COVID: PANDEMIA E INFODEMIA, LE PAROLE PER DIRLO

Sars-Cov-2 e Covid-19, due anni di uno tzunami di cui ancora non capiamo bene la portata. Per orientarsi nella complessa mappa di una crisi “virale” che, tra scienza e società, ha generato confusione, fake news, proteste, c’è un libro-bussola per capire meglio e di più che direzione prendere.

APPROFONDIMENTO
Beatrice Curci
COVID: PANDEMIA E INFODEMIA, LE PAROLE PER DIRLO

Sars-Cov-2 e Covid-19, due anni di uno tzunami di cui ancora non capiamo bene la portata. Per orientarsi nella complessa mappa di una crisi “virale” che, tra scienza e società, ha generato confusione, fake news, proteste, c’è un libro-bussola per capire meglio e di più che direzione prendere.

C’è un virus che è molto più dannoso del Sars-Cov-2 e viaggia con le parole. Quelle blaterate, ripetute, per lo più sconosciute e comprensibili solo a chi per professione è abituato a costruirci frasi di senso. Quelle parole sono quelle della Scienza. In poco più di due anni parole come, infezione, contagiosità, incubazione, letalità, tampone antigenico e molecolare, DPI (dispositivi di protezione individuale) droplet, proteina spike, hub e vaccino a RNA, dose booster, modificazioni genetiche, monitoraggio, analisi dei dati, pochi o troppi chissà… hanno preso il sopravvento e l’elenco non finisce mica qui. Ma resta il fatto che ormai non passa giorno, da almeno un paio di anni, che queste parole non siano sulla bocca di tutti. Eppure per loro stessa natura – alquanto complessa – prima di pronunciarle bisognerebbe sottoporle a un trattamento di cura, con la consapevolezza di non essere al bar dello sport il lunedì mattina per far due chiacchiere.

Invece? Non si rinuncia a disquisire delle “ondate di contagi” e dell’uso dell’alfabeto greco per le varianti del virus: ora preoccupa Omicron ma prima c’era Delta, anzi c’è ancora.  E poi come si possono dimenticare pandemia, epidemia, sindemia che, vista l’assonanza, finiscono per assumere più o meno tutte lo stesso significato. Il dramma è proprio in quel “più o meno”, nella sciatteria tuttologa che usiamo quando non diamo valore e portiamo rispetto a chi, in questi due anni, proprio dietro quelle parole ha visto morire persone care oppure ha fatto e continua a fare turni di lavoro estenuanti in una corsia d’ospedale o in un laboratorio. E che sa bene che la Covid (ebbene sì, si dice la Covid) perché non è il virus, ma la malattia provocata dall’infezione del virus il cui nome è Sars-Cov-2. E che se la semplicità è una complessità risolta per arrivarci bisogna faticare così come si fa per districare il bandolo di una matassa intrecciata.  E che la biologia, la virologia, la medicina, sono di per sé complesse  e quindi non ci si può permettere di banalizzarle. Anzi tutt’altro. E che farsi comprendere da tutti non significa ingenerare caos e confusione su presunte convinzioni mai validate da uno straccio di prova scientifica. Perché la Scienza vive di dubbi e per quei dubbi studia per trovare risposte di significato. A volte ci riesce, altre no. Ma almeno lo fa con il rigore di un metodo. Quello scientifico, lo stesso per cui a scuola studiamo Galileo Galilei e Albert Einstein.

Ma la possibilità di comprendere come orientarsi nella complessa crisi che, tra scienza e società, ha generato la Covid-19 e le relative parole c’è. La troviamo nel libro-bussola  “Pandemia e Infodemia – Come il virus viaggia con l’informazione”, (Ed. Zanichelli) scritto da Marco Ferrazzoli, giornalista e docente di comunicazione, capo Ufficio stampa del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e Giovanni Maga, virologo e divulgatore che dirige l’Istituto di Genetica Molecolare (IGM) di Pavia, sempre al CNR. Perché la pandemia e l’infodemia, cioè l’eccesso di informazioni (più o meno fondate) che ci disorienta, continuano comunque a monopolizzare la nostra attenzione e i mass media.  Il lavoro a quattro mani fatto dagli autori che hanno seguito l’evolversi della pandemia e dell’infodemia sin dal principio, ognuno dal punto di vista dettato dal proprio ruolo professionale e dalla propria formazione, ha il grande pregio di farci capire che se si vuole davvero studiare questa pandemia, le pur indispensabili competenze della medicina non bastano. Ma serve uno sguardo di insieme, una mappa delle infinite ramificazioni cominciate dal primo contagio umano di un virus allora sconosciuto e di cui si continua a studiare l’evoluzione.

Il libro diviso in quattro parti – Scienza, conoscenza, comunicazione, società – oltre a darci indicazioni su come si dovrebbe comunicare la scienza, rispetto a come invece è effettivamente comunicata, ripercorre i moltissimi temi essenziali della Covid-19 con una prospettiva multidisciplinare. E li descrive in termini di “sindemia”, cioè appunto dei paralleli e interattivi fenomeni sociali, economici, culturali che stiamo conoscendo da due anni a questa parte. “Da oltre due anni la pandemia ha assunto quasi il monopolio dell’informazione circolante, determinando – spiegano Ferrazzoli e Maga – un sovraccarico che nessuno di noi è in grado di gestire. Ecco così non soltanto il problema delle fake news, che costituiscono solo la punta più evidente del problema, ma la creazione delle cosiddette bolle nelle quali finiamo per ricevere e inviare solo le notizie che già corrispondono all’idea che ci siamo fatti. Né dobbiamo prendercela solo con i social media, che certamente tendono a esasperare le contraddizioni e a promuovere notizie non verificate, poiché le responsabilità del diffuso disorientamento sono più ampie e investono, per esempio, la contrapposizione tra gli esperti alla quale siamo stati abituati. In questo tutti dobbiamo fare uno sforzo: il giornalismo, nel distinguere per attendibilità e autorevolezza tra le molte fonti disponibili; i cittadini, poiché la consapevolezza scientifica è una base ineludibile di una compiuta cittadinanza nella complessa epoca contemporanea; la comunità scientifica, che non deve prestarsi alla polarizzazione ma spiegare che cautela, dubbio, critica, sono i fondamenti del suo metodo. Non servono verità assolute e assertive contrapposte ma il cosiddetto public engagement, cioè il coinvolgimento del pubblico in una battaglia che dobbiamo condurre tutti assieme, altrimenti non potremo convincere i molti perplessi, scettici, esitanti, tra i quali i no vax ideologici e pregiudiziali sono solo una parte ristretta”.

Un libro che arriva in soccorso della consapevolezza e che ci aiuta a capire che comunque non siamo al punto di partenza. Anche se la strada da fare è ancora molta non bisogna cadere nel pessimismo e nella resa, come sottolineano gli autori nelle conclusioni del loro libro. Bisogna però avere coscienza che i problemi hanno ormai dimensioni globali: si tratti di salute, ambiente, clima, economia, lavoro, migrazioni. E che il tempo a disposizione per risolverli è sempre meno. Quindi non resta che cominciare a riflettere in modo lucido e con cognizione di causa sullo tsunami che ci ha investito. E lo possiamo fare cominciando proprio dalle pagine di questo saggio.