ABITARE IN VETTA A UN CIELO VERDE

La visione dell’architetto Stefano Boeri per aumentare le superfici verdi delle città nell’intervista del direttore Luca Telese. Dal bosco verticale a un futuro che vive di orti metropolitani, parchi, boschi orbitali, tetti condivisi.

AMBIENTE
Luca Telese
ABITARE IN VETTA A UN CIELO VERDE

La visione dell’architetto Stefano Boeri per aumentare le superfici verdi delle città nell’intervista del direttore Luca Telese. Dal bosco verticale a un futuro che vive di orti metropolitani, parchi, boschi orbitali, tetti condivisi.

Architetto Boeri, quando nasce, davvero, l’idea del bosco verticale?

(Sorriso) Una grande idea prende forma nella mente, tante volte, e in tanti modi nel corso di una intera vita.

Possiamo provare a ricostruire questo percorso?

Certo. A voler essere filologici io credo di aver immaginato per la prima volta un grattacielo con degli alberi a Dubai. Mentre mi trovavo in pieno deserto. 

E come ricorda quel giorno?

Come una giornata  di caldo asfissiante. Che fu il punto di scaturigine di tutto. 

Perché?

Perché mi trovavo in questa città, circondato da grattacieli altissimi, in un ambiente che era dominato quasi esclusivamente da due materiali termo riflettenti: l’acciaio e il vetro. 

Risultato?

(Sorriso). Tutti sembrava molto bello, dal punto di vista estetico. Ma la sensazione fisica era opposta: sembrava di stare in un forno a microonde. Poi glielo racconto meglio. 

Fu quindi una intuizione per contrario.

Pensai subito che se i grattacieli invece che di cristalli e acciaio, fossero stati ricoperti di verde, sarebbe cambiato tutto, intorno a me, a partire dalla temperatura. Ma non solo. 

Tuttavia quella non era la prima volta che la sua mente immaginava un bosco…

(Sospiro) Se dovessi cominciare dall’inizio dovrei dire che da sempre gli alberi sono una presenza fissa, l’ossessione della mia vita. 

Perché?

In primo luogo perché io li considero a tutti gli effetti come degli individui, non umani, ma viventi. Ognuno di loro ha la sua vita, la sua sensibilità, e direi anche: una sua particolare intelligenza. 

Addirittura.

Non sto esagerando. Gli alberi appartengono a delle famiglie, appartengono a delle comunità, sono intrecciati da radici comuni che preservano e mantengono salda questa identità. È per questo che, pur essendo apparentemente molto lontani da noi, in realtà sono molto più simili a noi di quanto non si possa immaginare. 

Lei ne fa una descrizione molto personificata. 

Se ci pensa, si scoprire che gli alberi crescono in un ambiente determinato, esattamente come noi, hanno le loro preferenze, esattamente come noi, vivono le loro idiosincrasie, proprio come noi. 

Cosa sono, dunque gli alberi, per lei?

Se vuole la mia definizione io li considero un popolo, vegetale, che dovremmo imparare a conoscere meglio. 

Il suo primo motivo ispiratore è un’opera di sua madre.

Questo è innegabile. 

Lei è figlio d’arte, l’architetta Cini Boeri costruì una casa nel bosco che per lei è stata una grande fonte di ispirazione.

Devo dire che è sempre difficile vivere un rapporto con un genitore che fa il tuo stesso lavoro: mia madre è stata designer, architetto, ha realizzato delle opere bellissime, e tra queste, a Osnato, vicino a Varese, negli anni sessanta, costruì quella casa nel bosco che tanto mi ha ispirato. 

E quale era l’innovazione più grande?

Era una vera e propria abitazione dove le stanze si muovevano e si strutturavano in modo da non toccare le radici degli alberi. Oggi in effetti la considero una anticipazione visionaria di una idea di coabitazione con gli alberi. 

Eppure non era nemmeno quel progetto il suo riferimento più antico.

Capisco ora quanto sia difficile dire da dove nasca un’idea con esattezza, perché le idee trovano sempre origine in altre idee. Sono figli di sensazioni, di ricordi, di discussioni, di incontri. Poi ognuno di noi ricostruisce dopo l’origine delle proprie intuizioni, soprattutto se, e quando, riesce a realizzarle. 

Dunque torniamo a Dubai.

Fra il 2005 e il 2006 la capitale stava nascendo dal nulla come un prodigio: io insegnavo in America, e mi ritrovai in città com i miei studenti, con cui giravano il mondo per visitare le realtà architettoniche più importanti. Quella città esplodeva letteralmente per i suoi progetti e i suoi volumi, e mentre noi stavano contemplando questi 220 grattacieli che stavano nascendo a velocità incredibile. L’escursione termica pazzesca, determinata da quelli edifici fu il catalizzatore ultimo di tutte le fonti ispirazionali che ho citato. 

Perché?

Non era solo l’idea  assurda di usare superfici riflettenti nel deserto. Era il tema dell’uso dello spazio pubblico, che mi stimolava. Provai a chiudere gli occhi e figurarmi, per contrario, come sarebbe stato quel complesso impotente se tutto fosse immerso nel verde. Ed ecco la prima lampadina che si accende dentro la testa.  Ma non sarebbe bastato. Era un sogno molto costoso, il mio.

E la committenza conta.

Anche il destino. Proprio in quel momento ebbi la fortuna di incontrare due signori che stavano costruendo un quartiere a Milano e in particolare nella zona di Porta nuova. Uno era Manfredi Catella, all’epoca Ceo di Hines. Un imprenditore italiano, che ancora oggi è uno degli sviluppatori più importanti del nostro paese. 

E l’altro?

Era un signore americano che si chiama Jeremy Hines. Anche lui non era un uomo impreparato alle idee spericolate: era un texano, molto ricco, abituato a costruire grattacieli in tutto il mondo. 

Non sapevano nulla della sua visione.

No. Ma per una incredibile coincidenza mi chiesero di dare loro una mano nella progettazione di un nuovo quartiere. Io ero così preso dalla mia suggestione che lanciai loro quell’idea: e se costruissimo proprio lì, a Milano, un grande bosco verticale con dei veri alberi impiantati sugli edifici? 

Quale fu la prima reazione?

Ad essere del tutto sinceri la prova reazione fu questa: mi presero per matto. Poi iniziai a spiegare meglio. Lo scetticismo non era caduto, ma vidi che comunque ci ragionavano su, ma con grande scetticismo.  

Del tipo?

La prima reazione di Hines era stata questa. Mi aveva guardato in faccia, restando una minuto in silenzio, e poi mi aveva detto: “Architetto Boeri, non se la prenda a male. Ma a me questo idea sembra una follia totale”. 

Ah ah ah. Però non si è demotivato.

No, affatto, ero molto motivato. 

Quand’é che lei capì che si erano convinti a tentare l’impresa?

Un giorno, dopo tante discussioni, con uno scatto sorprendente, Hines e Catella mi mandarono una lettera formale, articolata in sette punti. 

E quale era il senso dei sette punti?

Erano i nodi tecnici che per loro dovevano essere risolti, prima che si potessero impegnare nel progetto. 

E quali erano?

Gli americani, quando decidono, diventano molto pragmatici: quanto sarebbero potuti essere grandi gli alberi, e nel caso quali… Cosa sarebbe accaduto in caso di una tempesta… come si poteva procedere alla potatura, e grosso modo con quali costi…. E così via. 

Era la prima volta che si sbilanciavano.

Hines diceva: “il rischio fa parte del mio mestiere, ma io devo capire quanto sia sostenibile. Lei ci rifletta, mi risponda sulle questioni che le pongo e mi faccia sapere”. 

Lei aveva già queste risposte?

(Ride). Non avevo la più pallida idea. 

E in quel momento il lavoro solitario e creativo dell’architetto divenne un impegno di gruppo corale.

Si. Dentro di me sentii una voce che mi diceva: “Si parte”. Ovviamente ero consapevole della portata di quei problemi, quindi per rispondere a tutti quei punti, con una approssimazione scientifica,  arruolai subito una vera e propria squadra. 

E chi c’era dentro?

Botanici, in primo luogo. Ma anche ingegneri strutturisti. Degli etologi. Degli entomologi. E – addirittura – degli studiosi che lavoravano sulla solidità strutturale degli alberi, che è un lavoro diverso da quello del botanico. Se immagini un grattacielo, non pensi che poi uno dei problemi più importanti sarà evitare che sia infestato dagli insetti. 

C’erano questi tecnici, già attrezzati per rispondere alle vostre domande?

Ricordo  che andammo a Stoccarda, dove viveva un luminare che era specializzato solo sul tema della resistenza fisica e strutturale al vento. Sai, per quanto si potesse cercare, non è che lo trovavi cercando su Google uno che ti dicesse cosa sarebbe accaduto ad un ramo colpito da una burrasca a cento metri di altezza. 

Come andò?

Fu un viaggio pionieristico, intenso, anche emozionante. Quando tornammo dai nostri due committenti, su ogni punti di domanda avevamo compilato una piccola enciclopedia di risposte. 

E loro cosa dissero?

Furono molto seri. Così come prima avevamo sondato il loro scetticismo, dopo aver letto quel dossier ci risposero con grande tranquillità: “Bene, allora si fa”. 

Come si sentì?

Festeggiammo. Il nostro era già diventato un lavoro collettivo. Lo avevano affrontato mettendo insieme un sapere interdisciplinare, sentivano di aver costruito qualcosa di importante. 

La gente pensa ad un architetto come un artista o un solista.

(Ride) Oggi mi sembra difficile immaginare un architetto senza un botanico. Quando vado a Pistoia, da mio amico Vannino Vannucci, amministratore di Vannucci piante, parlo con lui, per ore, solo di botanica. 

Davvero?

Non avrei potuto fare nemmeno il due per cento del mio lavoro, senza confrontarmi, e anche scontrarmi, con punti di vista radicalmente opposti al mio. Forse il mio unico vero merito è stato quello di riuscire scegliere bene chi ha lavorato con me.  

Quanto contava in questa fase l’aspetto ecologico del progetto? Il desiderio di portare nel cuore delle città quelle che Vannino chiama “Fabbriche di ossigeno?”.

Moltissimo, fin da subito. Oggi tutti abbiamo capito il bisogno di aumentare le superfici verdi nelle metropoli. Il bosco verticale è solo uno dei modi, ovviamente ce ne sono tanti altri. Ma il futuro sarà necessariamente in un sistema integrato. Pensi ai tetti verdi, agli orti metropolitani, ai parchi, ai boschi orbitali, ai corridoi verdi…. 

Costa molto?

All’inizio si. Ora, come vedremo tra poco meno. Ma questa non è più una scelta ecologica, o ideologica. È semplicemente una necessità. 

Perché?

Perché abbiamo un solo modo per assorbire la Co2 che l’uomo produce. Un solo esercito. Quello costituito da questi “individui” vegetali che hanno la capacità prodigiosa di nutrirsi di anidride carbonica e di conservarla, fissarla, producendo ossigeno. Un vero miracolo della natura. 

Molto utile.

Certo.  Abbiamo bisogno di questo ciclo di sintesi. Ecco perché città verdi significa vivere meglio e far vivere meglio i nostri figli e i nostri nipoti. Una architettura verde cerca di sposare questa necessità alle nostre vite. 

Che rapporto c’è con la pandemia?

Diciamo che questi ultimi 18 mesi di pandemia ci hanno fatto capire molto bene perché abbiamo bisogno del verde dal punto di vista della biodiversità delle specie, dell’equilibrio climatico, della salute delle metropoli. Della qualità della vita. 

Abbiamo raccontato l’architetto come un manager, come un imprenditore, persino come un artista. In rete è nata una vera e propria letteratura sul bosco verticale, e qualcuno ha trovato mille ascendenze letterarie e musicali.

(Sorriso). E il bello è che – per il ragionamento che facevo all’inizio – sono tutte vere. 

Quindi davvero la prima profezia è quel verso di Adriano Celentano in cui dice “Guardo sotto di me/ trenta piani di alberi”?

Assolutamente si. Conosco Adriano Celentano, che è anche un amico, e devo dire che lui ha anticipato morissimi dei temi di cui parliamo quando ci riferiamo alla mutazione delle città, a partire dal classico del ragazzo della via Gluck.

Addirittura?

Lui lo ha anticipato come un artista. Quindi lavorando sul paradosso. Ma “un albero di trenta piani” è una canzone che a me ha sempre colpito molto.

Glielo ha detto?

Eccome. Io gli ho sempre detto che il vero ideatore del bosco verticale è lui. 

E poi si discute di una ascendenza calviniana, per via di un personaggio de “Il Barone rampante”.

Calvino è un gigante della letteratura italiana che negli anni cinquanta si occupò di scrivere e raccogliere fiabe italiane. Io ne cito una, questo, perché è la storia di un giovane duca che a dodici anni vive in una famiglia noiosissima, nel ponente ligure, nella valle Argentina, da cui peraltro viene anche la mia famiglia. 

Quanti fili che si annodano, le storie nella storia.

Il giovane duca ad un certo punto comunica ai suoi “Io vi mollo” e inizia a vivere sugli alberi. Incontra amici, fa le sue esperienze, conosce l’amore, sempre guardando il mondo attraverso le foglie di un ramo. 

L’architetto Boeri ha messo in pratica le suggestioni che animavano il Boeri bambino.

Si, perché le letture che si fanno da ragazzi restano dentro tutta la vita. Ci sono giorni in cui entro dentro il bosco verticale in cui ho l’impressione che Calvino sia lì. E per me questo è bellissimo. 

È molto bello rendere visibile questo legame con l’autore in cui nascono le idee. Se Boeri dovesse dare un consiglio ad un ragazzo che oggi ha l’età in cui lui leggeva Calvino, cosa gli direbbe?

Essenzialmente due cose. La prima è che nessuno come questa nuova generazione di millennials ha capito che loro hanno un ruolo decisivo per la conservazione della vita sul nostro pianeta. 

E questo perché?

Perché loro sono quelli che devono subire gli effetti ostili di decenni di disattenzione, incuria, ed errori gravissimi che abbiamo fatto noi e chi ci ha preceduto. 

E la seconda?

Che questa battaglia non può essere considerata semplicemente una difesa. Forse dovremo anche cambiare le parole che usiamo, perché il cambiamento climatico, per fare un altro esempio, è un termine equivocabile. “Cambiamento” è una bellissima parola. E già usarla per parlare di un fenomeno come il riscaldamento globale non va bene.   

Quindi lei è pessimista?

No, al contrario. Se saremo in grado di leggere bene questi processi, a trovare le risposte, la prospettiva che abbiamo davanti è quella di un grande miglioramento. 

Proviamo a dire le parole giuste, allora.

Proprio i ragazzi di cui stiamo parlando potranno trovare nella transizione ecologica e nell’economia circolare, nella decarbonizzazione, nella riforestazione, enormi possibilità di lavoro e di creatività. 

Questo è il messaggio più importante.

Sì. Oggi possiamo davvero costruire un mondo migliore, e loro sono i protagonisti di questa grande sfida. Quando io guardo alla radicalità di tanti di questi ragazzi penso che lì stia la nostra salvezza. 

Vorrei che nell’ultimo capitolo di questo dialogo raccontassimo come il bosco verticale, per partenogenesi, ha prodotto un nuovo modo di costruire. Non solo a Milano, ma nel mondo. A Bosconavigli è nato il bosco orizzontale. Cosa cambia, rispetto al grattacielo?

Quel progetto è nato in un modo completamente diverso dal Bosco verticale. L’idea di partenza di bosconavigli era quella di costruire intorno ad un olmo centenario una corte verde. 

Un modello antichissimo.

Si, la corte è una tipologia storica delle città italiane e di Milano in particolare. Questa corte ha le facciate esterne che ospitano centinaia di alberi, di piante e di arbusti, ma l’edificio non si sviluppa in altezza. 

E qui la sfida qual è stata?

Sono il palazzo di sette piani, e la vera sfida sono stati i tetti. Abbiamo immaginato grandi terrazze verdi e abitabili, che credo siano davvero qualcosa di più di un esperimento, un pezzo di futuro. 

Perché?

Un progetto nasce sulla carta, ma pende vita davvero solo quando lo realizzi. Noi, solo realizzando Bosconavigli abbiamo capito che i tetti sono uno spazio che in futuro sarà impossibile non abitare. La sfida dei prossimi anni sarà che lavorare e sfruttare tutte le superfici alte degli edifici. Dove finisce lo spazio di coltivazione, quello di incontro, quello di contemplazione? È un confine che è ancora tutto da tracciare.

Dopo secoli di tegole e abbaini. Il Belgio, l’Olanda, il nord Europa si sono innamorate della vostra architettura verde.

Sono molto contento che proprio in questi mesi del 2021 sia stato inaugurato il nostro primo bosco verticale di social housing, ad Eindhoven. 

Così si sfata la leggenda per cui questa sarebbe solo “una architettura per ricchi”.

È esattamente il contrario. In questo caso si tratta di una edilizia per studenti, a prezzi calmierati, ma finanziata da privati, che ricovano anche un profitto dal loro investimento.  

Che tipo di bosco è?

Quello che abbiamo inaugurato   a settembre in Olanda è il primo bosco verticale di edilizia sociale: si tratta di un edificio di 70 metri che ha ospita 10 mila tra piante e arbusti. E non è una operazione no profit. Malgrado i vincoli che ho detto, garantisce un margine di profitto a chi ha investito. 

Un modello perfetto. Replicabile anche in Italia?

Perché no? Basta volerlo. Abbiamo bisogno di costruire in altezza e di consumare meno suolo. Ma se lo facciano con forme e costi accessibili a tutti, si produce un doppio vantaggio per la collettività. 

Ed esistono anche altre forme. Possibilità di riconversione.

Con Vannino Vannucci, a Prato, sto lavorando ad un progetto che ha qualcosa di incredibile, e cioè l’idea di rivestire con delle piante degli edifici già esistenti, progettati senza nemmeno l’idea del verde. 

Un esperimento?

Qualcosa di più. Se ci si pensa questa deve essere una sfida del futuro, perché non potremo certo abbattere e ricostruire tutto. Quindi modificare quello che già esiste, rendendolo più sostenibile è bello è una grande sfida. E stiamo facendo queste opere sia con gli uffici di Prato, sia con gli spazi in pietra della triennale. 

Perché Vannino sembra un personaggio del signore degli anelli, è il… signore dei vivaisti.

Una volta gli architetti andavano dai grandi produttori di pietre, per immaginare le loro opere. Adesso si va dai grandi produttori di ossigeno. 

Persino in Cina sorgono dei boschi.

Si, abbiamo uno studio a Shangai. La Cina sta cambiando molto velocemente, e noi ci lavoriamo da tanti anni. in Cina stiamo lavorando sia sulla forestazione delle metropoli esistenti, che sulla creazione di nuovi grattacieli verdi. 

È vero che un giorno lei fu attraversato da un brivido quando le dissero che proprio in Cina avevano fatto un bosco più bello e più grande del suo, e in metà del tempo, è vero?

(Ride). In effetti è stata una esperienza choccante. Nel 2015 siamo andati a vedere, a Canton un edificio che sembrava un nuovo grande modello di edilizia verde. 

Grande?

Era enorme. Si vedeva già da chilometri di distanza. Così iniziammo ad avvicinarci con grande curiosità, – perché ci chiedevano “Ma come cavolo hanno fatto?”  – ma anche con grande ammirazione. 

E poi?

Visto da lontano sembrava davvero qualcosa di più, non un bosco, ma una vera e propria giungla verticale. 

Ovvero?

Ci stupivano le misure, che erano tutte fuori scala rispetto ai nostri parametri: c’erano degli enormi baobab, c’era una piccola foresta all’ingresso. E…

E poi?

(Ride di nuovo). Quando arrivammo davanti all’edificio, dopo essere rimasti impressionati da queste proporzioni fuori scala, e non subito, perché tutto era fatto benissimo, ci siamo accorti che c’era anche qualcosa che non tornava. Per fortuna. 

Cosa?

Ho visto uno zampillo d’acqua che usciva da un tronco, e così mi sono accorto che tutta la foresta che corredava il grattacielo era in plastica. Più che una fabbrica di ossigeno era una fabbrica del PVC! 

Ah ah ah.

Detto questo, magari questo esperimento, noi in Cina abbiamo costruito quattro boschi verticali: due a Nanchino, due a Huanggang, altri ne stiamo piantando a Nanjing… 

Vorrei lanciare una ultima provocazione. Il tabù che in Italia non si può pronunciare, la “demolizione” dell’esistente. In questo paese si può far capire che alcune cose costruite nel passato sono caduche, brutte e inquinanti?

Si. Io sono convinto che lo sforzo di sostituzione di edifici energivori, abbandonati, spesso inutilizzati, non intacca in principio della protezione dell’urbanistica, architettonica e artistica delle città. 

Spieghiamolo.

Stiamo ragionando su edifici che sono stati tutti costruiti  dopo la seconda guerra mondiale. 

Di cosa parliamo? In Italia abbiamo circa quattordici milioni di edifici. Otto di questi sono stati costruiti dopo il 1945. Ebbene, la metà di questi  edifici – faccio riferimento a dati dell’Anci e dell’associazione costruttori – sono ormai obsoleti. Spesso sono molto degradati, spesso sono uffici ormai deserti, quasi tutti non hanno i requisiti antisismici richiesti oggi, soprattutto in alcune zone d’Italia che sono a rischio sismico.

Non sono in perdita.

Al contrario. Ecco perché l’operazione più logica sarebbe abbattere e ricostruire, per sostituirli con edifici più sostenibili. 

Una operazione che potrebbe avere anche un equilibrio economico.

Sarebbe una formidabile spinta. Non solo all’edilizia, ma alle professioni, all’industria dell’arredamento, all’efficienza e all’attrattività delle città. Ma questo semplice principio non passa. 

No?

No. Non in Italia. Io sono anni che ne parlo. Inutilmente. Ed è un vero peccato. 

Il bosco verticale è una ipotesi di sostituzione?

Il Bosco Verticale è diventato – anche involontariamente – una specie di manifesto di quello che si può fare. 

Un modello di nuova architettura?

Forse. Ma certo, non si smette mai di scoprire e migliorarsi. Io in questo lungo percorso iniziato a Milano e proseguito in tutto il mondo non ho mai smesso di imparare: dai miei  errori, dalle sfide diverse che ho dovuto affrontare, da tutte le cose che solo quando le realizzi scopri che  non funzionano e che possono essere migliorate. Ma tutto questo è un viaggio avvincente, e io sono molto contento di averlo intrapreso. 

Photo credit (in copetina) : Dimitar Harizanov
Photo credit (all’interno) : Gianluca Di Ioia