CONSUMO DI SUOLO, L’ ITALIA CHE ESAGERA

Ondate di calore, alluvioni, inquinamento, perdita di terre fertili hanno a che fare con il consumo di suolo. Il Bel Paese continua a costruire.

AMBIENTE
Alessio Mariani
CONSUMO DI SUOLO, L’ ITALIA CHE ESAGERA

Ondate di calore, alluvioni, inquinamento, perdita di terre fertili hanno a che fare con il consumo di suolo. Il Bel Paese continua a costruire.

Il suolo non esiste da sempre. Oggi, occorre attraversare spessi strati, ricchi di materia organica ed elementi nutritivi come l’azoto e il fosforo, popolati un’infinità di batteri, funghi, insetti ed altre creature, prima che la terra cominci a farsi chiara e ad impoverire dal punto di vista biologico, lasciando spazio ad argille e minerali ferrosi. Oltre: lo strato di rocce frammentate, dove le radici delle piante non si spingono. E infine: la roccia madre che miliardi di anni fa, sagomava la superficie spoglia del pianeta.

Spoglia perché la vita non è nata sui sassi. La vita ha atteso negli oceani. Mentre i cicli glaciali, le piogge, l’escursione termica trituravano graniti e basalti. Soltanto dopo, le prime specie di batteri, alghe, licheni, si sono spinte fuori, per aggredire esse stesse le rocce, trattenere l’umidità, donare i propri corpi morti al nascente velo di humus.

Il suolo è quindi una risorsa limitata e non rinnovabile, a causa del tempo smisurato necessario alla sua formazione. Ma come è possibile consumare quel che la natura stessa mantiene?

Purtroppo la risposta è semplice, per consumare il suolo basta modificarne la copertura: da naturale ad artificiale. Ciò può avvenire in maniera reversibile: come nel caso del suolo compresso di una strada sterrata o di un parcheggio; oppure irreversibile: quando lo strato superficiale viene rimosso o sostituito con il cemento e altri materiali. Infatti ed in entrambi i casi, consumare significa altresì rendere il suolo impermeabile, parzialmente o in maniera totale.

Certo, una volta artificializzato il terreno smette di regolare il clima locale, catturare l’anidride carbonica, frenare l’erosione, purificare l’acqua nella sua discesa verso le falde, mitigare fenomeni idrogeologici pericolosi, migliorare la qualità dell’aria, ospitare le coltivazioni, preservare la biodiversità. Tutti servizi ecosistemici vitali.

D’altra parte, anche fabbricati e infrastrutture assicurano benefici importanti. Così, prima di consumare suolo, è bene riflettere e conoscere. La risorsa è limitata. La scelta è definitiva.

In Italia, lo stato del territorio è ben noto. Nell’ambito del progetto europeo Copernicus, i satelliti Sentinel 1 e 2 hanno suddiviso tutta la superficie nazionale in quadrati di 10 metri per 10 metri, registrandone le condizioni. L’ultimo rapporto, pubblicato lo scorso anno dal Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (Snpa), è dettagliato.

In media, i paesi dell’Unione Europea hanno consumato il 4.2% del loro territorio. Così, risalta come gli italiani abbiano scelto di costruire più degli altri, passando dal 6.76% di suolo consumato del 2006, al 7.11% nel 2020: un’estensione ampia, calcolata a difetto dei consumi più piccoli (insufficienti a coprire almeno metà del quadrato) e sulla base di un intero territorio nazionale, comprensivo di monti, laghi, fiumi ed altre superfici inadatte o prive d’interesse edificativo. Senza dimenticare come nei singoli comuni, le percentuali possano raggiungere livelli assai superiori alla media regionale. Ad esempio, Torino: 65%, Napoli: 62.9%, Milano: 58.2%, Pescara: 51.4, Padova: 49.6%.

Ma oltre la fotografia è interessante la prospettiva. Lo scorso anno, la regione che ha consumato più suolo è stata la Lombardia: 675ha (ettari), seguita dal Veneto: 682ha, dalla Puglia: 493ha, dal Piemonte: 439ha e dal Lazio: 431ha. Significa che dove più si è costruito, più si è continuato a costruire. Come negli ultimi sei anni, nonostante il rallentamento della Campania e perfino del Veneto, il cui impegno a risparmiare poco traspare, a causa dell’alta quota di partenza.

Rapportando infine il consumo ad una classificazione sociale e geografica dei territori, il cemento è colato soprattutto attraverso le pianure, dell’Italia Settentrionale e della Puglia meridionale, lungo le coste adriatiche e siciliane, nelle aree metropolitane in genere, e di Milano, Bologna, Roma, Napoli e Bari in particolare. Davvero, esiste una tendenza rilevante, a costruire negli spazi naturali superstiti, all’interno delle città. La demografia non spiega quanto accade. La relazione tra crescita della popolazione ed urbanesimo appartiene al passato. Le città crescono in estensione, mentre gli abitanti diminuiscono o rimangono gli stessi. Piuttosto, i dati permettono di correlare il consumo di suolo a valori immobiliari alti. Il consumo di suolo è infatti strettamente legato al fenomeno dell’urbanizzazione delle campagne o urban sprawl, ovvero ad un insediamento periferico frammentato e difficile da gestire, dal punto di vista urbanistico, sociale e paesaggistico, inadatto al trasporto pubblico. Dove le difficoltà fuggite in centro, impiegano poco tempo a raggiungere nuovamente gli abitanti.

Il degrado del suolo si manifesta soprattutto in queste periferie. Terreni naturali poco estesi, frammentati, circondati da suoli propriamente consumati, vedono diminuire la propria capacità di svolgere i consueti servizi ecosistemici. Vale dunque la pena di osservare meglio i fenomeni legati al degrado, soprattutto nei pressi delle città. L’isola di calore urbana dipende dal legame tra densità di suolo consumato e temperatura. Il suolo artificializzato si riscalda facilmente, ostacola i venti, sostituisce la copertura vegetale che fino a quel momento aveva temperato il microclima. Le differenze tra città metropolitane e aree rurali vicine affaticano soprattutto il Centro-Nord, dai circa 3°c in più di Roma, ai 3.9°c di Firenze, fino ai 6.3°c di Torino. Le ondate di calore estive sono state esasperate da una scelta deliberata.

Quindi la perdita di terre fertili. Gli antichi stimavano la filiera corta. Molte città nacquero nei pressi delle pianure fertili e dei terreni seminativi. I moderni possono stimare la quantità di prodotti agricoli che sarebbero cresciuti sulle terre consumate dal 2012 al 2020: oltre quattro milioni di quintali, raccolti persi prima di tutto in Emilia Romagna, Lombardia e Veneto. Abbandonare o peggio, distruggere le proprie terre migliori per rendere definitiva la dipendenza dalle importazioni potrebbe rivelarsi una scelta poco avveduta, soltanto una piccola parte delle terre emerse è coltivabile. Tanto più che forti importazioni alimentari delle nazioni industrializzate non favoriscono equità, salute e sicurezza alimentare, soprattutto nei pesi più fragili. Il cemento a Nord spinge la deforestazione a Sud.

Mentre il carbonio che non viene più immagazzinato dalle piante, permane ora nell’atmosfera. Sequestro e stoccaggio del carbonio sono capacità dei terreni naturali. Tra 2012 e 2020, i suoli italiani hanno rinunciato ad assorbire 2.9 milioni di tonnellate di carbonio. Per raggiungere lo stesso livello di emissioni nell’arco di tempo, un milione di automobili avrebbero dovuto percorrere 11.200km ogni anno. Le falde acquifere invece hanno perso attorno ai 360 milioni di metri cubi di acqua; portata via dai fiumi ancora sporca, prima di purificarsi nella lenta discesa attraverso la terra. Con conseguenze alluvionali sui suoli impermeabili, d’inquinamento e rifornimento idrico. Quest’acqua non ritroverà mai la via per le falde.

Marco Porcio Catone (234a.C. circa – 149a.C.), nemico di Cartagine e conservatore del Mos Maiorum, fu tra i primi autori in prosa della letteratura latina; visse in quel mondo che gli ecologi avrebbero chiamato mondo vuoto, in opposizione al nostro mondo pieno. Eppure, nel Liber de Agri Cultura, Catone raccomandò: «Bisogna riflettere a lungo prima di fabbricare, quando si deve piantare non bisogna riflettere ma bisogna fare… Fabbrica così, che la casa di campagna non cerchi i campi» (Catone il Censore, L’agricoltura, a cura di Luca Canali e Emanuele Lelli, Mondadori, 2000).

Nel 2020, 51.7km2 d’Italia sono diventati artificiali: un consumo del suolo complessivo suddiviso tra molti comuni e moltissime opere, anche piccole; avvenuto nella mancanza di un riferimento normativo forte, nazionale o europeo. È facile immaginare che la possibilità di riscuotere gli oneri di urbanizzazione ed altri introiti correlati, alletti i comuni e li metta in competizione per attrarre l’investimento immobiliare. È facile immaginare che ogni intervento o quasi, sia stato ben motivato da interessi legittimi e buone ragioni. Al ritmo attuale tuttavia, 1.552km2 verrebbero consumati entro il 2050. L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite lega il consumo alla demografia. Assumendo tale ottica, presto l’Italia dovrebbe porsi l’obiettivo di un consumo di suolo negativo, rinaturalizzando superfici maggiori di quelle consumate. La sostenibilità è lontana. Almeno, una legge nazionale in grado di assumersi la responsabilità dell’obiettivo europeo, volto a raggiungere il consumo di suolo zero entro il 2050 (No net land take by 2050), parrebbe opportuna. Quasi sempre, operare a lungo termine è cosa saggia. Ma anche il tempo è una risorsa limitata.