BUON COMPLEANNO AL MEZZO SECOLO DEI “LIMITI ALLA CRESCITA”

I “Limiti alla crescita” è il libro che ha indicato, per la prima volta, il rapporto tra uomo e ambiente, quale grande sfida della nostra epoca. Una tema, diventato una problematica, destinato a riscaldarsi paradossalmente a partire dal prossimo, cinquantesimo, anniversario.

AMBIENTE
Alessio Mariani
BUON COMPLEANNO AL MEZZO SECOLO DEI “LIMITI ALLA CRESCITA”

I “Limiti alla crescita” è il libro che ha indicato, per la prima volta, il rapporto tra uomo e ambiente, quale grande sfida della nostra epoca. Una tema, diventato una problematica, destinato a riscaldarsi paradossalmente a partire dal prossimo, cinquantesimo, anniversario.

Correva l’anno 1972, era il 3 marzo quando allo Smithsonian Institution  fu presentato al pubblico di Washington il primo rapporto al Club di Roma, “The limits to growth”.  Il libro ebbe un impatto decisivo sulla nostra epoca, rivelando la tematica del rapporto uomo-ambiente quale problematica ineludibile per l’edificazione di un futuro sereno e permettendo al nascente movimento ambientalista di rafforzarsi e giungere alla dimensione globale.

Il Rapporto mostrò infatti come l’impresa di sviluppo, economica e tecnologica, nella quale si erano lanciati gli uomini, andasse incontro a limiti naturali non valicabili e verso una china dolorosa. Meglio quindi frenare e con dolcezza nell’ampio spazio ancora disponibile.

Lo studio scientifico, precedente la pubblicazione, era stato promosso dal Club di Roma: think tank avveniristico, fondato dall’industriale torinese Aurelio Peccei e realizzato presso il Massachusetts Institute of  Technology (Mit). Dove, Dennis Meadows (direttore del progetto), Jørgen Randers, William Beherens III, Donella H. Meadows (principale autrice del libro) ed altri giovani ricercatori applicarono le tecniche della dinamica dei sistemi, sviluppate da Jay Wright Forrester.

Così, fu creato il programma informatico World 3, in grado di proiettare verso l’avvenire cinque linee di tendenza decisive: della demografia, della produzione alimentare, della disponibilità di risorse esauribili, dell’inquinamento e del capitale industriale, inteso in senso materiale.

Pertanto, nei laboratori del Mit, basandosi sui dati storici raccolti dagli studiosi, decine di equazioni non lineari indagarono il futuro, grazie alla potenza di calcolo della “nuova” tecnologia informatica. World 3 valutò un intreccio di relazioni molto complesso; ciò nonostante è facile osservare alcuni casi istruttivi, per rendersi conto della dinamica generale. Ad esempio, la popolazione mondiale futura venne anticipata, considerando il numero di figli per donna, l’età del primo parto ed il tasso di mortalità, i quali a loro volta variavano nel corso del tempo secondo l’andamento di numerosi altri parametri.

In particolare, la razione alimentare pro capite influiva sull’indice di mortalità. Allora, World 3 tentava di incrementare la produzione agricola al crescere della popolazione, investendo in fertilizzanti, macchine, impianti irrigui; pur con un dispendio sempre maggiore, a causa dell’impegno crescente, necessario a coltivare le terre peggiori e a controbilanciare l’impoverimento dei suoli, conseguente l’inquinamento e la stessa agricoltura industriale.

In maniera simile, il modello prevedette come i costi delle risorse non rinnovabili sarebbero aumentati in maniera progressiva, deviando l’impiego del capitale industriale dalle altre necessità.

Quindi, se gli affari fossero proseguiti al solito modo, con il tentativo di crescita esponenziale ed infinita di popolazione e capitale industriale, cosa sarebbe accaduto nella simulazione informatica?

Questo primo esperimento rivelò come la crescita della popolazione tendesse a esaurire le risorse non rinnovabili e ad elevarne il costo, distogliendo il capitale industriale dalla produzione alimentare, dall’ammodernamento delle infrastrutture a fine vita, dalla lotta contro l’inquinamento. Nella seconda metà del XXI secolo, il tasso di mortalità si sarebbe impennato, contemporaneamente al crollo della quantità di risorse e capitale industriale pro capite, ovvero del benessere umano.

Una scoperta inquietante, tanto più che il secondo esperimento simulò una ricerca in grado di raddoppiare la quantità di risorse non rinnovabili estraibili, rimandando il collasso soltanto di pochi anni. E lo stesso accadde in una simulazione nella quale gli scienziati immaginarono una tecnologia in grado di raddoppiare risorse e rese agricole, ridurre ad un quarto l’inquinamento necessario ad ogni unità di prodotto industriale, limitare le nascite ai figli desiderati e riciclare molte materie prime.

Incompleto e grossolano come sottolineato dai suoi stessi programmatori, World 3 non poteva certo prevedere la popolazione mondiale o gli idrocarburi disponibili in un certo anno. Le dodici simulazioni tentarono soltanto di anticipare tendenze di crescita, declino, equilibrio o collasso, svolgendo diversi esperimenti come quelli della scoperta di nuovi giacimenti o di un’efficace tecnologia verde. In tale luce, la ricerca successiva ha confermato l’affidabilità di  World 3.

Il risultato degli esperimenti fu comunque sconcertante. Le sorti progressive della Modernità non erano magnifiche. Pur molto utili, scienza e tecnica non potevano permettere la crescita infinita; vano ridurre di un quarto l’inquinamento di ogni prodotto, quando si lascia che la produzione aumenti secondo la logica del mercato, ben più di quattro volte.

Si può discutere sulla necessità che popolazione e capitale interrompano adesso la propria crescita, ma nessuno, crediamo, può sostenere che essa possa continuare indefinitamente sul nostro pianeta…” (I limiti alla crescita).

Possibile evitare il collasso? Si cercò quindi di impostare World 3 in base ai criteri della ragione umana, anziché di quella economica. Il sistema fu programmato in modo da continuare la crescita fino a garantire una disponibilità pro capite di prodotti industriali, alimenti e servizi, sufficienti per ogni abitante della Terra e raggiungere, al contempo, un indice di natalità pari a quello di mortalità come di limitare il tasso di investimento a quello di logoramento del capitale industriale. Allora la simulazione raggiunse uno stato di equilibrio complessivo, tale da permettere la crescita ed il declino dei singoli settori a seconda delle circostanze, senza turbare la bilancia.

Forse, ipotizzarono gli scienziati, un equilibrio in cui le tecnologie di automazione avrebbero creato più tempo libero anziché più disoccupati ed i problemi sociali sarebbero stati curati con diligenza. Sicuramente per evitare il peggio, occorreva iniziare la transizione in tempo.

I limiti alla crescita conobbe una larghissima diffusione, decine di lingue, milioni di copie. Peccei riuscì nel suo intento: indagare scientificamente la problematica che aveva intuito e a lanciare un dibattito mondiale, coinvolgendo i più alti livelli economici e politici. La proposta fondamentale di abbandonare l’ottimismo tecnologico e limitare volontariamente la crescita materiale trovò adesioni e critiche, trasversali allo spartiacque destra/sinistra della politica.

In Italia, il Corriere della Sera di Giulia Maria Crespi accolse I limiti alla crescita, favorendone la diffusione; mentre Il Sole 24 rifiutò drasticamente il primo Rapporto al Club di Roma, nel metodo e nei contenuti. Sull’altro versante, gli interventi al convegno Uomo natura e società (1971) dell’Istituto Gramsci, mostrarono grande attenzione per la crisi ambientale, pur da inquadrare nelle categorie del marxismo e nel movimento operaio; mentre l’Unità e Rinascita associarono bruscamente I limiti alla crescita ad una concezione colonialista, autoritaria, tecnocratica e neomaltusiana da rifiutare con decisione.

Certo né il libro né la discussione riuscirono a frenare l’ottimismo e lo slancio economico degli anni Ottanta, Novanta e Duemila. Ogni eco andò perdendosi. L’economia e l’essere umano stesso inclinano al pensiero a breve termine. I limiti alla crescita scrutavano il futuro fino al 2100, difficile ispirare un’azione decisa verso un orizzonte tanto lontano, quando c’era ancora molto tempo da perdere, terra da sfruttare, aria da inquinare.

Il cinquantesimo anniversario dei Limiti alla crescita giunge così in un momento di rinnovata attualità. Dopo mezzo secolo, i limiti sono più vicini, la problematica dell’uomo e dell’ambiente scotta. Lo spazio di frenata prima della china dolorosa si è ristretto. Dunque, quali prospettive ?

Il gruppo di ricerca raccomandò di frenare la crescita della popolazione e del capitale industriale.

L’attuale livello di popolamento globale non è facile da sostenere ma il numero di figli per donna è declinato oltre le previsioni di World 3 e l’arresto della crescita demografica è plausibile attorno metà secolo.

Le ambizioni dell’economia invece preoccupano. Gli studiosi raccomandarono di calmare la crescita del capitale industriale, inteso in senso materiale; un parametro che tende a sovrapporsi a quello della semplice crescita economica: ovvero alla crescita del Pil, idolo contemporaneo. Per questa ragione, I limiti alla crescita causarono una rottura culturale radicale, mal temperabile dallo spazio teorico che rimase aperto in favore di un’espansione economica puramente monetaria: senza l’impiego di più risorse naturali, senza la produzione di più beni fisici ed energia e senza  più inquinamento; come mai si è verificata nella storia.

Il concetto di impronta ecologica, elaborato attorno alla metà degli anni Novanta, aiuta a capire meglio la questione, confrontando il consumo umano di risorse con la capacità naturale di rigenerarle e metabolizzare l’inquinamento. Nel 1970 i consumi umani pareggiavano la facoltà rigenerativa della Terra o, in metafora economica, le spese uguagliavano il reddito. Nel 2021, il reddito disponibile per tutto l’anno è stato esaurito già il 29 luglio. Poi il consumo è continuato, intaccando il risparmio di capitale naturale.

Ogni anno, il Giorno dello sforamento terrestre (Earth overshoot day) si presenta con maggiore anticipo. Occorre invertire la tendenza prima che il risparmio finisca. Soprattutto perché foreste e oceani possono assorbire soltanto metà dell’anidride carbonica che immettiamo nell’atmosfera.

Ma la domanda sul come resta aperta, ormai da cinquant’anni.