DOGGY BAG: UN OBBLIGO DI LEGGE?

Presentata una proposta per il contrasto allo spreco alimentare: l’uso obbligatorio della doggy bag. Quanto è diffusa da noi? E in altri paesi?

AMBIENTE
Pamela Preschern
DOGGY BAG: UN OBBLIGO DI LEGGE?

Presentata una proposta per il contrasto allo spreco alimentare: l’uso obbligatorio della doggy bag. Quanto è diffusa da noi? E in altri paesi?

L’obbligatorietà della “doggy bag” è l’essenza della proposta di legge che vede come primo firmatario il deputato Giandiego Gatta del partito Forza Italia, responsabile nazionale Dipartimento pesca e acquacoltura assieme al presidente dei deputati di Forza Italia, Paolo Barelli. L’obiettivo è quello di contrastare lo spreco alimentare, come previsto dal 12° Obiettivo dell’Agenda ONU 2030; l’incentivo sarebbero le sanzioni comprese tra i 25 e i 125 euro per chi non rispetta l’obbligo.

Origine, diffusione e “ratio” della doggy bag

Il termine “doggy bag”, di provenienza statunitense, è utilizzato per chiedere al ristorante un contenitore per portare a casa il cibo avanzato a fine pasto col pretesto di raccogliere i resti per il proprio cane. In realtà spesso la ragione è conservare un piatto ancora buono per il giorno dopo o magari regalarlo a chi non può permetterselo.

In America è diffusa sin dagli anni Quaranta. Pioniere furono Seattle su iniziativa di un network di ristoranti e San Francisco, dove alcuni caffè lanciarono piccole confezioni di cibo avanzato per gli animali domestici, cosiddetti Pet Pakit.

In Francia dal 2021 è obbligatoria nei locali con più di 180 coperti e i supermercati sono obbligati a donare i prodotti avanzati al circuito del volontariato, con multe e perfino il carcere per chi non si adegua.

In Spagna dove dal 2022 le aziende che producono e trasformano il cibo devono redigere un piano di prevenzione delle perdite alimentari  per dirottare gli avanzi è ormai una consuetudine.

In Cina ordinare il dabao (il pacchetto con gli avanzi di cibo) considerato un comportamento da persone educate.

Da noi, in Italia, invece tale pratica è spesso considerata volgare, inopportuna quando si va a mangiare fuori. E anche a livello normativo da meno di dieci anni e con gran fatica è stato riconosciuto il diritto di portarsi via gli avanzi come regola comunemente accettata dalla convivenza civile, prima con una  sentenza della Corte di Cassazione (n.29942 del 2014), poi con la legge 166/16, la cosiddetta “norma antisprechi” sull’educazione alimentare nelle scuole e doggy bag.

Secondo un’indagine Coldiretti al ristorante il 28% finisce tutto, il 25% degli italiani ritiene la doggy bag un’usanza da cafoni e pertanto si vergogna a chiederla; il 12% la domanda di rado, il 15% non sa cosa farsene.

Anche nel nostro paese la riduzione dei rifiuti provenienti da cibo e bevande è una priorità se si pensa che ogni italiano spreca ogni anno circa 65 kg di cibo sia a casa che al ristorante, dove il 50% del cibo ordinato  finisce nel bidone della spazzatura. La maggior parte degli sprechi alimentari nella ristorazione avviene durante la preparazione (45% del totale), poi nel consumo (34%), e infine nel deterioramento degli alimenti (21%).

Agire per contenere questi numeri combina esigenze di natura diversa, tra cui morale, economica, ambientale; limitare i rifiuti alimentari utilizzando consapevolmente le risorse a disposizione optando per scelte sostenibili nel rispetto delle generazioni future, significa prestare attenzione alla diminuzione della disponibilità di cibo a livello mondiale.

Contenuto della proposta

Secondo i firmatari dell’iniziativa di FI obbligare i ristoranti e i punti di ristoro a mettere a disposizione dei clienti dei sacchetti per il cibo ha uno scopo educativo, non punitivo: serve a incoraggiare l’adozione di corrette abitudini, rendendo doveroso quanto avviene già in gran parte dei ristoranti in modo volontario.

La proposta di legge, che dovrà essere completata e migliorata col contributo di associazioni di categoria e di consumatori, prevede per le attività che somministrano alimenti e bevande l’obbligo di mettere a disposizione dei clienti che li richiedano contenitori riutilizzabili o riciclabili per cibi o bevande non consumati in loco nel rispetto delle norme igienico sanitarie. Un dovere che ricade sugli esercenti e non sui clienti, liberi di lasciare avanzi di cibo nel piatto o di bevande nelle bottiglie.

Inoltre, gli esercenti dovranno offrire una adeguata informazione sulla disponibilità del contenitori riutilizzabili e riciclabili, per incoraggiare al loro utilizzo e di cui dovranno incentivare la restituzione e/o a penalizzare la mancata restituzione entro un termine stabilito con strumenti adeguati quali, ad esempio, una cauzione.

Tra le opzioni c’è la possibilità per il cliente/consumatore di usare per gli avanzi alimentari propri contenitori riutilizzabile o riciclabile che rispettino norme di igiene e idoneità da esporre chiaramente all’interno dei locali. Nel caso in cui le vaschette non siano rispondenti ai requisiti previsti, il ristorante può rifiutarne l’uso e fornire un’alternativa adeguata.

In materia di sicurezza alimentare e responsabilità in caso di malore per le condizioni di conservazione del cibo, il buon senso vorrebbe che una volta impacchettato e consegnato il cibo avanzato il consumatore ne sia responsabile. Al di là della ragionevolezza ad oggi non esistono dettagli e norme specifici da fornire e definire durante il ciclo di audizioni che a breve coinvolgeranno il mondo della ristorazione e dalla Commissione Sanità.

Bisognerà poi definire cosa fare in caso di controversie in materia di responsabilità nella conservazione degli alimenti e valutare se prevedere un format per i locali con cui dare indicazioni e regole per pulizia e idoneità.

Reazioni alla proposta

Secondo alcuni come Barbara Nappini, presidente di Slow Food Italia, lo spreco alimentare, si combatte con l’educazione, comprendendo il valore del cibo, l’impegno necessari per produrlo, confezionarlo, distribuirlo e in questo senso la doggy bag può andare nella giusta direzione. Ma, appunto, come complemento, non come unico strumento per affrontare la questione.

Ancor di più la Federazione dei Pubblici Esercizi (FIPE), che esprime apprezzamento per l’iniziativa, ribadisce che occorre convincere i consumatori a cambiare mentalità, lasciandosi alle spalle quell’imbarazzo e resistenza verso l’uso delle doggy bag, attraverso azioni di sensibilizzazione che diffondano una cultura della sostenibilità alimentare. Il cambiamento in questa direzione sembra già in atto e i tempi maturi secondo Coldiretti e Censis: da un’indagine emerge che circa la metà degli italiani (percentuale leggermente maggiore tra i giovani) non ha remore a chiedere ai ristoratori di inserire in un contenitore il cibo avanzato da portare a casa, come risultato del diffondersi di una sensibilità “verde” oltre che di esigenze di risparmio.

Alcuni professionisti sono in disaccordo con una possibile imposizione della doggy bag che deve restare una pratica volontaria e discrezionale, non obbligatoria. Eppure, in alcuni ristoranti stellati come quello di Davide Oldani e il programma televisivo Masterchef è di tendenza e la esaltano nella lotta contro lo spreco alimentare.

Sarà il suo essere di moda a sdoganare una volta per tutte la doggy bag o la consapevolezza del suo contributo per il raggiungimento di un obiettivo importante?