DA POMME A POMME DE TERRE (3)

È la volta della Patata di montagna dei Nebrodi. Si coltiva nei paesi di Floresta, Raccuja e Ucria in provincia di Messina.

TURISMO
Sara Stefanini
DA POMME A POMME DE TERRE (3)

È la volta della Patata di montagna dei Nebrodi. Si coltiva nei paesi di Floresta, Raccuja e Ucria in provincia di Messina.

Nella terza e ultima tappa del nostro viaggio in compagnia della patata, arriviamo sui Nebrodi, dove tra boschi e noccioleti, si raccoglie, nel mese di settembre fin dall’Ottocento, la Patata di montagna dei Nebrodi. Di questo tubero, che qui chiamano nustrale, a sottolinearne l’appartenenza al territorio, ne esistono tre tipologie differenti: una a pasta gialla con una candida buccia rosa, la più piccola e con una buona consistenza, una a pasta gialla con buccia gialla, morbida e con un sapore delicato, e una a pasta bianca e buccia completamente bianca, tanto da essere chiamata biancone, che ad oggi però è poco diffusa, dalle grandi dimensioni e poco compatta.

Come ormai siamo abituati con i protagonisti dei nostri viaggi (se ne avete voglia leggetevi i precedenti articoli per scoprirli), anche questi tre ecotipi rappresentano un piccolo diamante incastonato tra le coltivazioni massive, sicuramente più belle da un punto di vista estetico e maggiormente remunerative, visto l’alto numero delle produzioni, ma che non portano con sé quell’amore e attaccamento al territorio che i coltivatori tenacemente si trasmettono di generazione in generazione, trasformandosi di fatto in testimoni del futuro. Queste patate si coltivano su un areale di pochi ettari all’interno del Parco Naturale dei Nebrodi, tra i 700 e 1.300 metri, proprio di fronte all’Etna. Questi tuberi non temono il freddo, la pioggia e il vento e sui Nebrodi, grazie al clima fresco, ventilato e piovoso, trovano il loro habitat ideale, e anzi il caldo e la siccità sono elementi di disturbo per la loro crescita.

Proprio grazie al clima ventilato e piovoso i coltivatori non devono irrigare e le piante non sviluppano malattie e anche quando si manifestano delle  infestazioni, come successo negli ultimi anni a carico della dorifora, un voracissimo insetto che defoglia le piante infestate, la cura dei coltivatori pone riparo eliminando manualmente il coleottero parassita. 

La patata di montagna dei Nebrodi si coltiva nell’altopiano dei paesi di Floresta, Raccuja e Ucria, tutti in provincia di Messina. Floresta con i suoi 463 abitanti è il Comune più alto della Sicilia (1.275 metri slm) e il suo nome sembra derivare dal latino foresta, anche se qualche fonte ne attribuisce l’origine dall’espressione flos aestatis, letteralmente fiore d’estate. Le prime notizie di insediamenti abitati risalgono al 260 a.c. quando i romani ne fecero luogo per i lavori forzati di schiavi e prigionieri di guerra, impiegati per il taglio della ricca vegetazione di alberi, usati per la costruzione di navi da guerra. Nell’alto medioevo si verificò un forte spopolamento per le difficili condizioni climatiche della zona, che al tempo lasciavano isolato per settimane l’abitato. Di quel periodo rimango i cùbburi, delle piccole costruzioni in pietra chiamati anche pagghiàri ‘mpetra – pagliai di pietra – rifugio dei pastori durante la transumanza. Queste strutture hanno per lo più forma circolare e a partire dalle fondamenta i conci lapidei sono disposti concentricamente, così che ogni fila sostenga quella superiore.

Al di sopra di tutto si trova una pseudo-cupola a ricordare la struttura del tholos. A partire poi dal XIII secolo iniziò ad essere meta dei coltivatori ed entrò nel dominio di Federico III d’Aragona. Floresta è una delle mete più visitate dei Nebrodi, passeggiando per il centro, oltre alle case in pietra e i palazzi nobiliari, si può ammirare un paesaggio meraviglioso e l’Etna. Alla patrona del paese è dedicata la Chiesa di Sant’Anna, eretta sulla chiesa seicentesca che Antonio Quintana Duegas aveva dedicato a San Giorgio. La facciata a salienti è interrotta da un portale in pietra arenaria, da cui si accede all’interno a tre navate, decorate in stucco, in cui si possono ammirare diverse statue lignee, tra cui l’effige della stessa santa.

patate

Raccuja è un borgo bizantino incantevole il cui nome deriva dall’arabo Rahl che significa “casale” e Kuddia che vuol dire “collina”, cioè “casale sulla collina”. Infatti, il paese si sviluppa verso l’alto, con il complesso monumentale del Castello Branciforti posto a dominare tutta la vallata, sede odierna della biblioteca comunale.

Nei pressi del Castello si trova la Chiesa del Carmine, un tempo annessa al convento dei Carmelitani calzati, chiuso nel 1866. L’interno dell’edificio è ad unica navata e dell’altare maggiore ligneo ad oggi purtroppo restano solo alcuni frammenti. Sono ancora visibili il gruppo scultoreo in legno dorato della Madonna del Carmelo e la scultura settecentesca raffigurante la Madonna del Tindari. 

Percorrendo una delle mulattiere, la più nota delle quali è Reggia Trazzera, arriviamo u Ucria, piccolo borgo medievale che si trova sul ripido versante del Monte Castello nella fertile vallata del Torrente Sinagra. L’impianto medievale di Ucria è subito evidente nell’intreccio di viuzze che si sviluppano intorno all’impianto centrale rappresentato dalla Chiesa Madre, edificata nel 1625 e dedicata a San Pietro Apostolo.

Dal portale centrale, realizzato in pietra arenaria con eleganti bassorilievi scolpiti da artigiani locali e sormontato da due colonne corinzie, si accede all’interno a tre navate separate da otto colonne con capitelli corinzi. Da ogni punto in cui ci troveremo sarà possibile ammirare gli undici altari e le loro cappelle. La chiesa custodisce la Madonna della Scala, opera meravigliosa del Gaggini ricavata da un unico blocco di marmo. Alla periferia di Ucria si trova un’altra chiesa che merita una visita: la Chiesa del SS. Rosario costruita tra il 1720 e il 1750 dai frati domenicani.

Vale la visita fosse anche solo per ammirare l’altare maggiore rivestito con lastre di vetro dipinte ad olio che ospita una cappella in legno su cui sono collocate le statue della Madonna del Rosario e di San Domenico. Quando saremo all’interno della chiesa, alzando lo sguardo, ci troveremo di fronte al soffitto composto da tavole di legno dipinte ad olio e la cuspide del campanile ricoperta da maioliche colorate di bianco e azzurro. Salendo i 38 scalini del campanile ci potremo affacciare ad ammirare un panorama in cui perdere lo sguardo e lasciar fluire i pensieri. Ritornando nella Chiesa, prima di lasciare Ucria, potremo ammirare l’imponente (15 metri di lunghezza e 3 di altezza) mosaico intitolato “Due Mondi” di Nico Nicosia, realizzato con murrine e ora zecchino, in cui è raffigurato il viaggio delle Caravelle di Colombo.

A questo punto non ci resta che ringraziare il nostro piccolo tubero, con la poesia Ode alla patata di Pablo Neruda

Papa,
ti chiami
papa
e non patata,
non nascesti castigliana:
sei scura
come
la nostra pelle,
siamo americani,
papa,
siamo indios.

Profonda
e soave sei,
polpa pura, purissima
rosa bianca
sepolta,
fiorisci
là dentro
nella terra,
nella tua piovosa
terra
originaria…

Papa
materia
dolce,
mandorla
della terra…

Onorata sei
come
una mano
che lavora nella terra,
familiare
sei
come
una gallina,
compatta come un formaggio
che la terra produce
nelle sue mammelle
nutrici,
nemica della fame,
in tutte le nazioni
si piantò la sua bandiera
vittoriosa…
Universale delizia,
non aspettavi
il mio canto,
perché sei sorda
e cieca
e sepolta.

A malapena
parli nell’inferno
dell’olio
o canti
nelle fritture
dei porti,
vicino alle chitarre,
silenziosa,
farina della notte
sotterranea,
tesoro infinito
dei popoli.

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