DALLA POMME ALLA POMME DE TERRE, IL VIAGGIO CONTINUA

Furono i Conquistadores spagnoli ad introdurre la patata nel 1600. Le prime varietà importate dal Sudamerica. Circondata da un alone diabolico.

TURISMO
Sara Stefanini
DALLA POMME ALLA POMME DE TERRE, IL VIAGGIO CONTINUA

Furono i Conquistadores spagnoli ad introdurre la patata nel 1600. Le prime varietà importate dal Sudamerica. Circondata da un alone diabolico.

Un piccolo tubero, forse il più famoso, ci offre l’occasione per fare un percorso alla scoperta delle bellezze dell’Italia: la patata.

La sua coltivazione è originaria delle Ande e per secoli è stata alla base dell’alimentazione della civiltà Inca ed era così importante che i coltivatori ne riuscirono a selezionare numerose varietà.

Furono i Conquistadores spagnoli ad introdurre in Europa nel 1600 la patata, dove però la pianta aveva solo una valenza ornamentale e i tuberi usati come mangime per i maiali.

Le prime varietà importate dal Sudamerica, infatti, mal si adattavano ai climi europei e i raccolti di conseguenza erano scarsi, poi esteticamente non erano proprio la quinta essenza della bellezza, non nascevano dai fiori o sui rami degli alberi e, infine, le patate non essendo mai nominate nella Bibbia erano circondate da un alone diabolico, tanto che i clericali la associarono alla stregoneria e al demonio in persona.

La forte crescita esponenziale della popolazione in Europa, con il conseguente aumento della necessità di cibo, le grandi guerre, le carestie e la complicità dell’illuminismo, con l’abbandono delle credenze religiose, fecero sì che le patate divenissero oggetto di studio, con ricerche sovvenzionate anche dai governi. Ecco, quindi, che la fortuna della nostra protagonista cambia radicalmente e da oggetto demoniaco diviene soggetto per risolvere i problemi di denutrizione.

I Prussiani per diffonderne l’utilizzo, adottarono mezzi coercitivi, tanto da condannare chi si fosse rifiutato di coltivarle, mentre i francesi scelsero la strada opposta, mettendo in atto una vera e propria strategia di marketing ante litteram. Nel 1771 l’accademia di Besançon indisse un concorso per trovare un alimento che potesse sostituire il pane. Antoine Parmentier, farmacista, agronomo, igienista e nutrizionista, creò un piatto di patate con burro e aromi, che seppur semplice, riuscì a colpire addirittura il Re Luigi XVI, che ribattezzò il tubero pomme de terre, così da valorizzarne l’immagine.

A questo punto, ecco il colpo di genio di Parmentier, invece di pensare a mezzi coercitivi, pianificò un’accurata strategia di marketing, ponendo durante il giorno “a guardia” delle coltivazioni di patate la gendarmerie, facendo credere così che fossero un bene prezioso, tanto da dover esser vigilato. Durante la notte, quando le guardie si ritiravano, i contadini iniziarono a trafugare i tuberi e a coltivarli, sperimentandone così le ottime proprietà alimentari. La patata è una delle fonti principali di carboidrati, considerata una valida alternativa ai cereali non contenendo glutine, sono ricche di potassio, di fibre, di vitamine del gruppo E, antiossidanti e di minerali.

Dopo aver introdotto con la sua storia la patata, iniziamo il nostro viaggio, partendo dalla Valle d’Aosta.

la Patata  Verrayes

È qui che si trova la Patata  Verrayes, l’ultima varietà tradizionale valdostana ad oggi conosciuta. Questa patata era coltivata in diverse zone, tra cui Chevère da dove sono stati recuperati gli ultimi tuberi, grazie all’amore di alcune famiglie contadine che ne sono state custodi attente e che ne hanno permesso la sopravvivenza.

Questa patata dalle dimensioni medie, presenta una buccia violacea, a volte screziata d’arancio, forma irregolare e occhi, cioè i germogli, numerosi e profondi, e alcuni tuberi presentano un anello rosso acceso. Il sapore è fine, intenso, persistente e caratterizzato da una leggera dolcezza e buona sapidità; la pasta è moderatamente o molto farinosa, a seconda dell’altitudine della coltivazione, ma sempre piuttosto asciutta, il che la rende ideale per la preparazione di gnocchi, gratin e purè.

La patata di Verrayes è coltivata in un areale che comprende l’intera regione, non scendendo però sotto i 1000 metri. Questo ci permette di spaziare in tutta la piccola e meravigliosa Valle d’Aosta, partendo dal borgo di Fénis, dove si trova uno dei Castelli medievali più belli al mondo, un’attrazione imperdibile per chi ama la bellezza architettonica e il paesaggio. Il castello, da cui si accede passando da una torre quadrata,  ha pianta pentagonale, con tre torrette circolari, una massiccia torre a sud-ovest, e una torre con pianta quadrata a sud. Il mastio è racchiuso in una doppia cinta di mura con torrette di guardia collegate da un camminamento di ronda. Al pianterreno si trovano molte sale e la cucina in cui domina un grande camino; al piano superiore si trovano le camere padronali, la cucina nobile, la sala da pranzo e una cappella.

Fermiamoci un attimo e sbirciamo dalle finestre da cui si affacciarono anche i padroni del castello, gli esponenti della famiglia Challant, da cui è possibile ammirare un paesaggio incantevole. Scendiamo e attraversiamo il cortile interno, con lo scalone semicircolare sovrastato dall’affresco raffigurante San Giorgio che uccide il drago; alzando lo sguardo al piano superiore si possono ammirare le balconate in legno su cui si trovano dipinti cartigli con proverbi e sentenze morali in antico francese. La parete orientale infine è ornata dai dipinti dell’Annunciazione e di San Cristoforo, attribuiti ad un pittore vicino alla scuola di Jaquerio e databili intorno al 1425-30.

I paesaggi della Valle d’Aosta sono legati in maniera imprescindibile ai Giganti delle Alpi: il Monte Bianco, la montagna di granito scenario di imprese epiche dei pionieri dell’alpinismo; il Monte Rosa, con ben trenta cime con altezza superiore ai 4.000 metri che si innalzano dal massiccio; il Monte Cervino, la montagna perfetta, a forma di piramide che si staglia, isolata dal resto della catena montuosa, sull’incantevole Valtournenche, e il Gran Paradiso, custode del Parco Nazionale, istituito nel 1922, il primo in Italia, per scongiurare l’estinzione dello stambecco. Scegliere è sicuramente impossibile, ma di certo ovunque decideremo di approfondire le nostre camminate, potremo godere di paesaggi unici, di una natura incontaminata, in cui abbracciare alberi secolari e rigenerare l’animo.

Con l’animo leggero, sediamoci a tavola e assaporiamo le prelibatezze tipiche della Val d’Aosta, che raccontano la storia di un territorio di montagna, che ne caratterizza l’identità e valorizza il rispetto per la natura, delle materie prime e le lavorazioni frutto di esperienza antica.

Ne sono un esempio i vari tipi di formaggi che derivano dal latte dei pascoli montani come la fontina, la toma di Gressoney, il salignön, una ricotta dalla consistenza cremosa e grassa e dal sapore piccante e speziato, o il seras, un formaggio dalle origini così antiche che se ne parla addirittura in documenti e  manoscritti del 1200. Per non parlare poi dei salumi, come il Vallée d’Aoste Jambon de Bosses Dop, prosciutto crudo speziato con erbe di montagna, prodotto a 1600 metri di altitudine nell’omonima località di Saint-Rhémy-en-Bosses, la motzetta, carne essiccata di bovino, camoscio, cervo o cinghiale, la cui origine si deve all’ esigenza di conservare a lungo la carne per il fabbisogno invernale della famiglia, accompagnati dal pane nero, profumato e gustoso, la cui cottura nei tempi andati avveniva una o due sole volte l’anno, un rituale quasi sacro che coinvolgeva tutta la comunità, riunita nel veder concretizzarsi il lavoro di mesi, poiché la coltivazione della segale e le lavorazioni successive per la panificazioni erano molto lunghe e l’accensione dei forni molto costosa. Per finire concediamoci i biscotti tipici del territorio valdostano, le tegole, con nocciole ed, eventualmente, mandorle e vaniglia, meditando con un bicchierino di Genepi, il liquore valdostano che si ottiene dalle erbe alpine che fioriscono a quote elevate, note per le proprietà terapeutiche, come l’artemisia glacialis e l’artemisia weber.

Ricarichiamoci e prepariamoci per la prossima tappa in compagnia di una poesia di Eugenia Martinet, esponente di rilievo degli autori di questo scrigno di Regione, cultori del dialetto valdostano, il patois.

Quante cose ho imparato
attraversando il ponte
della mia vita !
Sotto di me profondo
il baratro, e dolce alle dita
il parapetto.
Giunta in mezzo
avevo rigide le braccia
la testa ardita,
come un fiero cavaliere
che guardasse la gente
giù dall’arcata.
Il vento spinge avanti,
cambia tutto lo scenario
del paesaggio,
e il cuore batte forte.
Ma la ferita al fianco
si cela, cupa
nella corazza, a fondo.
Si deve chiudere il mantello
e il volto,
che dall’altra parte
prende la sua curva il ponte
e cala l’ombra.
(Il ponte della vita – Eugenia Martinet)