale misura della distanza da una situazione di equilibrio sostenibile, hanno assicurato grande popolarità a questo indicatore, elaborato da  William E. Rees e Mathis Wackernagel; fin dal successo della principale opera divulgativa dei due studiosi, L’impronta ecologica (1996) e con la strutturazione internazionale del Global Footprint Network.

Come ogni modello, anche l’impronta ecologica propone una rappresentazione semplificata della realtà. Pertanto, inizialmente, Rees e Wackernagel classificarono otto tipologie di territorio, attribuendo loro la produttività mondiale media. Dopo di che identificarono un paniere scelto di consumi, dilatato dall’energia, al packaging, al vestiario. Infine, convertirono ogni consumo in un’estensione di suolo, ottenendo un’unità di misura riassuntiva e comune per tutto il paniere.

1) Territorio per l’energia
2) Ambiente edificato
3) Orti e serre
4) Terreni arabili
5) Terreni da pascolo
6) Foreste gestite
7) Foreste vergini
8) Aree non produttive

Prendiamo il caso dell’energia. Mentre misurare il terreno edificato di una certa regione o anche la superficie forestale, necessaria a produrre la carta da packaging consumata, può apparire semplice; la conversione di un bene “immateriale” come l’energia, in estensione territoriale, sfida l’intuito.

Infatti, l’impronta ecologica dell’energia idroelettrica risponde all’ampiezza degli invasi e quella dell’energia fossile va riconosciuta  nella superficie naturale necessaria ad assorbire l’anidride carbonica, emessa per produrla. Assumendo che, dalle foreste alle torbiere, la capacità di assorbimento corrisponda in media a 100 gigajoule di energia, o 1.8 tonnellate di carbonio, per ettaro l’anno.

Diversamente dall’energia, altri beni richiedono più tipologie di territorio. Ad esempio, una casa va convertita in suoli che comprendano la porzione di foresta ove è cresciuta la legna utilizzata, il territorio da energia rispondente ai joule impiegati per fabbricare i materiali da costruzione, i consumi del riscaldamento e la superficie edificata vera e propria.

Così, alla fine, tutto può raggiungere la misura comune degli ettari di terra. E diventa possibile indagare le dinamiche globali.

Quanto è grande la nostra impronta ecologica? Rees e Wackernagel conteggiarono sulla Terra 7.4 miliardi di ettari produttivi, a fronte di un consumo umano pari 9.8; pur considerando, in questa prima stima semplificata, esclusivamente i terreni per l’agricoltura, l’allevamento, il legname e l’energia. Il quadro non era positivo; tanto più che da inizio secolo agli anni Novanta, la superficie produttiva, disponibile per ogni essere umano, era passata da 5-6 ad 1.5 ettari.

Oggi, con metodi di calcolo più raffinati, il Living Planet Report del Wwf, monitora l’evoluzione dell’impronta ecologica con cadenza biennale. Nel 2020, ogni essere umano impattava in media per 2.5 ettari, a fronte di una disponibilità naturale pari a 1.6; nonostante una flessione del consumo prossima al 10%, causata dall’anno pandemico.

Vale la pena di spiegare come una situazione di sovraccarico sia possibile ma non possa continuare per sempre. Immaginiamo un banco di mille merluzzi che, ogni anno, aumenti di cento esemplari per la riproduzione e diminuisca di centocinquanta a causa della pesca: superare i limiti è facile ma non a lungo.

Misurare l’impronta ecologica aiuta a rendersi conto di quanto le dimensioni dell’economia sorpassino la sostenibilità; e purtroppo anche delle diseguaglianze sociali. Ipotizzando una suddivisione paritaria dell’impronta ecologica sostenibile, nella media pro capite: quasi tutti i paesi ricchi eccedono considerevolmente la misura che gli spetterebbe; mentre molti paesi poveri che dovrebbero aumentare la propria impronta, non ci riescono, ovvero accedono a meno risorse rispetto a quelle necessarie ed evitare miserie inaccettabili.

L’impronta ecologica permette tuttavia di valutare anche singoli progetti. Una serra idroponica della Columbia Britannica produce più pomodori per metro quadro, rispetto alle coltivazioni tradizionali. Ciò nonostante, l’impronta ecologica dei pomodori di serra comprende anche quella del riscaldamento, dei fertilizzati, di svariati prodotti; eccedendo fino a venti volte l’agricoltura in campo aperto.

Altri studi, condotti sempre presso la Simon Fraser University di Burnaby, hanno confrontato invece due diverse soluzioni per la viabilità. Il progetto del ponte tra la terraferma canadese e l’isola di Prince Edwar con la linea di traghetti. L’ampliamento a cinque corsie del Lions Gate Bridge (Vancouver-“North Shore”) con l’assetto a tre. L’impronta ecologica ha consigliato il trasporto marittimo e le tre corsie.

Il Giorno dello sforamento terrestre (Earth overshoot day) ci riporta alla prospettiva globale, ove l’impronta ecologica ha assunto la forza comunicativa maggiore. Ogni anno, il Global Footprint Network individua il giorno in cui gli ettari dell’impronta ecologica umana superano quelli della superficie terrestre disponibile.

Nel 1970, il consumo umano era inferiore alle dimensioni del pianeta; il 31 dicembre avanzavano risorse. Poi, la continua crescita economica ha spinto il superamento sempre più innanzi: dal 10 dicembre del 1972 al 29 luglio del 2021. Richiamando il nostro banco di merluzzi, lo sforamento significa che a partire dal 29 luglio, i consumi umani si sono spinti oltre la capacità rigenerativa. Per sostenere il prelievo, la Terra dovrebbe ingrandirsi circa 1.7 volte.

La problematica è ampia, senza contare che l’impronta ecologica ignora difficoltà come l’esaurimento delle risorse non rinnovabili, la perdita di fertilità dei suoli, gli inquinanti diversi dall’anidride carbonica.

Ridurre l’impronta ecologica è un dilemma, perché significa produrre meno e consumare meno. Quando comunemente la riduzione dei consumi si verifica entro contesti spiacevoli di crisi economica e tensione sociale.

Le virtù del commercio globale e della tecnologia hanno reso confortevole la vita delle popolazioni più fortunate ma non possono risolvere i problemi ambientali che hanno creato. Automobili, macchine industriali, impianti di riscaldamento, più tecnologici ed efficienti, in grado di mantenere i rendimenti dei predecessori con un minor dispendio energetico, spesso provocano più inquinamento. Tendenzialmente, i risparmi monetari ottenuti vengono spesi o investiti in maniere, la cui impronta ecologica va aggiunta a quella della tecnologia efficiente, con l’esito di annullare il risparmio e peggiorare la situazione. Secondo la dinamica economica degli “effetti di rimbalzo” o del paradosso, riconosciuto da Sonley Jevons (1835-1882) nell’Inghilterra della Rivoluzione Industriale; dove gli efficientamenti della manifattura si traducevano in maggior domanda di carbone. La logica economica fa soffrire l’ambiente e l’uomo. Per contrastare gli “effetti di rimbalzo” e aiutare l’efficientamento a rendersi utile, occorrerebbe la scelta politica forte di una politica fiscale consono all’obiettivo.

Del resto ogni tipo di investimento modifica l’impronta ecologica, a partire da quelli enormi dei fondi pensione.

Secondo Rees e Wackernagel, più che tecnica, la sfida decisiva sarà culturale e locale. Con la decrescita dei consumi, accompagnata in modo da lasciare spazio al benessere: diversi studiosi hanno avanzato proposte concrete in tal senso. Con l’equilibrio planetario quale somma di equilibri locali: parte dell’economia dovrebbe tornare ad occuparsi di garantire la vita sicura delle persone, tramite l’amministrazione accorta delle risorse del luogo, geografico e sociale.

In alternativa, l’impronta ecologica si ridurrà nel collasso incontrollato. Se il prelievo eccede la rigenerazione, prima o poi i merluzzi finiscono. La cupola di vetro è la volta celeste: che abbraccia un solo pianeta.