È UNA ZANZARA ASIATICA LA NUOVA MINACCIA DELL'AFRICA

Una recente epidemia di malaria in Etiopia, dovuta a una specie invasiva proveniente dall’Asia orientale, stravolge le tradizionali strategie di prevenzione.

SALUTE
Francesca Danila Toscano
È UNA ZANZARA ASIATICA LA NUOVA MINACCIA DELL'AFRICA

Una recente epidemia di malaria in Etiopia, dovuta a una specie invasiva proveniente dall’Asia orientale, stravolge le tradizionali strategie di prevenzione.

Anopheles stephensi, si chiama così la specie subtropicale predominante nel subcontinente indiano, tuttavia, negli ultimi anni c’è stato un cambiamento nella portata globale di questo vettore, che ha fatto capolino nel Corno d’Africa, nello Sri Lanka e nell’Africa occidentale.
Questa specie è stata identificata per la prima volta a Gibuti (2012) dove è stato implicata in un’epidemia di malaria urbana, successivamente è stata segnalata in Etiopia (2016), Sudan (2019), Nigeria (2020) e in Yemen (2021).
Una zanzara “difficile da controllare” perché si riproduce benissimo nelle aree urbane. Una fonte d’acqua anche molto piccola, un contenitore abbandonato in strada e riempito dalla pioggia o un vaso per le piante, sono i posti ideale per deporre le sue uova che sono in grado di sopravvivere anche senza acqua per lunghi periodi di tempo.
Trascorre il suo tempo a riposare in fienili o capannoni piuttosto che nelle case umane, prendendo di mira le persone quando sono fuori, proprio per questo, le classiche misure di controllo potrebbero non essere molto efficienti.
Questa zanzara, inoltre, riesce a sostenere anche alti livelli di salinità, addirittura paragonabili a quelli marini.

Può condurre il parassita della malaria

“Questo è uno dei più grandi movimenti di un vettore della malaria che abbia avuto luogo negli ultimi 50 anni”, afferma Seth Irish, entomologo medico presso l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).
Già diversi programmi nazionali di controllo sono stati messi in atto da vari governi per contrastarla, poiché trasmette sia il Plasmodium falciparum sia il Plasmodium vivax.
Per ora questa versione “africana” è resistente agli insetticidi più diffusi e proprio per questo gli scienziati fanno appello ai vari governi africani affinché investano anche nell’educazione delle varie comunità su quali sono i metodi migliori per contrastare questo tipo di zanzara, da un migliore stoccaggio dell’acqua, molto più accorto, all’eliminazione di qualsiasi opportunità per la riproduzione.

Cosa altro sappiamo su questa specie?

Sembra che in alcune aree in cui si trova An. stephensi, i casi di malaria non sono aumentati.
Potrebbe dunque, essere presente in tutti gli angoli del continente, ma, per capire meglio il suo ruolo, il biologo molecolare Fitsum Tadesse dell’Armuer Hansen Research Institute di Addis Abeba, in Etiopia, e colleghi hanno monitorato i casi di malaria a Dire Daua, una città nella parte orientale del paese che ha avuto un’insolita epidemia di oltre 2400 casi nella prima metà di quest’anno, nella stagione secca.
Hanno testato i membri della famiglia di 80 pazienti colpiti da malaria, mettendoli a confronto con le famiglie di 210 persone che non avevano la malattia.
Le persone che vivevano con malati di malaria avevano una probabilità 5,6 volte più alta di essere infettate, avendo una fonte vicina della malattia. Per giunta, le famiglie infette avevano anche più habitat di riproduzione delle zanzare entro 100 metri dalle loro case, e il 97% delle zanzare adulte erano proprio An. stephensi.
Lo studio fornisce la prova diretta che l’insetto invasivo può causare un aumento dei casi di malaria.
Anche i dati dell’entomologo Hmooda Kafy, dell’Università di Khartoum, hanno mostrato che An. stephensi si è verificata in 39 dei 61 siti esaminati in tutto il paese. In alcune aree, l’88% delle famiglie aveva la zanzara dentro o vicino alla propria abitazione.

Cosa fare per tenere lontana la malaria?

Una nuova iniziativa dell’OMS per fermare la diffusione di An. stephensi in Africa è stata pubblicata nel settembre 2022 e raccomanda un approccio su cinque fronti:

  1. aumentare la collaborazione;
  2. rafforzare la sorveglianza;
  3. migliorare lo scambio di informazioni;
  4. sviluppare una guida;
  5. dare priorità alla ricerca.

Sono necessarie però, indagini approfondite sia nelle aree urbane che in quelle rurali per stabilire la portata completa e le traiettorie future del problema.