DA POMME A POMME DE TERRE, IL VIAGGIO CONTINUA (2)

E dalle montagne abruzzesi scoviamo la patata turchesa. Testimonianza di amore, bellezza, tradizione e cultura.

TURISMO
Sara Stefanini
DA POMME A POMME DE TERRE, IL VIAGGIO CONTINUA (2)

E dalle montagne abruzzesi scoviamo la patata turchesa. Testimonianza di amore, bellezza, tradizione e cultura.

Il nostro viaggio alla scoperta dell’Italia ci riporta in Abruzzo (tranquilli cari lettori, tutte le Regioni saranno protagoniste, nessuna esclusa) grazie ad un piccolo tubero dal colore viola intenso, che ha fatto un lungo percorso per giungere fino a noi.

Eh già, perché la patata turchesa è originaria delle Ande peruviane e dalla fine del Settecento era la varietà più diffusa nelle montagne abruzzesi, tanto che in un testo di Giuseppe De Thomasis del 1799, poi pubblicato postumo da Benedetto Croce nel 1919, si legge “…cinque o sei prima erasi introdotta la semina dei pomi di terra, ossia patate, derrate che potrebbero essere di utile rinfranco nelle annate sterili. Siccome però per effetto di un ostinato pregiudizio non si è voluto mai mischiare la farina di grano, ne se faceva uso come di un pomo cotto, così se n’è abbandonata la coltura, come di una derrata insalubre e inutile…”.

Patata turchesa

La sorte del nostro tubero però cambia nel momento in cui la carestia fece riscoprire le proprietà nutritive – un detto in dialetto abruzzese recita “la patata è mezze pane” – e la convenienza che deriva dal fatto che la coltivazione fosse ipogea, così da riparare la patata dalla distruzione delle guerre. Però come spesso avviene ed è avvenuto per altri diamanti delle nostre terre, la produzione massiva unita ad un’estetica più apprezzata, hanno fatto sì che la nostra patata turchesa abbia rischiato la scomparsa.

Ma si sa ormai che i nostri viaggi a hanno tutti alla base storie di rispetto per la terra, il mantenimento di pratiche antiche, in cui i coltivatori, custodi di tradizioni, giocano il ruolo centrale di essere i pionieri del futuro e testimoni di amore. Ed ecco che grazie alla coriacea resistenza degli agronomi del Servizio Agro Silvo Pastorale dell’Ente del Parco del Gran Sasso, agli inizi del 2000 sono riusciti a salvare le ultime 33 patate turchesa presenti sul territorio e di ridare vita alla coltivazione di questo piccolo tubero, dalla buccia di un colore viola intenso, dalla pasta candida e dalla consistenza e granulosità media, che la rende adatta a tutti i tipi di cottura.

Grazie a questi coltivatori, la nostra patata turchesa ci può accompagnare a visitare un gioiellino ai piedi del Gran Sasso, Isola del Gran Sasso, una delle due “roccaforti” della rinascita del nostro tubero.

Isola del Gran Sasso

Isola del Gran Sasso si trova adagiata nel cuore di una valle magnifica, denominata Valle Siciliana, che si trova in una conca alla confluenza del torrente Ruzzo e del fiume Mavona. Non poteva che essere questo piccolo paese ad essere la roccaforte della nostra patata, perché percorrendo le sue viuzze, girando per i dintorni, si apprezza e si respira forte la cura del mantenere il suo patrimonio culturale, architettonico e religioso. Il centro storico trasmette al visitatore la sensazione di esser tornato nel medioevo con le sue stradine strette e le abitazioni che quasi si toccano, tanto sono vicine, le finestre finemente disegnate, con architravi e stipiti finemente decorati, con motti biblici e popolari.

L’antico Castello dell’Insula, appartenuto ai Conti di Pagliara fino al 1340 ed in seguito agli Orsini e agli Alacorn Mendoza, presenta bastioni situati lungo il perimetro esterno orientale del centro storico. Risulta ben evidente il basamento a scarpa con alzati adattati successivamente ad abitazione.

Presenta un doppio ordine di loggiato con archi a tutto sesto, del quale quello di ordine superiore è stato aggiunto in epoca successiva. Iniziamo adesso un facile trekking, passando per le colline, ed arriviamo alla Chiesa romanica di San Giovanni ad Insulam, detta anche Chiesa di San Giovanni al Mavone, che sorge su un piccolo poggio che fiancheggia il fiume Mavona. Purtroppo, i terremoti che si sono succeduti negli ultimi anni l’hanno fortemente danneggiata, rendendola di difficile fruizione per i visitatori. Ma questo tesoro meriterebbe maggiore impegno per essere mantenuto.

L’interno ha un impianto basicale, con tre navate le cui sei arcate sono sostenute da pilastri fino all’arco trionfale e poi da colonne che presentano capitelli di varie fogge. Meravigliosa la cripta, che è di grandi dimensioni, occupando quasi due terzi dello spazio della chiesa, illuminata da piccole finestre strombate, è di impostazione benedettina. Quattro colonne centrali a sezione circolare e i pilastri addossati alle pareti sostengono campate dove poggia la copertura. Del convento adiacente ormai restano soltanto dei ruderi, ma si percepiscono gli spazi che dovevano accogliere le celle dei monaci e un’ampia sala in cui gli stessi mangiavano e lavoravano.

Chiudiamo questo viaggio con le parole di Gustav Mahler “Tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco”, che a mio avviso ben si adattano ai nostri percorsi, che sono in primis testimonianza di amore, bellezza, tradizione e cultura.

Suggeriti
TURISMO
DALLA POMME ALLA POMME DE TERRE, IL VIAGGIO CONTINUA
Furono i Conquistadores spagnoli ad introdurre la patata nel 1600. Le prime varietà importate dal Sudamerica. Circondata da un alone diabolico.