CRISI DI GOVERNO: L’INGANNO A DRAGHI

Partiti state attenti ai sudditi silenziosi che ora invocano rispetto.

APPROFONDIMENTO
Marcello Mancini
CRISI DI GOVERNO: L’INGANNO A DRAGHI

Partiti state attenti ai sudditi silenziosi che ora invocano rispetto.

Il segnale dell’inganno è stato quello di impedire a Draghi di diventare presidente della Repubblica. Appena sei mesi fa, l’ex presidente della Bce era inamovibile da Palazzo Chigi perché sembrava una pedina troppo importante per la sopravvivenza dell’Italia in Europa e nello scacchiere mondiale. E oggi è diventato improvvisamente così inutile che si può benissimo rottamare come un ferro vecchio. E poi per cosa? Per colpa del termovalorizzatore di Roma e delle rivendicazioni dei tassisti o di quelle dei bagnini? Balle.

La verità è che Draghi, da uomo della provvidenza, è diventato lo scomodo ingombro sulla strada dei calcoli elettorali. Che a rimetterci sia il Paese, non interessa proprio a chi ha organizzato lo sgambetto al governo. Non interessa al Palazzo, ma preme ai cittadini.

È contenuta in questa ipocrita giravolta, la credibilità dei partiti che fra pochi giorni verranno a chiedere il voto per poter tornare in Parlamento stendendo un tappeto di promesse, molte delle quali saranno impraticabili. Con quale faccia e in nome di quali principi?

Qualche giornale, all’indomani della caduta del governo Draghi, ha titolato: <Vergogna>. E di che cosa altro si tratta se non di un tornaconto privatistico, in base al quale alcuni partiti, con un occhio ai sondaggi già scivolati in uno sprofondo di consensi, temevano di perdere ancora terreno da qui alla scadenza naturale del prossimo anno?

Penso che questi partiti (M5s, Lega, Forza Italia), tuttavia non abbiano considerato la rabbia dei cittadini, che già era stata ampiamente manifestata nell’astensione alle urne ai referendum e soprattutto alle recenti amministrative. La confusione che i guastatori del governo hanno creato fermando il lavoro di Draghi in uno dei momenti più complicati della nostra storia (Covid, guerra in Ucraina, e lasciamo stare la siccità) è perfino minore di quella che gli stessi partiti si troveranno ad affrontare da oggi alle prossime settimane, nelle quali dovranno compilare le liste (con molti meno posti in gioco), ipotizzare alleanze, individuare un candidato premier, almeno sulla carta.

Il nuovo status ha sovvertito gli umori della maggioranza degli elettori e quel che poteva apparire scontato qualche settimana fa – cioè il centrodestra super favorito – oggi potrebbe non esserlo più.

Niente di più facile che dopo il 25 settembre, sul tavolo di Mattarella si riproponga la situazione ingarbugliata che già si presentò al Capo dello Stato quattro anni e mezzo fa, dalla quale spuntò l’alleanza fra Lega e grillini e quindi l’ibrido governo di Giuseppe Conte, poi trasformato d’incanto in una altrettanta coalizione fra M5s e sinistra, che sembrava contronatura, infine terminata in una inaspettata quadratura del cerchio con il governo dell’italiano più rispettato e apprezzato nel mondo. Un cerchio imperfetto, che è stato spezzato prematuramente.

Ma nella politica italiana, mai dire mai. Dunque prepariamoci ad assistere a surreali accordi nelle prossime tre settimane; a cartelli elettorali insospettabili; a intese che ora sembrano impossibili ma che per sopravvivenza si scopriranno necessarie.

Però attenzione. Aver impallinato il leader che aveva rimesso l’Italia su un piedistallo che raramente il nostro Paese aveva occupato nel Dopoguerra, non sarà un’operazione senza prezzo da pagare per chi l’ha voluta. Il quadro è cambiato, i sondaggi vanno riscritti, gli esisti che erano scontati potrebbero essere rimessi in discussione. Questa consapevolezza non servirà magari a migliorare la qualità della politica che continuerà a sguazzare nella mediocrità. Ma forse potrà risvegliare il realismo che nelle stanze del potere è scarsamente avvertito, e fare in modo che ai cittadini torni ad essere riconosciuto il ruolo che tante volte negli ultimi anni, loro stessi hanno invocato non andando a votare. Un ruolo da rispettabili attori della democrazia e non da sudditi silenziosi.