CRISI CLIMATICA E DISUGUAGLIANZA SOCIALE

L’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici colpiscono in modo diverso le comunità. E sono le persone più vulnerabili a soffrire di più delle devastanti conseguenze. C’è bisogno di una giustizia climatica.

AMBIENTE
Thais Palermo
CRISI CLIMATICA E DISUGUAGLIANZA SOCIALE

L’inquinamento atmosferico e i cambiamenti climatici colpiscono in modo diverso le comunità. E sono le persone più vulnerabili a soffrire di più delle devastanti conseguenze. C’è bisogno di una giustizia climatica.

Secondo dati della l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) l’inquinamento atmosferico è responsabile, da solo, per circa 7 milioni di morti all’anno, poiché oltre il 90% della popolazione mondiale respira livelli malsani di inquinamento atmosferico, in gran parte derivanti dalla combustione dei combustibili fossili.

Ma l’aria che arriva nei polmoni della popolazione mondiale non è uguale per tutti. A soffrire di più l’inquinamento atmosferico e, in generale, gli effetti della crisi climatica sono le persone più vulnerabili, e quelle che storicamente hanno contribuito di meno a generare i suoi effetti perversi. Uno studio appena pubblicato sul New York Times – l’ultimo di una serie di ricerche sulla giustizia ambientale e climatica – dimostra come i quartieri cosiddetti “red lines”, perché contrassegnati in rosso dai funzionari federali statunitensi negli anni ’30 per indicare luoghi pericolosi, e dove abitavano le persone immigrate e le comunità nere, tendono ad avere livelli più elevati di inquinamento atmosferico, anche ottant’anni dopo.

“Uno studio – sottolinea il giornale – che si aggiunge a un corpo di prove che rivela come le politiche razziste in passato abbiano contribuito alle disuguaglianze negli Stati Uniti oggi”. Anche se la discriminazione razziale per gli alloggi è stata bandita nel 1968, le linee rosse hanno radicato pratiche e politiche discriminatorie i cui effetti si riverberano quasi un secolo dopo: ad oggi, è più probabile che questi quartieri siano abitati prevalentemente da popolazioni nere, latine e asiatiche.

L’intersezione tra ingiustizie ambientali e climatiche e politiche storicamente razziste e discriminatorie non è, ad ogni modo, una prerogativa degli Stati Uniti, ma una costante che si ripete su tutto il globo. Anche a Londra, dove lo scorso 17 febbraio il sindaco Sadiq Khan, in apertura di una conferenza con leader regionali e nazionali sulle conseguenze delle emissioni tossiche sulla salute dei londinesi, ha sostenuto senza mezze parole che l’inquinamento atmosferico è una questione di giustizia sociale. “La questione è molto semplice – ha affermato il primo cittadino – sono le persone più povere, meno propense a possedere un’auto, meno propense a causare problemi di inquinamento, quelle che hanno maggiori probabilità di subirne le conseguenze”.

L’evento londinese si è tenuto nella settimana del nono anniversario della morte di Ella Adoo-Kissi-Debrah, una bambina nera di 9 anni morta nel 2013 a seguito di un attacco d’asma dopo anni di cattive condizioni di salute causate dall’inquinamento su una trafficata strada di Lewisham, a sud-est di Londra, dove viveva con la famiglia. Ella era stata ricoverata ben 27 volte in ospedale nei tre anni che precedettero la sua morte. Agli inquirenti, i genitori hanno dichiarato di non essere mai stati messi a conoscenza dei pericoli rappresentati dall’inquinamento atmosferico.

Dopo aver perso Ella, sua madre, Rosamund Kissi-Debrah è diventata un’attivista per l’aria pulita, e ha intrapreso un’acerrima battaglia per includere l’inquinamento atmosferico nel certificato di morte della figlia. L’impegno di Debrah ha portato a una una decisione storica: nel 2020 l’inquinamento atmosferico è stato riconosciuto per la prima volta come un fattore chiave nella morte della bambina.

L’impatto positivo della decisione inizia a vedersi in livello locale: è di pochi giorni fa la notizia dell’allestimento della prima clinica in Gran Bretagna che esaminerà l’impatto dell’inquinamento atmosferico sui bambini. Il centro, che avrà sede presso il Royal London Hospital di Whitechapel, mirerà a migliorare la vita dei bambini con asma identificando con precisione dove incontrano aria tossica su base giornaliera. La sua creazione è stata possibile grazie alle raccomandazioni del medico legale che ha seguito il caso di Ella.

La Giustizia climatica deve essere al centro delle politiche globali: l’ultimo rapporto IPCC

Quello di Londra è solo un piccolo passo verso una strategia che deve, sempre più, diventare globale.  A fine febbraio l’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), l’ente intergovernativo delle Nazioni Unite responsabile per i report sui cambiamenti climatici, ha pubblicato il contributo del secondo gruppo di lavoro al suo Sesto Rapporto di Valutazione, che valuta gli impatti dei cambiamenti climatici, esaminando gli ecosistemi, la biodiversità e le comunità umane a livello globale e regionale.

Il rapporto incorpora la ricerca di oltre 34.000 articoli scientifici, identifica 127 rischi per i sistemi naturali e umani e rileva che quasi la metà della popolazione mondiale vive in ambienti che sono “altamente vulnerabili ai cambiamenti climatici”. Cambiamenti che, tuttavia, colpiscono in modo sproporzionato i gruppi emarginati, amplificando le disuguaglianze e minando lo sviluppo sostenibile in tutte le regioni. Il Panel identifica l’Africa e l’Asia meridionale, la Micronesia e l’America centrale come le regioni più vulnerabili.

Si tratta di una svolta dal punto di vista del peso che il rapporto dà alle vulnerabilità e disuguaglianze e al linguaggio utilizzato per comunicarlo. Mentre il rapporto del primo Gruppo di Lavoro (The Physical Science Basis) pubblicato a settembre 2021, attribuiva inequivocabilmente eventi meteorologici estremi ai cambiamenti climatici, l’ultimo, pubblicato il 28 febbraio di quest’anno, mette a nudo che la disuguaglianza rende alcune comunità e paesi più vulnerabili agli impatti dei cambiamenti climatici. L’ente dell’ONU afferma per la prima volta in modo evidente e autorevole che la giustizia climatica deve essere messa al centro dell’agenda politica globale.

“È straordinario vedere l’aumento dell’uso di ‘inclusivo’ e ‘giustizia’ nel rapporto”, ha affermato Danielle Endres, professoressa dell’Università dello Utah che si occupa di comunicazione ambientale, in una dichiarazione rilasciata alla rivista Time. “Questo indica un cambiamento retorico che risponde ai difensori della giustizia climatica e alle comunità in prima linea che hanno lavorato per anni per evidenziare le disuguaglianze negli impatti in corso dei cambiamenti climatici, i modi in cui le comunità a basse emissioni stanno subendo danni sproporzionati dalle minacce dal cambiamento climatico e che le soluzioni proposte e gli adattamenti al cambiamento climatico devono mettere al centro la giustizia”.

Un approccio difeso da decenni da attivisti, attiviste e comunità di base, e che finalmente sembra essere stata messa a fuoco dall’IPCC.