ATTENZIONE AL CARBONE: RISCHIAMO UN BOOMERANG AMBIENTALE

Gli scenari bellici tra Russia e Ucraina hanno fermato la riconversione delle centrali a carbone verso fonti di energia sostenibile, ma il rischio è di aumentare il riscaldamento dei nostri territori stravolgendo clima e habitat.

APPROFONDIMENTO
Valentino De Luca
ATTENZIONE AL CARBONE: RISCHIAMO UN BOOMERANG AMBIENTALE

Gli scenari bellici tra Russia e Ucraina hanno fermato la riconversione delle centrali a carbone verso fonti di energia sostenibile, ma il rischio è di aumentare il riscaldamento dei nostri territori stravolgendo clima e habitat.

L’Italia è un Paese povero di materie prime”.
Quante volte sui libri delle elementari abbiamo sottolineato questa frase interiorizzando così la non autosufficienza energetica del Bel Paese?
Ricco sì di storia, cultura, meraviglie architettoniche e natura, ma povero quando si parla di fonti energetiche, per lo più derivanti da idrocarburi.

E’ normale che preoccupi l’evoluzione bellica nei rapporti tra Russia e Ucraina perché ci mette di fronte, con tutta la sua drammatica evidenza, alla nostra dipendenza dall’estero per quanto riguarda gas e petrolio.
L’approvvigionamento energetico è tra i temi sul tavolo delle relazioni internazionali in queste ore, con gli stati occidentali che, volendo colpire la Russia economicamente, pensano di indebolirla proprio nel suo ruolo di principale fornitore all’Europa di quelle famose materie prime delle quali il Vecchio Continente (e l’Italia in particolare, stando ai manuali di scuola) avrebbe penuria.

Mario Draghi sta lavorando con la presidente della Commissione UE Ursula von der Leyen (ovviamente in contatto con Washington) per sganciarsi progressivamente dal gas russo.
Obiettivo? Dimezzare le importazioni nel breve periodo sino ad azzerarle, tramite il raddoppio del TAP, il gasdotto che attraversando Grecia e Turchia porta sino a Lecce il gas azero ed aumentare il numero dei rigassificatori per la riconversione di gas liquido.
L’ex presidente della BCE infatti sa bene che noi attualmente dipendiamo per il 45% dal gas russo, il quale negli ultimi dieci anni ha avuto un aumento del 27%.
L’azzardo di Putin nello scatenare una guerra potrebbe essere l’occasione per accelerare la fine di questa dipendenza favorendo altri scenari.

Ragionando sul breve periodo però in queste settimane si è parlato molto delle centrali a carbone e a come utilizzare questa fonte di energia per sopperire ad eventuali deficit derivati dal peggioramento degli scenari bellici sul fronte ucraino.
Ma quali sono le centrali a carbone ancora attive in Italia e quali sono i costi, economici, ma anche ambientali, da sostenere nel caso di una loro riattivazione o intensivo sfruttamento?

Partiamo innanzitutto dalle dichiarazioni del Presidente del Consiglio: “Potrebbe essere necessaria la riapertura delle centrali a carbone, per colmare eventuali mancanze nell’immediato” – ha dichiarato alla Camera Mario Draghi.

Sono 7 le centrali a carbone presenti in Italia, di cui 5 sono in capo all’Enel mentre le altre due fanno riferimento al gruppo Ep produzione e all’azienda A2a.
A dicembre 2021 gli impianti a carbone con una capacità di 682 mw sono stati fermati poiché, come detto, l’obiettivo era arrivare al 2025 senza dipendere dal carbone in nome della transizione ecologica.

A Draghi ha fatto eco anche il ministro tedesco all’Economia, Robert Hacbeck, che in tv ha dichiarato: “la Germania è pronta. Nel caso estremo, nel breve termine si potranno tenere in funzione le centrali a carbone”.

Questo ci porta a fare delle considerazioni di natura ambientale e non solo: purtroppo il nostro modello di sviluppo economico e di fabbisogno energetico non è sostituibile (e dunque sostenibile) nell’immediato. Pensare a un avvicendamento nel breve termine tra combustibili fossili ed energia generata da eolico e solare, per citare due tra le principali fonti di energia alternativa, purtroppo rimane utopia.

La seconda considerazione riguarda le conseguenze che uno sfruttamento intensivo di fonti non rinnovabili e ad alto impatto ambientale possono avere sul nostro ecosistema.
Responsabile acclarato dell’aumento della temperatura e del mutamento delle condizioni climatiche, l’inquinamento derivante da fonti non rinnovabili e di natura fossile potrebbe rivelarsi un passo falso per quei paesi come l’Italia che, avendo nel turismo uno dei punti di forza della propria economia, vedrebbero stravolgere nel giro di pochi anni le favorevoli condizioni climatiche ed ambientali del proprio territorio per una progressiva tropicalizzazione dell’ecosistema, perdendo quella capacità attrattiva data dalla sua posizione geografica e dalla fascia climatica d’appartenenza.

Puntare esclusivamente o principalmente su fonti non rinnovabili, a partire dall’assai inquinante carbone, purtroppo si rivelerebbe scelta miope, rischiando di trasformarsi in un vero e proprio boomerang capace, tra le diverse conseguenze nefaste, anche di azzerare le entrate del turismo.
Che, sempre secondo i vecchi manuali di scuola, viene da sempre definito “il nostro petrolio”.