CONTENZIOSO CLIMATICO: QUANDO GLI STATI SONO INADEMPIENTI

Un’azione legale per fermare l’insufficiente impegno di Istituzioni e aziende nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni clima-alteranti.

AMBIENTE
Thais Palermo
CONTENZIOSO CLIMATICO: QUANDO GLI STATI SONO INADEMPIENTI

Un’azione legale per fermare l’insufficiente impegno di Istituzioni e aziende nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni clima-alteranti.

Il contenzioso climatico è una parte emergente del diritto ambientale che utilizza la pratica legale e la giurisprudenza per promuovere gli sforzi di mitigazione del cambiamento climatico delle istituzioni pubbliche, specie i governi e le aziende. Di fronte alla lentezza delle politiche sul cambiamento climatico (che ne ritardano la mitigazione), attivisti e avvocati hanno aumentato i loro sforzi per utilizzare i sistemi giudiziari nazionali e internazionali per far progredire le azioni dei governi. Si tratta di un tipo di attivismo che si è particolarmente sviluppato negli ultimi anni, con l’aumento delle normative vincolanti sul clima e i crisi climatica. Molti dei casi di successo si sono concentrati sulla promozione della giustizia climatica – messa al centro del dibattito sui cambiamenti climatici da un recente rapporto del Intergovernmental Panel on Climate Change dell’ONU  – e del movimento giovanile per il clima.

L’ultima vittoria di ambientalisti e attivisti in tutto il mondo è stata la decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha dichiarato la scorsa settimana che una denuncia presentata da sei giovani attivisti climatici portoghesi contro 33 Paesi, per inadempimento climatico, sarà esaminata dal massimo collegio giudicante del tribunale. Una mossa che riflette l’importanza giuridica del caso, e incoraggia l’avvio di altre azioni di litigio climatico.
Gli attivisti, tre dei quali minorenni, si sono rivolti al tribunale quasi due anni fa per chiedere conto ai governi europei dei loro presunti sforzi, denunciati come inadeguati, per ridurre le emissioni di gas serra. Tra i Paesi citati nella denuncia ci sono i 27 Stati membri dell’Unione Europea più Regno Unito, Svizzera, Norvegia, Russia, Turchia e Ucraina.

La Corte di Strasburgo ha dichiarato che il caso, che aveva già ricevuto lo status di priorità, sarebbe passato alla Grande Camera, composta da 17 membri, e che prende in esame soltanto le questioni di un certo rilievo, che riguardano l’interpretazione della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, o dei protocolli aggiuntivi, o “quando la risoluzione di una questione davanti alla Camera potrebbe avere un risultato incoerente con una sentenza precedentemente emessa dalla Corte”.

Gli attivisti sono sostenuti dalla Global Legal Action Network, un’organizzazione internazionale senza scopo di lucro che si batte contro le violazioni dei diritti umani. Secondo il suo direttore, Gearóid Ó Cuinn, “il fatto che la Corte abbia rinviato questo caso, insieme ad altri due sul clima, alla Grande Camera è uno sviluppo estremamente significativo, che dimostra la serietà con cui la Corte considera il cambiamento climatico una questione di diritti umani“.

In Italia: seconda udienza per la prima causa contro lo Stato italiano per inadempienza climatica, nell’ambito della campagna “Giudizio Universale”
Nel nostro Paese più di 200 ricorrenti, tra cui 17 minori, e 24 associazioni impegnate nella giustizia ambientale e nella difesa dei diritti umani hanno  citato in giudizio lo Stato italiano per inadempienza climatica, ovvero per l’insufficiente impegno nella promozione di adeguate politiche di riduzione delle emissioni clima-alteranti, cui consegue la violazione di numerosi diritti fondamentali riconosciuti dallo Stato italiano. L’azione è promossa nell’ambito della campagna di sensibilizzazione intitolata “Giudizio Universale” e si inserisce tra le tante cause aperte per il contenzioso climatico in tutto il mondo.

La causa parte dal riconoscimento del territorio italiano come drammaticamente vulnerabile agli impatti dei cambiamenti climatici: se si dovesse concretizzare quanto previsto dai report ufficiali, si potrebbe arrivare a un aumento delle temperature di fino a 3.1°C nel corso del secolo. Un’ipotesi drammatica ma realistica, che potrebbe trasformare il mediterraneo, e la penisola, in un vero deserto.

Lo scorso 21 giugno si è tenuta la seconda udienza del processo, e per la prima volta le parti si sono incontrate e hanno presentato alla giudice le rispettive argomentazioni. I ricorrenti, rappresentati dagli avvocati Luca Saltalamacchia e Michele Carducci, hanno basato le loro richieste su una rilevante documentazione scientifica, che evidenzia come le misure adottate dallo Stato italiano per contrastare la crisi climatica risultino totalmente inadeguate. L’Avvocatura dello Stato, per contro, rivendica l’immunità delle proprie scelte, al fine di potersi sottrarre al contenzioso. La decisione nel merito verrà presa dalla giudice, con i provvedimenti opportuni.

Marica Di Pierri, responsabile comunicazione dell’Associazione A Sud, prima firmataria del ricorso, ha sottolineato come lo Stato non abbia prodotto alcuna evidenza scientificamente verificabile sull’efficacia delle proprie azioni, ma si è limitata a sollevare questioni formali. Un artificio, secondo Di Pierri, finalizzato ad evitare il processo senza mettersi in ascolto delle istanze di protezione presentate dai 203 ricorrenti. “Nonostante l’udienza si celebri nel primo giorno di una estate che si preannuncia la più calda della storia, con una crisi idrica senza precedenti, lo Stato continua colpevolmente a sottovalutare l’emergenza climatica e a non assumersi le sue responsabilità”, ha concluso.

Per l’avvocato Saltalamacchia, l’accoglimento della tesi dell’avvocatura da parte della giudice rappresenterebbe il diniego ai cittadini e alle cittadine dell’accesso alla giustizia. A differenza, ricorda l’avvocato, “di quanto accaduto in Olanda, Francia, Germania e tanti altri paesi dell’Unione Europea e non solo. In tali Paesi non solo il giudice ha potuto valutare l’adeguatezza delle politiche climatiche nazionali, ma ha anche condannato gli Stati a migliorare i propri target di riduzione”.