CAMPAGNE SILENZIOSE

Uccelli, pesticidi, salute umana: la Politica agricola comune verso una nuova fondamentale direttiva europea.

AMBIENTE
Alessio Mariani
CAMPAGNE SILENZIOSE

Uccelli, pesticidi, salute umana: la Politica agricola comune verso una nuova fondamentale direttiva europea.

A volte il silenzio può rivelarsi inquietante. Anche d’improvviso: come accadde al silenzio di una primavera, proprio sessant’anni fa. Quando, la biologa e scrittrice statunitense, Rachel Carson pubblicò il suo libro-denuncia Primavera silenziosa, mostrando al pubblico più largo l’essere profondo della natura quale relazione e ciclo: dal canto degli uccelli, all’agricoltura industriale, dal Ddt, ai residui di pesticidi negli alimenti, fino alla salute umana. È così in occasione di un anniversario importante che Lipu (Lega italiana protezione uccelli) ha presentato il rapporto Campagne silenziose, dedicato a volatili, cicli ed equilibri delle campagne italiane.

Per millenni, l’agricoltura ha favorito la biodiversità, selezionando nuove specie domestiche e informando un habitat favorevole per piante ed animali selvatici, dalle orchidee che fioriscono nei prati coltivati alle allodole ed altri passeriformi, amanti dei campi. Quell’epoca è finita nella cosiddetta Rivoluzione Verde, ovvero nell’agricoltura industriale. Una denominazione paradossale. Tanto più in Europa, dove proprio sessant’anni fa, la Pac (Politica agricola comune) scelse di recuperare il tempo perduto, affrettandosi lungo la strada già criticata in America dalla Carson. Soltanto a partire dagli anni Novanta, la Pac ha iniziato a mostrare i primi segni di consapevolezza ecologica, a darsi obiettivi sani.

Qual è lo stato attuale? Al fine di monitorare lo stato di salute degli ambienti agricoli, la Pac ha elaborato l’indice Fbi (Farmland Bird Index). Nel periodo della riproduzione, molte specie di uccelli assumono abitudini territoriali, comportamenti appariscenti, cantano; diventa “facile” contarli. In Italia, Ministero delle Politiche Agricole ha affidato il compito alla Lipu che ha monitorato 28 specie ed oltre oltre 28.000 celle di osservazione, diffuse per tutto il territorio nazionale.
L’attenzione è stata utile. Dal 2000 al 2020, l’indice Fbi è calato del 28,8%. Nelle aree agricole, le popolazioni di uccelli stanno diminuendo. Passeri, cardellini, allodole, rondini sono dimezzati. E peggio ancora per  la calandra, l’averla piccola, la cutrettola. Mentre dal punto di vista geografico, risaltano le difficoltà di Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e delle aree pianeggianti in genere; dove presumibilmente applicare le tecniche dell’agroindustria è più agevole. Purtroppo, infatti, gli uccelli risentono negativamente dell’uso dei prodotti fitosanitari e del progressivo restringimento, di siepi, alberi, macchie e perfino delle superfici erbose che un tempo intervallavano le colture.
L’indice riservato all’agricoltura di montagna mostra un declino simile. Specie come la cesena, il beccafico, il merlo dal collare, soffrono. Spesso a causa delle monocolture della vite e degli alberi da frutto che si inerpicano dal fondo valle, come dei boschi che chiudono gli spazi aperti sulle alte quote in abbandono; entrambi con il favore del riscaldamento climatico.

Le Strategie Europee Biodiversità 2030 e Farm to Fork mirano a dimezzare l’impiego di prodotti fitosanitari e ad intervallare gli ambienti naturali ai campi sul 10% delle estensioni, imitando l’agricoltura più antica. L’indicatore ambientale del Fbi invita a non perdere tempo. Mentre, sempre in Italia, Ispra (Istituto Superiore Protezione e Ricerca Ambientale) rileva pesticidi nel 77,3% delle acque superficiali, nel 32,2% delle acque sotterranee e concentrazioni superiori al limite legale stabilito nel 21% delle analisi. Purtroppo l’indice Fbi non è l’unico indicatore a suggerire un’agricoltura più naturale.

Gli studi sulle soglie innocue di pesticidi da permettere negli alimenti precedono addirittura Primavera Silenziosa. Stabilire gli effetti dell’esposizione alle consuete dosi minime legali, rimane nei singoli casi estremamente difficile. Tuttavia le evidenze, tanto sperimentali quanto epidemiologiche, sul legame tra l’esposizione cronica delle basse dosi ed un gran numero di patologie, dal cancro, alle malattie neurologiche, alle difficoltà riproduttive continuano a crescere. Assieme a quelle sulla moltiplicazione degli effetti, dovuta alla combinazione tra basse dosi di agenti chimici diversi.
L’Epoca Moderna, della scienza, della tecnica e dell’economia, sarà mai in grado di produrre il cibo necessario senza un qualche livello di residui? Probabilmente no.
Certo, anche per queste ragioni, l’andamento delle popolazioni di uccelli costituisce un indicatore importante e la rinuncia al 50% dei pesticidi, entro il 2030, una scelta saggia. Le campagne silenziose sono campagne contaminate.

Ma anche il silenzio degli agricoltori è inquietante. Tra il 2005 e il 2016, il 34% delle aziende agricole italiane ha smesso di coltivare, lasciando sui campi pochi agricoltori giovani e molti anziani vicini alla pensione.
Nella media europea dello stesso periodo, il 25% delle aziende agricole si è fermato. E la crisi ha riguardato moltissime fattorie a conduzione familiare. Ovvero le aziende più lontane dall’agroindustria e inclini ai modelli sostenibili, alle colture locali, alla varietà del paesaggio. Nonostante ciò, il sistema di sovvenzioni della Pac continua a privilegiare le grandi estensioni e gli allevamenti intensivi.

I documenti delle Strategie Europee Biodiversità 2030 e Farm to Fork non sono vincolanti. Così, l’anniversario ambiguo del 2022, tra la Primavera silenziosa di Rachel Carson e l’inclinazione agroindustriale della Pac, si enfatizza nell’attesa della prossima direttiva europea sull’impiego dei pesticidi. È possibile che la Commissione presenti il testo entro questa estate.
L’obiettivo di una riduzione dell’impiego dei pesticidi pari al 50% e della sistemazione a spazio naturale del 10% dei campi, è ambizioso, difficile e prevedibilmente contrastato dagli interessi dell’agroindustria. La direttiva rappresenta un elemento fondamentale, per quanto debba anche essere poi recepita all’interno degli ordinamenti nazionali: in modo da seminare davvero i buoni propositi nella legislazione. Senza dubbio, la problematica è di lungo termine.
Presto invece, nelle campagne silenziose, la volontà politica dell’Unione Europea potrà udirsi chiaramente, volontà di agroecologia o volontà di agroindustria.