QUEI DUE ORFANI ADOTTATI DAL CONDOMINIO

Questa è la storia di una famiglia dimezzata e di un’umanità piena che ogni giorno pensa a come Anna e Marco possano camminare per trovare loro buona strada.

APPROFONDIMENTO
Giulia Modesti
QUEI DUE ORFANI ADOTTATI DAL CONDOMINIO

Questa è la storia di una famiglia dimezzata e di un’umanità piena che ogni giorno pensa a come Anna e Marco possano camminare per trovare loro buona strada.

Finché hai una storia da raccontare sei vivo. E quella che stiamo per raccontarvi è una storia di vita, soprattutto perché ha retto ai colpi più duri che la vita è capace di assestare. É una storia a lieto fine, di quelle che avrebbero avuto un epilogo drammatico se non ci fossero state… Anzi se non ci fosse stata l’Umanità, quella che non dovrebbe essere a fasi alterne e che dovrebbe farci elevare sopra quei bassi istinti bestiali da cui è bene ricordarlo nessuno è esente.

Di questa storia non saprete mai chi sono i veri protagonisti, in certi casi l’anonimato è d’obbligo perché le storie belle, quelle di solidarietà, di variegata sensibile umanità non hanno bisogno di nomi e cognomi, hanno bisogno soltanto di essere tramandate come si fa per le fiabe per regalare sogni, soprattutto da svegli. Quelli che si realizzano solo se conosci dolore e sacrificio. Quelli che… “Oddio, ma è successo davvero!”

Quelli dove esistono fate e magia, gnomi e folletti, principi e principesse che però indossano abiti comuni, in testa non hanno diademi o corone, ma pensieri e problemi a cui trovare soluzioni. E che ogni giorno devono occuparsi di tante incombenze, insomma un mondo popolato di normalità. Che questa volta è riuscito a trovare la sua straordinarietà nei gesti condivisi e concreti di una faticosa quotidianità da sopportare.

Siamo a Roma, quella caput mundi che nonostante l’insopportabile traffico, la monnezza, il disincantato menefreghismo che contagia anche chi a Roma non c’è nato, i palazzi della politica ormai abitati per lo più, a parte le dovute eccezioni, da chi ha perso il senso dell’orientamento per ritrovare il buon senso comune, quella Roma che se sei capace di guardarla con attenzione non può che stupirti e lasciarti senza fiato per la mostruosa, sì proprio da mostrare, bellezza. In questo caso fatta di bellezza non solo esteriore e monumentale, ma capace di incarnarsi in volti e voci spesso caciarone che però all’occorrenza sanno farsi sentire. Non solo udire. Che ti avvolgono e ti stringono forte quando pensi che farcela è quasi impossibile.

Sono trascorsi cinque anni da quando in quel condominio romano dal cortile ovale, di piante ben curate tranne una sgangherata palma che però nessuno vuole far tagliare, fatto di sei scale, dalla A di amore alla F di forza, Laura e Ludovico hanno iniziato la battaglia più dura che la vita possa metterti di fronte: lottare contro un cancro. Laura e Ludovico hanno due figli: Anna di 15 anni e Marco di 10.

È giovedì, di un febbraio particolarmente tiepido e tocca a Ludovico accompagnare a scuola Anna e Marco. Laura alle 7 è già uscita per andare alla stazione dove un treno la porterà a Firenze per un meeting di lavoro. Mentre raggiunge l’auto posteggiata a circa 200 metri dal palazzo, Ludovico avverte un forte senso di nausea, vomito e un improvviso mal di testa. Non ci presta molta attenzione e pensa che la colazione forse è stata un po’ troppo abbondante. Mentre è in macchina la figlia gli fa notare che sta andando troppo a sinistra e che rischia di andare contromano. A Ludovico però non sembra, fino a quando il clacson dell’automobilista gli grida: “Ma che sei ubriaco già de prima mattina … vedi de guardà ‘ndovai che è mejo”.

Ludovico a quel punto si rende conto che qualcosa non va, e dopo aver lasciato i figli a scuola telefona alla moglie. Laura è una medica e consiglia a Ludovico di non andare al lavoro e di riposare. Senza però dare troppo peso all’accaduto. Ludovico continua per l’intera giornata a sentirsi fiacco, vomita e il mal di testa, nonostante l’analgesico, non accenna a passare.

Laura alle 21.30 è di nuovo a casa, Anna e Marco sono in camera tra uno smartphone e la playstation, quando Ludovico parlando con Laura farfuglia parole incomprensibili. A quel punto Laura lo porta in ospedale, una tac urgente e la diagnosi non tarda ad arrivare. Ludovico ha un glioma, un tumore cerebrale purtroppo non operabile.  Ludovico muore 4 mesi dopo da quel giovedì di febbraio.

Laura prova ad accettare la triste realtà, Ludovico manca terribilmente a lei e ai loro figli. Eppure le lancette dell’orologio non possono tornare indietro e alla morte non c’è rimedio. E questo non è solo un trito detto popolare. Quindi, puoi solo sperare che il tempo affievolisca il dolore.

È sabato, Laura è di turno in ospedale e nell’androne incontra Pierre, un vecchio amico di Ludovico che fa l’assicuratore. Parlottano per qualche minuto e poi Pierre saluta Laura promettendole di andare a trovarla. Lo fa una settimana dopo e, tra una chiacchiera e l’altra, propone a Laura un’assicurazione sulla vita visto quanto era accaduto a Ludovico. Una sorta di ipoteca per il futuro dei figli. Ma Laura decide di non accettare, pensa non sia il momento: sono ancora troppi gli impegni a cui far fronte. Ha finito soltanto da un paio di mesi di pagare le rate del mutuo di casa. Pierre ovviamente non insiste, non se la sente. Anche se è convinto che sarebbe una buona scelta. Oggi per lui non aver insistito con Laura è però ancora un grande cruccio che proprio non passa. Alla luce di quello che accadrà di lì a poco quella polizza sarebbe stata un grande aiuto per i ragazzi.

Alle 15 Laura smonta dal turno di lavoro e si reca dalla sua amica Luciana per una visita di controllo al seno. Dopo la perdita di Ludovico si è un po’ trascurata: due anni di incombenze, stress, dolore, fatica e quel mare di ricordi che non l’abbandona. Luciana prescrive a Laura una mammografia con l’impegno che si rivedranno non appena ritirato il referto.

Che il giovedì sia maledetto. Laura scopre di avere un cancro al seno: intervento chirurgico, chemio e radioterapia serviranno a ben poco. Il tumore è in uno stadio troppo avanzato e le metastasi hanno già raggiunto i polmoni. Laura un anno dopo muore. E non ci sono nonni, né zii, tantomeno parenti che possono prendersi cura di Anna e Marco. Anna ha appena compiuto 18 anni e Marco a breve ne farà 14. Sono soli e la loro vita è spezzata dalla perdita di entrambi i genitori. Ed è qui che quella variegata, immensa, solidale e sensibile umanità entra in scena, dopo aver assistito inerme alla tragedia che ha colpito i due ragazzi.

Dalle finestre, intorno a quell’unica sgangherata palma, nelle soste delle chiacchiere in cortile, sui sali scendi delle scale, i volti e le voci si uniscono spontaneamente per partecipare a un’unica gara: prendersi cura ogni santo giorno di Anna e Marco.  Così il Condominio diventa famiglia e amici, di quelli che ci sono sempre. Anche di notte quando a volte la paura e il dolore prende il sopravvento. A turno il Condominio va a fare la spesa, paga le bollette, aggiusta i pezzi quando cadono, consiglia e acquista libri, annaffia piante, riordina e pulisce, cucina e insegna a cucinare, fa uscire tutti per una pizza, vede insieme la tv. E si va a scuola accompagnati da questi genitori millevolti, spesso invadenti e iperprotettivi ma così indispensabili per sopravvivere. Anzi per vivere.

Anna dallo scorso anno frequenta la facoltà di medicina ed è la tutrice del fratello. Sono colmi di gratitudine per quanto stanno ricevendo e sanno con certezza che quel Condominio è la loro famiglia, la loro Casa.  Una di quelle in cui ti rifugi quando sei triste, su cui conti nelle difficoltà, di quelle che nel bene e nel male  ti invadono la vita, di quelle sempre piene di gente che a volte non sopporti proprio di avere tra i piedi. Ma se non le avessi sai bene che senza saresti perso.  Anzi sbattuto chissà dove, senza uno straccio di bussola. E per questo che, parafrasando Lucio Dalla, presto qualcuno vedrà Anna e Marco andare lontano. Tenendosi per mano. Come quella che gli viene data ogni giorno dalle straordinarie persone che abitano questo Condominio. Sapendo bene che nella vita non c’è viaggio che si intraprenda che non veda la voglia di un ritorno a casa. La loro si chiama Condominio e alla fine lì anche le riunioni non sono poi così male.