BUON COMPLEANNO PRIMAVERA SILENZIOSA

Rachel Carson disse no per prima: alla pretesa di controllare la natura con la tecnica, alla contaminazione universale e al Ddt. La ricordiamo nel sessantesimo anniversario del suo libro-dununcia Primavera silenziosa.

APPROFONDIMENTO
Alessio Mariani
BUON COMPLEANNO PRIMAVERA SILENZIOSA

Rachel Carson disse no per prima: alla pretesa di controllare la natura con la tecnica, alla contaminazione universale e al Ddt. La ricordiamo nel sessantesimo anniversario del suo libro-dununcia Primavera silenziosa.

“L’uomo ha perduto la capacità di prevenire e prevedere. Andrà a finire che distruggerà la Terra”. Queste parole di Albert Schweitzer – medico e filosofo – rappresentano ancora oggi un monito di cui tener conto se vogliamo salvaguadare il nostro Pianeta.  Cosa che invece ebbe ben chiara la biologa e scrittrice statunitense Rachel Carson (1907-1964) quando il  27 settembre del 1962,  pubblicò Primavera silenziosa, la sua ultima opera dedicata peraltro  proprio a Schweitzer.

Dopo avere accompagnato tanti lettori nella meraviglia dei mari e degli oceani, la poetica divulgazione scientifica della Carson si era rattristata. In molte città e paesi degli Stati Uniti ma non solo, picchi, cardinali, fringuelli, capinere agonizzavano tra gli spasmi ai bordi delle strade o nei giardini: non cantavano più. La primavera era diventata silenziosa, per quale ragione ?

La Carson rispose alla domanda con una grande inchiesta-denuncia, tanto forte da elevare a simbolo e mettere infine fuori legge il famigerato Ddt (dicloro-difenil-tricloroetano). Ma ancor più  Primavera silenziosa invitò a riflettere sull’arroganza del mondo moderno che rotto l’equilibrio, pretende di riparare ai danni con il controllo tecnico della natura.

Il caso dei pettirossi americani del Midwest e del New England fu esemplare. In quelle regioni la cultura popolare associava la migrazione degli uccelletti all’inizio della primavera. Verso la fine dell’inverno, molte persone scrutavano il cielo per avvistare il primo pettirosso ed i giornali facevano cronaca della ricomparsa delle piume vermiglie, tra i rami dell’olmo bianco, l’albero caratteristica di quel paesaggio.

Poi, la Malattia dell’olmo olandese giunse dall’Europa: un fungo iniziò a proliferare nei vasi linfatici, uccidendo le piante; mentre i coleotteri trasportavano le spore appiccicose verso gli alberi sani. Attorno alla metà degli anni Cinquanta, il Ddt pareva la soluzione opportuna, per uccidere i coleotteri e salvare gli olmi.

L’Università del Michigan State iniziò a disinfestare i propri terreni nel 1954, proprio mentre era in corso uno studio sui pettirossi. Gli uccelli passarono da almeno 370 a poche dozzine. Infine, nel 1957, nessuna coppia riuscì a riprodursi. I nidi rimanevano vuoti o, per quanto i pettirossi s’intestardissero a covare oltre i tredici giorni, la schiusa non giungeva mai. Poco dopo, su quel terreno, la specie si estinse.

I ricercatori dovettero interrompere lo studio ma riuscirono a comprendere l’accaduto. Il Ddt formava sulle foglie una pellicola resistente all’acqua. In autunno, le foglie cadevano, producendo un humus tossico. I lombrichi si nutrivano contaminandosi. A primavera, giungevano i pettirossi. Quindici vermi, le prede di un quarto d’ora di caccia o poco più, bastavano per la dose letale. Quindi, l’insetticida si concentrava nelle ovaie e nei testicoli degli esemplari che non morivano. Nel 1959, il Caranbrook Institute of Science di Blonfield Hills censì nel proprio comune 63 diverse specie di uccelli, colpite dagli insetticidi.

Ad ogni disinfestazione, le autorità venivano tempestate da lettere e telefonate. Eppure, dopo dieci anni di trattamenti, Greenwich (Connecticut) perse tutti gli olmi e ad Urbana (Illinois) seccò l’86% degli alberi. Mentre  lo Stato di New York che aveva affrontato la Malattia dell’olmo prima dell’uso civile degli insetticidi, non aveva da temere. Abbattimento degli alberi malati, rimozione di tronchi e rami morti (ove proliferano i coleotteri), introduzione di specie di olmo più resistenti avevano limitato la malattia.

La lezione è chiara. L’equilibrio naturale frena le infestazioni grazie a nemici biologici e varietà del paesaggio. Ad esempio, un insetto che si nutre solamente di grano non può diventare infestante, se l’uomo non rompe l’armonia in suo favore: con la monocultura. Quando le coltivazioni sono varie ed un ambiente naturale sano distanzia i campi tra loro, gli insetti causano pochi problemi. Purtroppo, i filari di olmo furono teatro artificiale soltanto di un episodio limitato. La grande pioggia di insetticidi cadeva sull’agricoltura. Nella sfida darwiniana con l’emersione di ceppi di insetti sempre più resistenti, Clordano, Dieldrina, Parathion e molti altri prodotti avevano già dovuto superare la tossicità del Ddt. Gli insetticidi erano parte dell’economia e del modo di vivere.

Così la Carson guardò oltre i pettirossi ed oltre i sessant’anni dalla Primavera silenziosa, riconoscendo una problematica sistemica: rotto l’equilibrio, l’agricoltura industriale ha richiesto la contaminazione universale ed originato numerose sfide collaterali, ancora irrisolte. Nuove sostanze chimiche, “accettabili” residui di veleno negli alimenti, inquinamento del suolo e delle acque, moria di insetti impollinatori, pressioni politico-economiche sulla legislazione, introduzione di specie aliene che diventano infestanti, sono temi ancora attuali. Vale allora la pena di seguire almeno alcune riflessioni della biologa.

La discussione sulle soglie innocue di Ddt ed altri insetticidi da permettere o meno negli alimenti era già aperta, come quella sulla quantità necessaria ad avviare il processo di accumulo nel corpo umano.

L’americano medio, lontano dal lavoro nei campi o nell’industria chimica, accumulava in media tra 5,3 e 7,4ppm (parti per milione) di Ddt nel suo corpo. Una dose non innocua ma inevitabile. Oltre la discussione, di fatto, l’alimentazione comportava l’accumulo. Lo United States Public Health Service analizzò le mense di istituti e ristoranti, il Ddt condiva ogni piatto. E quando la Food and Drug Administration controllava il latte, per il quale la legge imponeva una tolleranza zero, sempre risultavano contaminazioni. D’altra parte, lo stesso ente governativo rilevava molti abusi perfino in erba. Se l’irrorazione nei campi supera la quantità raccomandata, lo stesso accade per la soglia legale degli alimenti; specialmente quando il trattamento avviene in prossimità del raccolto.

Secondo la Carson, dubbi sull’effettiva innocuità della dose minima, somma di più dosi nel corso dei pasti, difficoltà di valutazione preventiva consiglierebbero di rinunciare agli insetticidi più tossici come idrocarburi clorurati e alchilfosfati. Se pure in mancanza di una dimostrazione causale (per l’uomo ma non in laboratorio) l’ascesa dell’epatite coincideva con la diffusione globale degli idrocarburi clorurati, aggressivi verso il fegato.

L’inquietudine più grave era tuttavia il cancro. Nel corso di milioni di anni, la vita si è evoluta in modo da convivere pacificamente con la maggior parte delle sostanze presenti in natura, scomposte e ricomposte nel corso dei cicli naturali. Tanto più che soltanto pochi elementi cancerogeni precedevano l’esperienza biologica e le creature vi si sono adattate nel corso delle ere: piume, scaglie, pigmentazione della pelle contro raggi ultravioletti.

Con l’epoca industriale, moltissime sostanze chimiche nuove, estranee ai cicli e pertanto tendenti all’accumulo, sono state immesse nell’ambiente in maniera repentina. Tra queste, insetticidi come il Ddt e prodotti affini, dispersi ovunque a piccole dosi, sono cancerogeni. Negli Stati Uniti, secondo il National Office of Vital Statistics, le malattie tumorali avevano moltiplicato la propria incidenza sui decessi dal 4 al 15%, nel breve spazio tra il 1900 e il 1958.

Tanto più che la pericolosità di una nuova sostanza chimica può emergere anche parecchio tempo dopo la sua invenzione, quando è ormai difficile rinunciarvi o bonificare l’ambiente.

Molti anni dopo, nell’ormai classica prefazione a Primavera silenziosa, il vicepresidente degli Stati Uniti Al Gore ha raccontato di come la sua amministrazione avesse ereditato una realtà peggiore di quella temuta dalla Carson: con una doppia quantità di insetticidi irrorata nei campi e generazioni di bambini esposte a residui centinaia di volte più alti di quelli che avrebbero dovuto essere tollerati. Mentre l’ampia disponibilità di sistemi di lotta biologica ai parassiti era rimasta sotto utilizzata.

Del resto, quando il New Yorker aveva pubblicato i primi estratti di Primavera silenziosa, la Carson era stata definita isterica ed estremista. Mentre le sue qualità di scienziato venivano messe in dubbio dalla stampa. Addirittura, la corporation Velsicol tentò un’azione legale per bloccare la pubblicazione dell’opera e l’American Medical Association appoggiò le tesi delle industrie chimiche, decise a difendere lo status quo. Fu la prima campagna mediatica negazionista sui temi dell’ambiente: la coincidenza statistica diversa dalla casualità (e dalla prudenza?), gli effetti sugli animali non riportabili automaticamente sull’uomo.

Tutto ciò non impedì alla Carson di portare per la prima volta l’ecologia in televisione e sui maggiori giornali. Fu lei a piantare il primo seme di sensibilità verso una crisi ambientale, destinata a diventare sfida epocale del futuro. Il presidente Kennedy istituì un comitato speciale per valutare le tesi del libro che ricevettero la prima conferma autorevole. Nel successivo decennio, molti paesi avrebbero proibito di irrorare i campi con il Ddt.

Rachel Carson morì per un tumore al seno due anni dopo la pubblicazione della sua ultima opera, dopo avere affrontato le cure, senza rinunciare a scrivere; nel sessantesimo anniversario della sua Primavera silenziosa è importante rileggerla e ricordarla. E non solo perché il suo libro è ormai comunemente riconosciuto come una sorta di manifesto antesignano del movimento ambientalista.