COLTIVARE COCOMERI E ZUCCHINE NEL DESERTO. SI PUÒ FARE

L’impossibile che diventa possibile: un viaggio tra progetti di sostenibilità e start up norvegese che sognano di creare orti biologici nella sabbia grazie alla tecnologia. Riuscendoci pure.

AMBIENTE
Alessio Ramaccioni
COLTIVARE COCOMERI E ZUCCHINE NEL DESERTO. SI PUÒ FARE

L’impossibile che diventa possibile: un viaggio tra progetti di sostenibilità e start up norvegese che sognano di creare orti biologici nella sabbia grazie alla tecnologia. Riuscendoci pure.

Cocomeri e zucchine coltivati in mezzo al deserto, che diventa quasi per magia un orto rigoglioso. Utopia? Visione scatenata magari da una insolazione? Niente di tutto questo: trasformare l’arida sabbia delle distese desertiche in terreni coltivabili è sempre più una realtà che potrebbe diventare rivoluzionaria. Storie di donne, uomini e start up che – partendo da luoghi, contesti e presupposti diversi – stanno realizzando uno dei grandi sogni dell’umanità: rendere fertile il deserto. Una possibilità che, se resa concreta, potrebbe cambiare il destino dell’umanità: con le temperature in aumento ed una crisi ambientale ormai evidente, essere in grado di rendere fertili i terreni desertici o le aree ad elevata siccità andrebbe a cambiare del tutto l’esistenza di centinaia di milioni di persone.

Il miracolo dell’argilla “norvegese”

In questa incredibile storia, un ruolo da protagonista lo ha senza dubbio laDesert Control, una start up norvegese che sta producendo cocomeri e zucchine nel deserto della penisola arabica. L’esperimento è iniziato nel 2018, quando, insieme al Centro internazionale per l’Agricoltura Biosalina di Dubai (Icba), Desert Control ha iniziato i primi test in laboratorio e sul campo. Alla base del progetto norvegese c’è l’utilizzo di un materiale tesnologicamente all’avanguardia: la liquid nanoclay. Si tratta di nanoargilla liquida, uno speciale composto di acqua e argilla che ha la capacità di penetrare a fondo nel terreno rendendolo fertile. Questo miracoloso materiale è ovviamente sviluppato dalla Desert Control: “Il terreno ricco di argilla può trattenere l’acqua e ha un’elevata resilienza alla siccità. Mescolare l’argilla nel terreno, tuttavia, è difficile” viene spiegato sul suo sito internet della Desert Control. “Abbiamo inventato un processo per trasformare l’argilla in un liquido sottile quasi quanto l’acqua. Il composto non contiene sostanze chimiche e viene facilmente spruzzato sul terreno con irrigatori per diffondere l’acqua in modo omogeneo sul terreno”. Ed i risultati arrivano, eccome: almeno per quel che riguarda i test sul campo realizzati in questi anni di pandemia. Negli orti realizzati negli Emirati Arabi infatti sono iniziate a spuntare le prime foglie: cocomeri e zucchine, appunto. E, nel coltivare e far nascere ortaggi e frutta nel deserto, ci si è accorti che si riusciva perfino a limitare il consumo d’acqua: quasi il 50% di risparmio rispetto alle quantità attese. Anche questo dato, se confermato, sarebbe “merito” della nanoargilla. Frutta e verdura che crescono i terreni aridi, senza per questo consumare enormi quantità di acqua: una rivoluzione, come detto, in nome della sostenibilità.

Dalla Cina all’Australia, passando per il Cile: la sfida alla desertificazione è globale

Il “miracolo” di Desert Control in realtà non è l’unico, rispetto alla lotta contro il riscaldamento globale ed i suoi effetti sull’agricoltura. In Cina un team di scienziati sta studiando la composizione della sabbia nel deserto di Ulan Buh, che si trova a nel nord del paese asiatico. Mescolando la sabbia con un composto cellulosico umidificato il gruppo di lavoro cinese ha verificato che il terreno sabbioso diventa molto più fertile, permettendo la coltivazione di diverse piante: riso, mais, patate dolci. Una procedura simile a quella di Desert Control, che sta ottenendo i medesimi incoraggianti risultati. Ma le strade per combattere siccità e terreni aridi sono diverse. In Cile, ad esempio, il Centro di ricerca tecnologica dell’acqua nel deserto dell’Università Cattolica del Cile Settentrionale ha realizzato un esperimento utilizzando l’acqua del mare per irrigare alcune coltivazioni sperimentali. Il team, composto tra l’altro solo da donne, è riuscito a coltivare bietola e pomodori ciliegini nell’area costiera del deserto di Atacama, considerato il più arido del mondo. Per arrivare ad ottenere il risultato è stata usata una tecnica di irrigazione decisamente rivoluzionaria. Le agronome hanno sistemato le piante in due terrazze di coltura, su tre livelli. Tutti e tre i livelli avevano a disposizione acqua marina che scorreva sotto il terreno (https://www.noticias.ucn.cl/noticias/ingenieras-logran-producir-hortalizas-con-agua-de-mar-sin-desalar/). “Le piante – sfruttando alcune specifiche proprietà dell’acqua –  hanno assorbito l’acqua stessa lasciando nello strato inferiore i sali” ha spiegato Natalia Gutiérrez Roa, direttrice del progetto. La frutta e la verdura prodotte, per quanti riferito nei report, avrebbero anche superato la “prova sapore”. L’utilizzo dell’acqua salata è anche una caratteristica delle procedura di irrigazione delle Sundrops Farms, in Australia, dove vengono prodotti pomodori: 23mila pannelli solari e l’acqua salina estratta dal Golfo di Spencer gli ingredienti della “ricetta”, che è – anche in questo caso – vincente. E del tutto sostenibile: niente consumo di territorio (le piante crescono in cisterne sigillate), niente inquinamento (non c’è utilizzo di carburanti fossili), nessun utilizzo di pesticidi. I pomodori prodotti dalle Sundrops Farms sono stati scelti dalla catena australiana di supermercati Coles: una fornitura di15mila tonnellate all’anno per dieci anni.

“Datemi l’agricoltura, vi darò la civiltà”

Il nostro viaggio per il mondo tra deserti resi fertili e tecnologie sostenibili ed avanzatissime potrebbe fare tappa anche in Israele o in India, dove si stanno sperimentando soluzioni altrettanto valide e rivoluzionarie di quelle di cui abbiamo parlato. Ma il punto più giusto nel quale arrivare è esattamente quello da cui siamo partiti: gli Emirati Arabi Uniti. “Datemi l’agricoltura, vi darò civiltà” affermava lo sceicco Zayed bin Sultan Al Nahyan, considerato il padre fondatore degli EAU. Una dichiarazione non banale, visto che l’indipendenza alimentare è uno dei più importanti obiettivi che un paese caldo, arido e desertico si deve porre. E’ così anche per il paese della penisola arabica, che sta puntando alla produzione sostenibile di frutta e verdura biologica attraverso le nuove tecnologie e l’economia circolare. Emirates Bio Farm è una delle aziende protagoniste di questo ambizioso tentativo che gli Emirati stanno portando avanti. Si tratta della più grande fattoria biologica del paese che attraverso il riciclo, la produzione locale “ a chilometro zero”, l’agriturismo e l’educazione (sia alimentare che ambientale) mira a contribuire al raggiungimento dell’agognata indipendenza alimentare nel rispetto dell’ambiente. “Produciamo oltre 60 varietà di frutta e verdura e abbiamo anche il pollame, produciamo uova tutte certificate bio”, ha recentemente spiegato in una intervista all’ANSA a Expo Dubai Yazen Al Kodmani, che dirige Emirates Bio Farm. Risultati notevolissimi, visti il clima e la natura del terreno negli Emirati Arabi Uniti. “Abbiamo solo climi diversi”, ha aggiunto Al Kodmani: “La scarsità d’acqua non è una sfida solo per noi, ma per la regione e per molti paesi in tutto il mondo oggi. Quello che stiamo cercando di fare per vincere questa sfida è utilizzare un’economia circolare”. Sembra assurdo, ma è vero: la strada per affrontare il riscaldamento globale e l’emergenza ambientale potrebbe partire proprio dai deserti.