CREATURE MITOLOGICHE E DIVINITÀ: LO STUPORE NEL PARCO CHE NON TI ASPETTI

Un viaggio onirico alla scoperta di meravigliose statue megalitiche scavate nel tufo e nel peperino. Continua a far parlare di sé il Bosco Sacro progettato da Vicino Orsini nel 1560, che ispirò anche Salvador Dalì.

TURISMO
Francesca Tomassini
CREATURE MITOLOGICHE E DIVINITÀ: LO STUPORE NEL PARCO CHE NON TI ASPETTI

Un viaggio onirico alla scoperta di meravigliose statue megalitiche scavate nel tufo e nel peperino. Continua a far parlare di sé il Bosco Sacro progettato da Vicino Orsini nel 1560, che ispirò anche Salvador Dalì.

“Voi che entrate qui, considerate ciò che vedete e poi ditemi se tante meraviglie sono fatte per l’inganno o per l’arte”.

Un bosco, un uomo, una passione per l’arte e il mistero, un cuore spezzato. Questi gli ingredienti del Sacro Bosco di Bomarzo, in provincia di Viterbo, universalmente noto come Parco dei Mostri dove figure mitologiche, divinità e creature fantastiche da secoli suggestionano e incantano visitatori e studiosi. Un percorso iniziatico, una formula alchemica, un viaggio dagli inferi al paradiso, mille ipotesi e interpretazioni sulle sue origini e significato si rincorrono fra le megalitiche sculture disseminate in tre ettari di terreno che Francesco Orsini, a tutti noto come Vicino, progettò una per una secondo uno schema che, ad oggi, non è stato ancora decifrato. Quello che è certo è che, nel 1552, il signore di Bomarzo commissionò la realizzazione del sito a Pirro Ligorio, quello stesso architetto napoletano, allievo di Michelangelo, che nel 1564 fu nominato architetto della Fabbrica di San Pietro alla morte del suo maestro. Alla morte di Vicino, nel 1580, il parco però cadde nell’oblio. Ormai completamente abbandonato, il luogo venne utilizzato dai pastori che ci portavano a pascolare le capre, come testimoniano anche alcune foto che ritraggono le greggi all’interno e fra le sculture. La proprietà passò di mano in mano, fino a che nel XX secolo, venne messa all’asta. Il Comune di Bomarzo acquistò il palazzo Orsini adibendolo a sede del Municipio mentre nel 1954, la famiglia Bettini che aveva acquistato il giardino già nel 1870 riconoscendone il valore, iniziò i lavori di recupero dell’intero parco cercando tra gli anziani del posto la memoria di coloro che ricordavano ancora l’esatta disposizione delle sculture che erano state spostate.

La leggenda vuole che Vicino decise di realizzare il Sacro Bosco per lenire il dolore causato dalla morte della moglie Giulia Farnese a cui è dedicato il tempietto posto al suo interno. Una storia romantica, “sol per sfogare il Cor” come ci dice lo stesso Orsini in un messaggio inciso nella pietra, in cui si fondono mistero, filosofia ed esoterismo. Al visitatore che decida di avventurarsi fra orchi, draghi, divinità ed elefanti, è lasciato l’onere, e l’onore, di trovare la chiave per interpretare le vere intenzioni del suo ideatore. Pochi gli indizi, e tutti rigorosamente criptati, per svelare il mistero e una miriade di rimandi ad opere letterarie. Dal Canzoniere di Petrarca al poema epico Amadagi di Bernardo Tasso, fino all’epopea romantica dell’Orlando Furioso. Un caleidoscopio da cui finora non è stato possibile tirar fuori un orientamento comune.

“Costruito piuttosto con immagini e idee, il giardino e le sue statue possono essere letti dal visitatore illuminato come un libro, fornendo un viaggio filosofico attraverso temi come l’amore, la morte, la memoria e la verità. Il libro del giardino di Vicino è, tuttavia, oscuro e ambiguo, e richiede la conoscenza di poeti come Dante, Petrarca e Ariosto e ogni lettura produce un diverso insieme di idee che riflettono la complessa personalità di Vicino stesso”. (Paul Stonard, storico dell’arte)

Sembra che originariamente, il percorso nel Parco non fosse quello attuale, ma partisse dal Tempietto. Oggi invece, la via di accesso è una porta merlata recante lo stemma degli Orsini. Subito oltre sono posizionate due sfingi dove sono incise altrettante iscrizioni alla base. Una recita: “Chi con ciglia inarcate et labra strette non va per questo loco manco ammira le famose del mondo moli sette”. Andando oltre, sulla destra, si incontra il gruppo scultoreo che rappresenta la lotta tra i giganti. Ercole, che squarta Caco. Scendendo, al margine del ruscello si trova un’enorme tartaruga sormontata dalla “Vittoria Alata”, che in un disegno di Bartolomeo Breembergh, pittore fiammingo del XVII secolo, appare in atto di suonare due trombe. Seminascosta dalla fresca vegetazione circostante il torrente, la bocca spalancata di una balena, forse simbolo della morte che tutto travolge.

A monte della tartaruga, i ruderi dell’antica diga che formava l’invaso per il funzionamento delle fontane del Parco. E poi Pegaso, originariamente circondato da altre nove statue oggi rimasto solo, la Venere Cimina e la Casa Pendente, singolare struttura costruita su un masso, dove la pendenza pare alluda alla cattiva inclinazione dell’uomo a causa del peccato originale, all’interno della quale è impossibile non avvertire un senso di vertigine. E ancora donne serpente, leoni, Cerbero, elefanti. Fino ad arrivare alla Bocca dell’Inferno, o Orco. Scultura raffigurante un volto mostruoso dalle enormi fauci spalancate, attraverso le quali si accede ad un ambiente scavato nella roccia. Evidenti i riferimenti al mito di Proserpina nelle Metamorfosi di Ovidio come pure alle opere fantasiose del Tasso, e soprattutto a Dante come testimoniava l’iscrizione all’ingresso riportata in un disegno del 1598 “Lasciate ogni speranza o voi ch’entrate” poi trasformata in “Ogni pensiero vola”.

Quale che sia il vero filo ispiratore di queste figure orrorifiche e magiche a un tempo, quello che è certo è che nei secoli hanno affascinato chiunque sia giunto al loro cospetto. Papi, studiosi, appassionati, fino ad artisti come Salvador Dalì che dopo aver visitato il parco nel 1938 si lasciò ispirare dalle sue statue per la sua Tentazione di Sant’Antonio e Michelangelo Antonioni che, rapito dal mistero del “giardino incantato dei giganti” realizzò un documentario per raccontarlo.