DIABETE TIPO 2: UNA PARITÀ CHE FA MALE

La percentuale di donne con diabete raggiunge quella degli uomini perché aumenta la rinuncia alle cure accentuata dalla pandemia.

SALUTE
Sara Stefanini
DIABETE TIPO 2: UNA PARITÀ CHE FA MALE

La percentuale di donne con diabete raggiunge quella degli uomini perché aumenta la rinuncia alle cure accentuata dalla pandemia.

È ormai un dato acclarato: durante la pandemia si è ridotto l’accesso alle prestazioni sanitarie. Sono soprattutto le donne a rinunciare alle cure e, come se non bastasse, la percentuale di quelle affette da diabete ha raggiunto quella degli uomini. Su questo pesano i fattori socioeconomici, come livello di istruzione e un basso reddito. Il diabete è sempre stata una malattia più diffusa tra i maschi, ma nel 2020 la percentuale di donne con diabete ha raggiunto quella degli uomini, attestandosi al 5,9 per cento, in linea con la media nazionale. A dispetto di questo aumento, sono proprio le donne a rinunciare più spesso alle prestazioni sanitarie, anche in presenza di diabete e di altre malattie croniche, ovvero il 22,7 cento contro il 17,2 per cento di uomini.

Il dato emerge dalla quindicesima edizione dell’Italian Diabetes Barometer Report , “La pandemia del diabete tipo 2 e il suo impatto in Italia e nelle regioni” realizzato da Italian Barometer Diabetes Observatory (IBDO) Foundation, in collaborazione con Istat e con il contributo di CORESEARCH e BHAVE. Questo andamento è spiegabile con una pluralità di motivi, tra cui un ruolo importante lo gioca sicuramente la maggior longevità delle donne, tanto che il tasso aggiustato per età fa sì che la prevalenza tra le donne sia più bassa, ovvero del 4,7 per cento rispetto al 5,5 per cento tra gli uomini. «Oltre alla maggior longevità, nelle donne hanno un maggior impatto le disuguaglianze socioeconomiche; considerando il titolo di studio, per esempio, nella fascia di età 45-64 anni è stata riscontrata una prevalenza tre volte più elevata tra le donne con bassa istruzione, il 5,8 per cento rispetto l’1,8 per cento tra le più istruite. Negli uomini la differenza è sempre marcata, ma più contenuta, ovvero si passa dal 7,4 per cento al 4,3 per cento. Lo stesso per il reddito: nelle donne over 45 la percentuale con basso reddito che soffre di diabete si attesta all’11 per cento rispetto al 6,4 per cento tra chi ha un reddito maggiore», spiega Roberta Crialesi, Dirigente Servizio Sistema integrato salute, assistenza, previdenza e giustizia, Istat.

 

«Questi dati indicano il peso delle disparità sociali per l’insorgenza di malattie croniche come il diabete, dove le persone maggiormente colpite sono quelle in condizioni socioeconomiche più disagiate e spesso si tratta di donne. Bassa istruzione e scarso reddito si associano spesso a stili di vita non salutari, come cattive abitudini alimentari, sedentarietà, insufficiente ricorso alla prevenzione primaria e secondaria, maggior rischio di obesità e di insorgenza di malattie metaboliche. Inoltre, tali condizioni possono ridurre le opportunità di accesso a servizi e prestazioni sanitarie di qualità o causare il ritardo nell’accesso ai servizi per la presenza di lunghe liste di attesa», commenta Paolo Sbraccia, Vicepresidente IBDO Foundation.

«La rinuncia a prestazioni sanitarie laddove necessario mette in evidenza problemi di accesso e quindi di equità del sistema sanitario. Le difficoltà di accesso generalmente sono determinate da problemi di varia natura, a partire da quelli economici, a quelli logistici, come la difficoltà nel raggiungere i luoghi di erogazione del servizio o le lunghe liste di attesa. Ovviamente anche i motivi legati al Covid-19 sono stati causa di rinuncia a prestazioni sanitarie negli ultimi anni, anche in questo caso più frequentemente nelle donne rispetto agli uomini», spiega Simona Frontoni, Presidente del comitato scientifico di IBDO Foundationche aggiunge: «Se è vero che le donne vivono più a lungo degli uomini, è anche vero che trascorrono meno anni in buona salute. Per esempio, le disparità salariali o pensionistiche di genere mettono le donne anziane in particolare a rischio di povertà ed esclusione sociale, fattori che creano ostacoli per l’accesso alle cure».

«Negli ultimi anni si sono fatti grandi progressi nella lotta al diabete, ma si può ancora fare molto contro la crescente sfida posta da questa patologia a livello globale, europeo e italiano. La pandemia da Covid-19 ha dimostrato l’estrema fragilità e vulnerabilità delle persone con diabete. Questo report è stato realizzato con la convinzione che la raccolta e la condivisione di informazioni, alla base del confronto e dei processi decisionali, possano contribuire a riuscire a gestire in maniera adeguata questa malattia e contribuire così in modo significativo anche alla prevenzione di altre malattie croniche che ne condividono i fattori di rischio, i determinanti e le opportunità di intervento», chiarisce Domenico Cucinotta, Coordinatore e Editor dell’Italian Diabetes Barometer Report.

«I dati dell’iniziativa Annali AMD dimostrano che la diabetologia italiana è stata in grado di rispondere con efficacia e tempestività alla crisi provocata dalla pandemia di Covid-19 nel nostro Paese. Alla contrazione, inevitabile, del numero di visite in presenza si è infatti sopperito con una notevole attività di contatto a distanza, evidenziando tutte le potenzialità della telemedicina come complemento all’assistenza tradizionale. Anche se non tutti i pazienti potranno essere candidati all’assistenza in remoto, una nuova strutturazione dei centri specialistici, in grado di integrare l’assistenza in presenza con sistemi di telemedicina, potrebbe essere sicuramente un valido strumento per favorire l’accesso alle cure e scongiurare la rinuncia da parte delle persone che incontrano più ostacoli», sottolinea Antonio Nicolucci, Direttore CORESEARCH.

Resta tuttavia il fatto che il diabete ha bisogno di azioni di prevenzione che devono essere intraprese precocemente, e anche nella malattia conclamata lo screening periodico rimane fondamentale poiché, come sottolineano i diabetologi, può impedire l’ospedalizzazione.