DOMESTICI E SELVATICI, È SOLO UNA QUESTIONE DI GENETICA

È nel Dna e nella struttura di alcune cellule cerebrali che si annidano la differenze tra specie, anche rispetto ai loro comportamenti e alla capacità di essere o diventare più o meno “addomesticabili”.

APPROFONDIMENTO
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Chiara Grasso
DOMESTICI E SELVATICI, È SOLO UNA QUESTIONE DI GENETICA

È nel Dna e nella struttura di alcune cellule cerebrali che si annidano la differenze tra specie, anche rispetto ai loro comportamenti e alla capacità di essere o diventare più o meno “addomesticabili”.

Essere adrenalinici, quindi meno accondiscendenti, meno pacati non riguarda solo gli umani, anzi. E la neurobiologia nelle sue più avanzate ricerche lavora per dimostrarlo.
Un recente studio pubblicato sulla rivista Genetics ha infatti provato che nella differenza tra specie domestiche e selvatiche risiede un’importante componente genetica e neurobiologica. Il gruppo di ricerca ha osservato lo sviluppo delle cellule della cresta neurale in alcune specie domestiche (cani, maiali, cavalli, pecore e conigli, alcuni uccelli e pesci). Le cellule della cresta neurale sono cellule che in fase embrionale si auto-indirizzano e dal tubo neurale vanno a specializzarsi in tutto il “corpo abbozzato” andando a compiere diverse funzioni a seconda del sito e dell’apparato occupato. I ricercatori sono partiti dall’idea che per esserci così tante differenze morfologiche, fisiologiche e comportamentali tra specie domestiche e selvatiche, ci dovrà pur essere stata una “Sindrome dell’addomesticazione” genetica, a cui Darwin non era arrivato,nel 1868, nel suo “The Variation of Plants and Animals under Domestication” e hanno così scoperto il ruolo delle cellule della cresta neurale nel processo di addomesticazione delle specie domestiche.

I ricercatori hanno osservato che, le cellule della cresta neurale in fase embrionale, negli animali domestici sono minori di quelle degli animali selvatici. Questo, una volta conclusa la specializzazione embrionale, ha portatonei derivati endocrini del midollare del surrene a una diminuzione della secrezione dell’adrenalina. Avendo un rilascio adrenalinico minore, gli individui delle specie domestiche hanno un’indole docile già alla nascita e questo fa sì che l’interazione con l’Uomo non debba necessariamente essere mediata da un’addomesticazione innaturale. Lo studio ha dimostrato infatti che gli individui appartenenti a specie domestiche, tra le altre cose, sono più mansueti, hanno orecchie più basse, un manto generalmente più macchiato, il muso più accorciato e denti più piccoli. Tutto ciò, indirettamente, può aver portato, inoltre, le specie domestiche ad avere una dimensione del cranio minore rispetto a quella dei selvatici.

Uno studio giapponese del 2015 pubblicato su Science , ha inoltre dimostrato che il solo sguardo reciproco tra cane e umano stimola in entrambi la secrezione di ossitocina (chiamato “ormone dell’amore”), cosa che, durante gli esperimenti, non è avvenuta tra Uomo e lupo. Gli scienziati hanno calcolato il livello di ossitocina contenuto nell’urina di canidi e proprietari, dopo diversi minuti di sguardo reciproco. È emerso che i lupi tendevano a evitare lo sguardo e, in ogni caso, anche dopo un contatto fisico con il proprietario, il livello di ossitocina, sia nell’Uomo che nel lupo era minore rispetto a quello misurato nei cani, dopo l’interazione con il rispettivo proprietario.
I ricercatori hanno successivamente invertito l’esperimento e hanno indotto ossitocina sia nei canidi che negli umani per valutare la durata dello scambio di sguardi nelle coppie e anche in questo caso nelle diadi cane-umano si sono verificate interazioni visive più lunghe e durature delle diadi lupo-Uomo. Tra Canis lupus familiaris e Homo sapiens sembra quindi esserci, anche a livello endocrino, lo stesso rapporto che c’è tra madre e figlio o tra partner.

Inoltre, da un altro studio emerge che l’anatomia facciale del cane differisce da quella del lupo nella muscolatura sopra gli occhi. I cani hanno un piccolo muscolo che consente loro di alzare agevolmente la zona al di sopra dell’occhio, che lo separa dal resto della fronte, e dirigere la vista verso il padrone con uno sguardo che ci sembra più intenso. Questo elemento invece manca nel lupo. Quando i cani muovono gli occhi in questo modo sembrano accendere un forte desiderio, in noi, di prendersi cura di loro. “I risultati suggeriscono che le sopracciglia espressive nei cani possono essere il risultato delle preferenze inconsce degli umani che hanno influenzato la selezione durante l’addomesticamento. Quando i cani fanno il movimento, sembra suscitino un forte desiderio negli esseri umani di prendersi cura di loro. Ciò darebbe ai cani, che muovono le sopracciglia, (più) un vantaggio di selezione rispetto agli altri e rafforzerebbe il tratto ‘occhi da cucciolo’ per le generazioni future.” ha sottolineato Anne Burrows, coautrice della ricerca.

Questo significa che, se il cane ci riporta la pallina e scodinzola quando torniamo a casa è tutto frutto dell’evoluzione e della biologia e, questo, dovrebbe farci comprendere il limite etologico, fisiologico ed evolutivo che c’è tra specie domestiche e specie selvatiche. Un’altra dimostrazione dell’immensa differenza genetica, comportamentale e biologica che separa i domestici dai selvatici. L’ennesima conferma del fatto che un lupo non potrà mai portarci la pallina, un leone non potrà mai farsi accarezzare e un elefante abbracciare.