CURARE LA NOSTRA PELLE, RISPETTANDO GLI OCEANI

Le temperature in aumento ci invogliano ad andare al mare, dove la protezione solare reef-friendly non dovrebbe mai mancare.

AMBIENTE
Emma Meo
CURARE LA NOSTRA PELLE, RISPETTANDO GLI OCEANI

Le temperature in aumento ci invogliano ad andare al mare, dove la protezione solare reef-friendly non dovrebbe mai mancare.

Il Sole emette delle radiazioni elettromagnetiche a varie lunghezza d’onda, compresi gli invisibili raggi ultravioletti di tipo A, B e C. Sebbene la maggior parte degli UV-B e UV-C vengano assorbiti dall’ossigeno e dall’ozono presenti nella nostra atmosfera, i raggi UV-A non sono altrettanto schermati, influendo sul nostro DNA e, quindi, sulla nostra salute. Un’esposizione controllata alla luce del Sole, infatti, ci fornisce l’apporto giornaliero di vitamina D ma prolungarla senza nessun tipo di protezione incrementa il rischio di sviluppare un cancro della pelle.

La radiazione solare killer

Il DNA è formato da una sequenza di basi azotate, delle molecole chiuse ad anello distinguibili in purine e pirimidine: sono le seconde in particolare ad essere colpite dai raggi UV che, eccitate dall’energia solare, vanno a formare dei legami inusuali tra loro che causano mutazioni genetiche pericolose al momento della riproduzione cellulare – un processo fondamentale per la ricostituzione dei vari strati che compongono la nostra cute. I danni causati dalla nostra stella – chiamati dimeri di timina – sono facilmente riconoscibili dai sistemi di riparazione cellulare poiché causano una distorsione della molecola di DNA ma, non per questo, ogni errato legame viene scisso per ritornare alla normalità. Inoltre, la pelle accumula ogni danneggiamento solare e l’abbronzatura, cioè l’aumento di produzione della melanina, è un tentativo del nostro organismo di mitigare le conseguenze e far assorbire i raggi UV al pigmento piuttosto che al materiale genetico.

I filtri solari non sono tutti uguali

Nostri importanti alleati sono sicuramente i vestiti, gli occhiali da sole che proteggono le nostre retine, ma anche l’ombra proiettata dagli alberi, sotto cui dovremmo ripararci più spesso. Ci sono momenti in cui fa troppo caldo per coprire ogni parte del nostro corpo e situazioni in cui non possiamo evitarlo – per esempio mentre siamo in acqua – e allora non ci resta che cospargerci di crema solare. La Skin Cancer Foundation, con il suo sigillo di raccomandazione, ci consiglia dei prodotti validi per l’uso quotidiano, come questi andrebbero scelti e ci indica persino come usare correttamente i filtri solari: applicazioni generose ed uniformi circa ogni due ore, dopo la sudorazione e/o la balneazione, lasciando il tempo alla cute di assorbirli a pieno. Quello che, invece, una crema non dovrebbe contenere sono degli specifici composti chimici: l’ossibenzone – che troviamo tra gli ingredienti sotto vari nominativi come oxybenzone o benzophenone-3 – e l’octinossato sono dei filtri solari molto utilizzati perché svolgono bene il loro compito ma, oltre alle possibili interazioni con il nostro sistema endocrino una volta penetrati nel flusso sanguigno, sono responsabili del deterioramento dei coralli e della fauna marina, che sviluppa difetti a livello degli apparati riproduttivi, per la loro insolubilità nell’acqua. In molti Paesi è stata vietata la vendita di prodotti che li contengono – Hawaii, Thailandia, Isole Vergini Americane – mentre il regolamento europeo li accetta con una concentrazione inferiore al 6%, che rimane comunque dannosa.

sbiancamento dei coralli
Sbiancamento dei coralli: la barriera corallina non è più come ci veniva mostrata ne “Alla ricerca di Nemo”, infatti, possiamo osservare come questi coralli siano diventati bianchi e, probabilmente, prossimi alla morte vista la loro lenta capacità di riprendersi da danni di questo genere.

La barriera corallina, la formazione rocciosa sottomarina tipica dei mari e degli oceani tropicali, è un importante luogo di biodiversità e di rifugio per il 25% delle specie marine nonostante ricopra solo lo 0,1% del fondale oceanico. Composto di coralli – ovvero colonie di piccoli animali incastonati in degli scheletri di carbonato di calcio – questo ecosistema ha alla base del suo funzionamento una simbiosi: i coralli ricevono nutrienti dalla fotosintesi compiuta da alcune tipologie di alghe, le zooxantelle, ed in cambio forniscono loro l’anidride carbonica necessaria per questo tipo di reazione chimica; fondamentali anche alcune tipologie di spugne che riescono a convertire il materiale organico in particelle più piccole che possono essere assorbite dagli altri abitanti dello stesso. La più grande barriera corallina al mondo si trova in Australia, dove si estende per 2200 chilometri fornendo ospitalità ad oltre 1500 specie di pesci ed anche ad alcuni uccelli marini in via d’estinzione, come l’Albatro dai piedi neri.

Invertire la rotta o perdere l’intero ecosistema

Da uno studio della Stanford University del 2022 è emersa la tossicità dell’ossibenzone sui coralli, soprattutto quelli andati incontro al processo di “sbiancamento”. Le temperature oceaniche sono in aumento: quando questo accade, il corallo reagisce andando ad espellere le alghe fotosintetiche da cui riceve nutrimento e, insieme ad esse, vengono eliminati anche i pigmenti fotosintetici responsabili del suo tipico colorito. Le colonie di coralli, adesso bianche e affamate, sono più suscettibili all’azione dell’ossibenzone che, una volta metabolizzato, non svolge più la sua funzione di filtro solare ma, all’opposto, ha un’azione fotosensibilizzante. Ciò significa che il corallo ha reazioni più forti del normale quando entra in contatto con i raggi solari, specialmente quelli UV, e finisce per degradarsi ulteriormente. È stato stimato che nel corso dei prossimi cinquant’anni perderemo quasi la totalità delle barriere coralline: altre attività antropiche come la pesca a strascico, l’uso dei veleni per pesci e turismo intensivo e irrispettoso provocano dei danni fisici alla formazione biogenica. Siamo in un circolo vizioso in cui non possiamo fare a meno dell’entrata economica della pesca e del turismo sulla barriera corallina, attività che sono destinate ad azzerare la loro stessa resa nel corso del tempo e ad incentivare, invece, lo sbiancamento a macchia di leopardo delle barriere coralline.