ALLA SCOPERTA DEI BORGHI FANTASMA, IL RILANCIO SOSTENIBILE DEI TERRITORI

Anche se siamo ancora alle prese con il Covid, il turismo cerca soluzioni e nuovi modelli che puntano sempre di più alla sostenibilità per arricchire i nostri territori e rilanciare le bellezze dello Stivale.

TURISMO
Valentino De Luca
ALLA SCOPERTA DEI BORGHI FANTASMA, IL RILANCIO SOSTENIBILE DEI TERRITORI

Anche se siamo ancora alle prese con il Covid, il turismo cerca soluzioni e nuovi modelli che puntano sempre di più alla sostenibilità per arricchire i nostri territori e rilanciare le bellezze dello Stivale.

Fare del 2021 l’anno della ripartenza, come auspicato sin dall’inizio anno anche dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, era un obiettivo in fondo non troppo difficile da mancare: dopo un 2020 segnato da una pandemia che ha bloccato aeroporti e stazioni e ci ha chiuso in casa per qualche mese, la voglia di rimettere in moto la macchina di quello che viene definito “il petrolio d’Italia” era troppa per non raggiungere il segno positivo nel settore Travel e Hospitality.

Eppure, ora che ci troviamo nel pieno della cosidetta “quarta ondata”, i dati mostrano ancora difficoltà  e debolezze del Settore, soprattutto nel modello di turismo intensivo applicato alle città d’arte.
Si cercano nuovi modelli più sostenibili per visitare e vivere un’esperienza legata alle bellezze dello Stivale, che possano arricchire i territori fornendo nuove possibilità di business che aiutino le famiglie a sviluppare progetti locali di valorizzazione dei prodotti e attività a “km 0”.

Una via da percorrere in questa ricerca di turismi possibili sembra essere quella che ci conduce verso la riscoperta dei cosiddetti “borghi fantasma”, piccoli centri un tempo fiorenti ed ora quasi del tutto abbandonati, solitamente lontano dalle vie di comunicazione, dal cuore antico e le atmosfere magiche, capaci di risvegliare nel visitatore quelle emozioni spesso sepolte dal rumore delle città.

Qualche anno fa il Politecnico di Milano provò a creare una mappa dei borghi in questione, quantificandoli in 5000 e analizzandone lo sviluppo e le cause di abbandono.
Terremoti, pestilenze, guerre sono alla base di molte storie di abbandono del borgo natìo per cercare nuovi insediamenti più favorevoli allo sviluppo, eppure soprattutto nel secondo ‘900 questa decisione non è legata ad un evento traumatico, bensì alle dinamiche economiche del territorio.
Il feroce inurbamento delle masse in cerca di un riscatto dalle dure logiche della terra per un posto sicuro e meno gravoso, ha progressivamente svuotato magnifici borghi incastonati nell’Appennino oppure appena al di fuori dai nostri raccordi e tangenziali, congelandoli nel tempo salvo il normale deperimento degli anni.

Proprio per valorizzare questi centri, cercare di ripopolarli restaurandone anche gli edifici dagli anni ’90 vi è stato un progressivo interessamento sia degli Enti Locali (quelle che una volta erano le Pro Loco e le Province) sia da parte dei privati che tramite Associazioni danno nuova vita ai borghi attraverso iniziative enogastronomiche e culturali.

Nel Lazio ad esempio abbiamo il borgo fantasma di Celleno, arroccato su di uno sperone di tufo nella provincia di Viterbo, dominato del bellissimo castello Orsini e segnato da numerose viuzze (tra cui il cosiddetto “angolo del bacio”, meta di numerose coppie per un romantico selfie) oppure Monterano, in provincia di Roma, feudo degli Altieri che diedero mandato a Gian Lorenzo Bernini di arricchire il palazzo e le piazze del borgo, lasciando così in eredità la stupenda Fontana del Leone, tuttora simbolo del centro abitato.

In Abruzzo un caso simbolo di recupero del territorio si trova in Santo Stefano Sessanio, borgo sviluppatosi grazie alla transumanza, che ha conosciuto diversi periodi di splendore dovuti anche alla presenza medicea tra i signori del luogo e poi spopolato tra terremoti e mancanza di offerte economiche alternative.
All’inizio degli anni Duemila un giovane imprenditore, Daniele Kihlgren, milanese di origini svedesi, ha acquistato gran parte del borgo per realizzarci un albergo diffuso: si tratta di “una struttura ricettiva che fornisce tutti i servizi alberghieri, e che utilizza case molto vicine tra di loro. Le case diventano le camere e gli spazi di accoglienza (dalla reception alle sale comuni, al punto ristoro)” .
L’iniziativa ha avuto talmente tanto successo da essere esportata anche a Matera, con l’acquisto di diverse grotte disabitate a fini turistici.

Ma cosa conquista della scoperta di questi borghi abbandonati e in cerca di una seconda opportunità che restituisca loro nuova vita?
La possibilità di un’esperienza unica nel suo genere, a contatto con la natura degustando le specialità del luogo secondo una filosofia che predilige un approccio costruttivo e specifico di quel territorio, che rifugge le logiche predatorie del turismo di massa, che dà un’opportunità a famiglie ed imprenditori del luogo di sviluppare progetti di recupero e sensibilizzazione verso la storia e le tradizioni locali, coinvolgendo magari anche gli Enti territoriali e le scuole nelle attività di didattica e promozione.

Partiamo dunque alla scoperta dei borghi minori abbandonati o in via di recupero: le sorprese non mancheranno e l’unico fantasma che avremo scacciato sarà la perdita di questo patrimonio. Alla prossima puntata!