DEMOCRAZIA LINGUISTICA: LA PROVA DELL’ESPERANTO

Le lingue non sono tutte sullo stesso piano, per questo si è ricercata una nuova lingua artificiale sotto cui riunire tutta l’umanità.

APPROFONDIMENTO
Emma Meo
DEMOCRAZIA LINGUISTICA: LA PROVA DELL’ESPERANTO

Le lingue non sono tutte sullo stesso piano, per questo si è ricercata una nuova lingua artificiale sotto cui riunire tutta l’umanità.

Democrazia” è un termine che deriva dal greco antico e con il quale si intende quella tipologia di governo che conferisce potere decisionale al popolo.

In una visione più ampia e globalizzata, l’umanità è da considerarsi come un’unica popolazione, in cui ognuno dovrebbe avere gli stessi diritti, doveri ed opportunità. Se nel nostro piccolo riusciamo a renderci conto delle discriminazioni che le donne e le persone della comunità LGBTQIA+ affrontano tutti i giorni, non è banale sottolineare come esistano anche delle discriminazioni verso alcune lingue ed intere nazionalità, derivanti da pregiudizi reconditi che sono alla base della cultura occidentale; un Occidente che si è sempre definito unicamente in contrapposizione all’Oriente già dalla primissima antichità.

La storia dell’Esperanto

L’Esperanto è una lingua artificiale, risalente alla fine del 1800, da attribuire al medico e linguista Ludwik Lejzer Zamenhof che, in quanto poliglotta, ha personalmente scelto le regole grammaticali più semplici delle lingue da lui conosciute.

Le motivazioni dietro la formazione di un nuovo linguaggio sono da ricercare nella sua infanzia: da bambino, Zamenhof visse in una comunità multi-etnica e multi-lingue – che oggi corrisponde ad una città polacca – in cui, spesso, le incomprensioni sfociavano in violenza. Nacque così l’Esperanto, come un nuovo modo di comunicare comune che potesse aiutare le varie popolazioni a comunicare, per lo stabilirsi di una pacifica convivenza.

La comunità esperantista non tardò a riunirsi: nel 1905, in Francia, si tenne il primo congresso per dimostrare, con i fatti, che le problematiche internazionali potessero essere descritte e risolte in Esperanto; alla fine dell’evento venne redatta una dichiarazione in cinque punti a sostegno della nuova lingua appartenente al mondo intero, in sintonia con il volere del suo creatore.

 

Congresso 1905: Fotografia che ritrae alcuni partecipanti al primo Congresso svoltosi in Francia, tra i quali possiamo vedere anche lo stesso Zamenhof, sopra la bambina al centro

 

Con la prima e, soprattutto, con la Seconda guerra mondiale la comunità esperantista venne perseguitata e questo causò un rallentamento nella diffusione dell’Esperanto ma, già dal 1954, l’UNESCO si proclamò a favore di questo nuovo linguaggio e si interessò a monitorarne gli sviluppi. Si ebbe una grande ripresa che portò anche alla fortificazione dei vari movimenti sparsi in tutto il mondo, tra cui anche quello italiano – il 108° Congresso esperantista del 2023 si è svolto proprio in Italia, a Torino. Nel 1996, a Praga, venne promulgato il manifesto dell’Esperanto in cui si annoverano i sette principi cardine a favore della sua assunzione come seconda lingua e per la comunicazione tra Stati.

La Manifesto de Prago

Oltre alla facilità d’apprendimento a tutte le età dell’Esperanto, questo si pone gli obiettivi di creare un ponte laddove ci sono delle barriere linguistiche e culturali, di tutelare ogni idioma a prescindere dal prestigio che gli viene attribuito da un mondo sempre più globalizzato.

Gli esperantisti sostengono, inoltre, che nelle scuole di qualsiasi grado non ci si limiti all’assimilazione di una seconda lingua – quasi sempre l’inglese, il francese, il tedesco o lo spagnolo – ma che il loro studio comporti un avvicinarsi alla cultura ed alla visione del mondo dei suoi parlanti nativi, non considerabili come imparziali.

Nel corso dei secoli, infatti, il susseguirsi delle violenze colonialiste, a partire dalla conquista delle Americhe, ha portato allo sviluppo di un sistema gerarchico in cui Nazioni e persone si trovano in posizioni subalterne: maggiore rispettabilità venne conferita a quelle lingue native delle potenze colonialiste che, non a caso, furono l’Inghilterra, la Francia, il Portogallo, la Spagna ed anche l’Italia – seppur con minori risultati. L’Esperanto non vuole quindi andare a soppiantare le lingue che oggi sono le più conosciute, ma piuttosto svelarne i loro intrecci storici e trovare una forma alternativa di comunicare che metta tutti i parlanti sullo stesso livello, per permettere a chiunque di partecipare alla vita della comunità senza una disparità di potere che mina, ed ha minato, la garanzia di un eguale trattamento sociale e/o di fronte alla legge.

Primo Levi: Come si evince dall’esperienza di Primo Levi nei campi di concentramento nazi-fascisti, la strategia per abbattere gli animi dei prigionieri consisteva nella mescolanza degli stessi senza badare alla diversa nazionalità, affinché questi non potessero comunicare o farsi forza l’un l’altro. Le persone deportate, invece, svilupparono una lingua tutta loro che rifletté la disparità di potere subìta: basata sul tedesco ma arricchita da una serie di termini lessicali presi in prestito dalle varie lingue madri, denominata Lagersprache

 

Abbiamo fatto i conti con il colonialismo?

Prendendo come esempio recente il referendum australiano, lo strascico della disparità di potere evocata dal colonialismo è ben evidente: questo provvedimento politico aveva l’obiettivo di riconoscere gli aborigeni australiani nella Costituzione che, sulla carta, hanno eguali diritti ma che, di fatto, sono maggiormente ostacolati nell’istruzione, hanno una mortalità infantile più elevata e un’ aspettativa di vita più bassa, come sostiene il movimento Survival International. La bocciatura del suddetto referendum, per il timore che la popolazione ottenesse << troppi diritti >>, rispecchia un mondo che non ha ancora fatto i conti con un passato violento, che ha causato sofferenze e morti ingiuste, nonostante questo sia a portata di orecchio: la lingua parlata dagli “aborigeni” – parola scelta dai colonizzatori – è un creolo che, come ogni altro, sottolinea come la popolazione sia stata invasa e, per istinto di sopravvivenza, portata ad includere l’inglese nel proprio parlato.

Bandiera dei popoli indigeni australiani: Il nero simboleggia il colore della pelle, il rosso il colore della terra su cui camminano ed il cerchio giallo rappresenta il sole. Aumentare la rappresentanza politica passa anche dalla lingua, per una integrazione volontaria piuttosto che una costrizione verso l’omologazione con la cultura dominante

 

In linguistica, il creolo, infatti, è una lingua che si è stabilizzata nel corso delle nuove generazioni e che si è evoluta a partire da un “pidgin”, ovvero un sistema di comunicazione molto semplificato, di derivazione multi-linguistica, che si è instaurato in seguito a dei contesti che distribuiscono il potere in mano ad una popolazione a scapito delle altre con cui è in contatto.

Nella teoria linguistica si parla della “situazione del forte” e della “situazione della piantagione”: nella prima un gruppo di persone stabilisce dei legami con le comunità multilingue originarie dell’area che è stata invasa – come avvenne alla fine del XV secolo tra l’Impero portoghese e le popolazione delle regioni asiatiche, come l’India, per il monopolio delle spezie nelle tratte commerciali – mentre nella seconda un gruppo di persone preleva dalle loro aree di origine altre persone e le costringe a lavorare nelle piantagioni, schiavizzandole, senza che vi sia una lingua ad accomunarle – è così che l’Impero britannico conquistò la Giamaica e vi portò a lavorare gli schiavi provenienti dall’Africa occidentale.

Le lingue creole resistono ancora oggi, come quelle a base portoghese che si parlano in India e Sri Lanka o quella a base inglese che si parla in Giamaica. È facile intuire, adesso, che ogni lingua ha una sfumatura politica che racconta il nostro passato, più spesso i nostri errori.