ANIMALI BRUTTI SPORCHI E CATTIVI: GLI SPORCHI

Nella seconda puntata degli ‘animali meno animali di altri’ approfondiamo due specie considerate “sporche” per scoprire la loro sorprendente etologia.

AMBIENTE
Chiara Grasso*
ANIMALI BRUTTI SPORCHI E CATTIVI: GLI SPORCHI

Nella seconda puntata degli ‘animali meno animali di altri’ approfondiamo due specie considerate “sporche” per scoprire la loro sorprendente etologia.

Il dietro le quinte di due degli animali considerati ‘sporchi’, detestati dalla maggior parte delle persone, proprio perché considerati infestanti e dannosi.

Non è colpa nostra se ci avete introdotti e ucciso il nostro predatore.

Si sente molto parlare di loro ultimamente. Invadono le città, rovistano nelle spazzature, spaventano i passanti, distruggono i campi degli agricoltori scatenando vere e proprie rivolte. La caccia al cinghiale sembra essere diventata la priorità di chi vive in campagna, come se fosse questa la soluzione ai problemi che indubbiamente questi ungulati stanno creando. Peccato non sia la soluzione al problema, ma la causa! Facciamo un passo indietro e chiediamoci come mai siamo arrivati a questa situazione, oggi. Chi sono questi cinghiali? Come ci ricorda anche Sauro Presenzini, presidente WWF Perugia, il cinghiale maremmano (Sus scrofa) della famiglia dei suidi, era un “mite” cinghiale piccolo di taglia, max 70-80 kg che faceva una sola cucciolata all’anno di 2-3 esemplari, esso è stato oggi ormai “eradicato” soppiantato da un porcastroproveniente dall’est europeo. Il cinghiale ungherese fu infatti introdotto in Italia esclusivamente per fini venatori decenni fa, perché più grosso e soddisfacente da uccidere e secondo Presenzini “è del tutto alieno per i nostri territori, ha una taglia anche tripla rispetto al piccolo maremmano, la sua prolificità è quadruplicata, sfornando carovane grufolanti di 10-12 piccoli cinghiali, di norma due volte l’anno, ma anche tre volte, cosa non infrequente, in presenza di abbondanza di cibo e clima favorevole. Carovane grufolanti che diventeranno poi il “bersaglio mobile”, per il sollazzo e gioco dei provetti e nostrani ‘Rambo’”. Per il Wwf, come per molti etologi e conservazionisti, infatti, intensificare la caccia al cinghiale non è una soluzionenon solo perché non fa altro che premiare chi sta alla radice del problema, ma anche e soprattutto perché crea un vero e proprio circolo vizioso.”  È stato infatti dimostrato che quanto più è alta la pressione venatoria, tanto più aumenta la fertilità degli animali.
Oltre all’introduzione artificiale di questi cinghiali ungheresi molto più dannosi dei nostri, ormai spariti, il problema all’apice dell’espansione dei cinghiali è la diminuzione dei lupi: i principali predatori dei cinghiali. I lupi hanno infatti rischiato l’estinzione all’inizio degli anni ’70 in Italia a causa del bracconaggio. Oggi, grazie alle tutele, ai corridoi ecologici, alla sensibilizzazione e al monitoraggio del grande carnivoro, i lupi sono spontaneamente tornati nella nostra penisola, e chissà che con un po’ di pazienza e dando loro un po’ di tempo non facciano tornare l’equilibrio tra prede e predatori…sempre che l’essere umano non si intrometta.

Se ti faccio schifo fammi uscire da casa tua senza uccidermi.

Se chiedessimo a dieci persone qual è l’animale che suscita loro più ribrezzo e paura, forse più della metà nominerebbe il ratto. La ragione in realtà è abbastanza fondata nel nostro DNA preistorico, visto che storicamente i topi erano portatori di malattie e infezioni. Infatti, Jeffrey Lockwood, entomologo e filosofo dell’Università del Wyoming, nel suo libro The Infested Mind: Why Humans Fear, Loathe, and Love Insects ha proposto una spiegazione a questa nostra sensazione di disgusto.  Secondo lo studioso, il disgusto provato dagli esseri umani per alcune specie è strettamente connesso alla nostra storia evolutiva. Secondo questa teoria, in maniera simile a quanto avviene per gli stimoli che ci incutono paura, il nostro passato evolutivo ha segnato il nostro modo di percepire gli animali, modellando le nostre reazioni al disgusto.  Il nostro rapporto avverso con topi e pantegane sarebbe legato alla loro presenza, fin dalla notte dei tempi, nei pressi diresti di cibo e poi successivamente nelle abitazioni umane e nei granai.

Come se non bastasse, ci si mette di mezzo anche l’etologia: i topini, così come gli insetti, si muovono velocemente in maniera imprevedibile e si fa fatica a controllarli. La loro «stranezza», dal punto di vista antropologico, ci mette in allerta e rappresenta per noi qualcosa di potenzialmente pericoloso, innescando così la nostra reazione.
Il nostro disgusto per questi animaletti è quindi quasi normale o per lo meno fondato dal punto di vista evolutivo e biologico. Oggi però, non viviamo più nelle caverne e ci siamo evoluti anche a livello di sensibilità e conoscenza delle specie. Se dovessimo trovare un ratto in casa o in giardino, evitiamo di prenderlo a sassate o utilizzare dannosi topicidi o veleni, dannosi anche per noi, per i nostri animali da compagnia e per l’ambiente. La soluzione non è nemmeno quella di far morire di stenti, soffrendo dentro una trappola mortale un povero topo che non ha colpe se non quella di aver scelto la casa sbagliata. Esistono in vendita, infatti, delle ottime trappole per topi che catturano l’animale senza ucciderlo, in modo da liberarcene ma evitando inutili sofferenze, inquinamento e morte. Insomma, un win to win che potremmo chiamare: convivenza e rispetto animale.