CLIMA, DOLLARI E SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE

La storia denunciata dal Financial Times di quei cento miliardi di dollari ballerini riapparsi nell’annuale conferenza dell’Onu per il clima, la Cop26 a Glasgow, ma che da trent’anni si promettono e non arrivano.

AMBIENTE
Enzo Millepiedi
CLIMA, DOLLARI E SPECCHIETTI PER LE ALLODOLE

La storia denunciata dal Financial Times di quei cento miliardi di dollari ballerini riapparsi nell’annuale conferenza dell’Onu per il clima, la Cop26 a Glasgow, ma che da trent’anni si promettono e non arrivano.

Alla Cop26 di Glasgow i Paesi sviluppati hanno ri-promesso 100 miliardi di dollari per aiutare gli Stati più poveri a ridurre le emissioni. Ma non è stato chiarito, come succede purtroppo da trent’anni a questa parte, in che modo saranno spesi questi fondi. Ecco perché gli osservatori più attenti, come Linkiesta, si sono rifatti al Financial Times che, con Leslie Hook e da Joanna Kao, hanno messo il dito nella piaga. E che piaga: “Manca un vero accordo su come spendere il denaro, su chi dovrebbe riceverlo o su come assicurarsi che venga utilizzato in modo efficiente. C’è persino una disputa su come dovrebbe essere misurata l’efficacia dei progetti e cosa dovrebbe essere considerato come investimento per il clima”.

Andando a ritroso arriviamo addirittura al 1992 quando alla Conferenza di Rio de Janeiro si decise per la pima volta che i Paesi più sviluppati (con questo si intendono i Paesi che producono maggiori emissioni) avrebbero dovuto versare 100 miliardi per aiutare i Paesi in via di sviluppo a combattere il cambiamento climatico: condizione che poi sarebbe stata ripresa praticamente in qualunque accordo successivo.

Cinque anni più tardi nel 1997, nel protocollo di Kyoto fu introdotto il Clean Development Mechanism, che per la verità contribuì a incanalare centinaia di milioni di dollari in progetti sul clima, finché venti anni dopo si arrivò alla scoperta dell’uso distorto di quel meccanismo. Vent’anni dopo, nel 2017, una analisi dell’Unione europea ha rilevato che “l’85% dei progetti del Clean Development Mechanism non ha avuto l’impatto previsto sulle emissioni”.

Ha scritto a questo proposito sull’esito deludente di questi poderosi interventi il Financial Times che “quando i progetti sul clima vanno male è uno spreco di denaro, ma anche un problema per il pianeta”. Ovviamente.

Fu allora che per l’obiettivo di 100 miliardi di dollari si decise che i finanziamenti venissero incanalati in programmi di aiuto già esistenti e attraverso gli istituti finanziari già dedicati all’aiuto dei Paesi più poveri. Stessa musica nel 2009, quando le nazioni più ricche promisero lo stanziamento di “almeno 100 miliardi di dollari l’anno per limitare il riscaldamento globale ai famosi 1,5 gradi, livello inferiore ai 2 gradi”. Le promesse ancora una volta non sono state mantenute e l’obiettivo è ancora in agenda. E pensare che l’Onu aveva anche istituito un fondo per migliorare la distribuzione dei benedetti 100 miliardi di dollari con il Green Climate Fund diventato il più grande fondo mondiale per il clima, con una raccolta 18 miliardi dal 2010.

“Una delle maggiori criticità riguardo l’obiettivo di 100 miliardi di dollari – spiega infatti il Financial Times – sta sempre nel definire i progetti, chi può decidere cosa conta e cosa no”. Ed eccoci all’accusa: i Paesi donatori hanno usato quest’incertezza a loro vantaggio, Sono i dati Ocse a rivelare che i finanziamenti per il clima hanno raggiunto solo 79,6 miliardi di dollari nel 2019. Conclusione: oggi la maggior parte dei leader politici sarebbero d’accordo nel garantire maggiori investimenti per proteggere il pianeta … ma ancora manca tutto il resto.