AMBIENTE : NEL 2001 FU LANCIATO L’ALLARME. NESSUNO LO HA ASCOLTATO

Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, necessità di modelli economici e di consumo fondati sul riciclo, in una parola sostenibilità. Il movimento No Global, che da Seattle a Genova tra il vecchio e il nuovo secolo chiedeva questo cambiamento. Da Genova abbiamo perso vent’anni.

APPROFONDIMENTO
Alessio Ramaccioni
AMBIENTE : NEL 2001 FU LANCIATO L’ALLARME. NESSUNO LO HA ASCOLTATO

Cambiamenti climatici, dissesto idrogeologico, necessità di modelli economici e di consumo fondati sul riciclo, in una parola sostenibilità. Il movimento No Global, che da Seattle a Genova tra il vecchio e il nuovo secolo chiedeva questo cambiamento. Da Genova abbiamo perso vent’anni.

Un altro mondo è possibile”: uno slogan, cinque parole che rimandano quasi in automatico al 2001. O meglio, ad un periodo che va dalla fine degli anni ’90 ai primissimi anni 2000, caratterizzati a livello globale da un movimento mondiale che chiedeva rinnovamento e cambio di passo su temi come l’eguaglianza sociale, lo sfruttamento dell’essere umano e dell’ambiente, il modello economico di riferimento, l’inquinamento. Una piattaforma di richieste sociali, politiche, economiche ed ambientali che appariva rivoluzionaria e decisamente lontana da quello che era il pensiero economico-politico dominante in quella fase storica. Crescita, crescita, crescita: questo era il mantra che determinava le scelte di chi governava il pianeta, e che allora non appariva agli occhi della maggior parte della gente così drammaticamente surreale come invece è oggi.
Il Movimento No Global, o Popolo di Seattle, durò poco: fu messo a tacere nel modo che tutti ricordiamo.

Apparve in maniera formale nel 1999 appunto a Seattle, con una serie di enormi manifestazioni contro la conferenza dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: la violenza degli scontri e l’ampiezza della protesta chiarirono immediatamente la portata di quel movimento, la sua natura e le sue richieste. Una feroce e contestualizzata critica alla globalizzazione, soprattutto in ambito economico: il movimento No Global aveva come principale “nemico” il globalismo neo-liberista nella sua forma più aggressiva e spregiudicata. Quello fondato sull’assioma della crescita infinita, senza limiti e da perseguire a tutti i costi, che è stato poi drammaticamente confutato con la crisi finanziaria globale del 2008 ed oggi con l’emergenza climatica a cui stiamo al momento assistiamo quasi inermi.

Tra le tante istanze che andavano a costituire la proposta politica del Movimento No Global c’era infatti anche quella relativa all’ambiente: lo sfruttamento sfrenato delle risorse, dell’ambiente, dei territori (oltre che ovviamente delle persone) era destinato a creare danni irreversibili, se non interrotto o quantomeno limitato in tempo. Quel movimento finì, praticamente, con il G8 di Genova del 2001. Finì nel modo che tutti conosciamo, con il portato di violenza e brutalità che – soprattutto in Italia – resero molto difficoltoso il recupero di quelle proposte politiche. In realtà in tutto il mondo si assistette ad un arretramento rispetto a quei i temi: la repressione fu davvero violenta, e con l’11 settembre le priorità cambiarono del tutto. Andando però a riguardare quel movimento, quelle proteste, in particolare quelle richieste, appare evidente come uno dei concetti più forti che esprimevano era quello della necessità di pratiche sostenibili. Di sostenibilità, insomma. Quella di cui si parla tanto oggi, e che – tra l’altro – rappresenta l’elemento centrale di analisi di questo giornale.

Una sostenibilità economica, sociale, politica ed ambientale: questo richiedeva quel movimento, attraverso una piattaforma che era considerata rivoluzionaria. L’economista Carlo Cottarelli, che in quel periodo lavorava per il Fondo Monetario Internazionale, in una recente intervista all’Huffington Post, ha evidenziato la miopia di quella classe dirigente: “Quei movimenti guardavano in avanti e chi allora guidava l’economia e la finanza internazionale si rendeva solo in parte conto dell’entità dei fenomeni che stavano accadendo. Una ammissione di colpa (non sua in particolare, ma di chi decideva allora) che onestamente, a prescindere da ideologia e posizioni politiche personali, rende evidente la portata dell’occasione che fu persa. E ha aggiunto: “Con la crisi del 2008, le istituzioni che governano l’economia mondiale hanno iniziato a riflettere sul fatto che la globalizzazione poteva avere non solo effetti positivi, ma anche negativi. Abbiamo assistito a un vero e proprio ripensamento della globalizzazione stessa”.
Affermazioni che, associate alle tante dichiarazioni di intenti che la politica a livello mondiale sta proponendo da qualche anno, potrebbero far pensare ad un tardivo ma reale cambiamento di approccio. Ed i paletti posti dall’Unione Europea rispetto all’erogazione del Recovery Fund potrebbero rafforzare questa impressione.

Ma purtroppo non è così: l’esito del recentissimo G20 di Napoli (di cui parliamo nel nostro articolo di fondo QUI) lo dimostra. Più parole che fatti, e lo spiega bene anche Cottarelli, nell’intervista già citata: “Occuparsi nell’immediato dell’ambiente ha un costo. La politica e i cittadini non vogliono pagarlo. In Europa c’è una sensibilità maggiore che in altre parti del mondo, ma ci sono ancora molte variabili che possono affossare nuovamente questo impegno”.

Ecco dunque che l’impressione che nel 2001 si sia persa un’enorme occasione si rafforza. È addirittura evidente, ed è accompagnata da un pensiero ed una domanda: quelle richieste arrivavano 20 anni fa, e per chi le proponeva erano urgenti. Dopo quattro lustri di sostanziale inerzia, siamo ancora in tempo? Le tragedie ambientali e climatiche che stiamo vivendo (vedi l’alluvione in Germania e Belgio, i devastanti incendi in Sardegna, i 50 gradi centigradi che uccidono in Canada e via dicendo) sono eventi abbastanza gravi da indurre un cambio di approccio definitivo, che abbia al centro la sostenibilità, “adesso e subito?”. Dopo Greta e i Friday for Future, dopo la pandemia e l’apparente cambio di marcia almeno in Unione Europea, qualche speranza in più c’è. Ma venti anni sono tanti, e la frustrazione per quel che poteva essere e non è stato è ancora davvero tanta.

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