ECONOMIA CIRCOLARE E CICLO DEI RIFIUTI: DA PROSPETTIVA A POSSIBILITÀ

Ridurre a “Zero Waste” si può diminuendo l’impatto ambientale e creando posti di lavoro. Utopia? No, ma bisogna pensare a un nuovo modello economico.

AMBIENTE
Alessio Ramaccioni
ECONOMIA CIRCOLARE E CICLO DEI RIFIUTI: DA PROSPETTIVA A POSSIBILITÀ

Ridurre a “Zero Waste” si può diminuendo l’impatto ambientale e creando posti di lavoro. Utopia? No, ma bisogna pensare a un nuovo modello economico.

Il tema della gestione del ciclo dei rifiuti e delle scelte che vengono fatte – o non fatte – a riguardo è centrale per definire non solo il modello di convivenza con gli scarti che la nostra società produce. Nella costruzione teorica di modelli sostenibili, infatti, rientra anche un ragionamento sul consumo e sulla produzione degli oggetti che poi diventano “immondizia”. Il tema è drammaticamente attuale: in Italia la gestione dei rifiuti è spesso, purtroppo, argomento di cronaca. A volte politica, a volte giudiziaria, spesso sociale. L’approccio “Rifiuti Zero”, o “Zero Waste” (volendo pensarlo come modello globale, relativo non solo all’Italia) è quello che maggiormente si avvicina ad un pensiero rivoluzionario ma necessario: immaginare un mondo in cui sparisca quasi del tutto il concetto di “rifiuto”. Utopia? In parte, anche se gli esempi concreti di gestioni virtuose esistono. Il problema è che, per pensare ad un abbattimento della quantità di oggetti che siamo costretti a scartare una volta che terminano la funzione per cui sono stati costruiti, è necessario ripensare a come questi oggetti vengono costruiti. Una strada che porta a ragionare sui modelli di produzione, e dunque a modelli economici. Esiste un modello filosofico, di pensiero che immagini una economia basata sull’obiettivo di produrre pensando a diminuire l’impatto ambientale senza escludere la possibilità di fare profitto? Si, esiste. È la cosiddetta “economia circolare”, un sistema strutturato per potersi rigenerare da solo e diventando in questo modo ecosostenibile. 

Un modello di produzione e di consumo basato sulla riduzione degli sprechi delle risorse naturali, che si fonda sui principi di condivisione, riutilizzo, riparazione e riciclo di prodotti esistenti per periodo di tempo più lunghi possibile. Non solo: una volta che gli oggetti prodotti terminano il loro ciclo vitale, non posso essere riparati, riutilizzati o riciclati, subentra l’utilizzo dei materiali di cui sono composti. Ogni singolo componente dell’oggetto diventa dunque riciclabile, riutilizzabile sia nella sua forma che semplicemente nella sua “essenza”: si può infatti riusare il materiale di cui è fatto come materia prima per la creazione di oggetti anche diversi da quello che in origine era.

Detto così sembra effettivamente pura utopia: e, come detto, in parte lo è. O meglio: più che utopia è una visione. Ridurre i rifiuti non pensandoli come rifiuti fin dall’inizio della loro esistenza. Ed infatti l’idea di una economia circolare nasce da approcci quasi filosofici al tema della gestione dei rifiuti che noi stessi produciamo: la trasformazione della società umana – in particolare quella “occidentale” – in società basata sul consumo ha obbligato ad affrontare la questione e ad arrivare a delle teorizzazioni. 

Nel caso dell’economia circolare, tra i documenti “fondanti” si indica un articolo del 1966 dell’economista Kenneth Eward Boulding, “The Economics of the Coming Spaceship Earth”. Il tema di un modello economico sostenibile è affrontato anche in un rapporto presentato nel 1976 alla Commissione Europea, “The Potential for Substituting Manpower for Energy”: si parla, appunto, di economia circolare e delle sue potenzialità in materia di creazione di posto di lavoro, di riduzione di rifiuti e di risparmio di risorse. Un approccio che non è rimasto lettera morta, o mera narrazione “di buona volontà”: l’Unione Europea ad esempio è intervenuta, soprattutto negli ultimi anni, in materia. Ad esempio con il “Pacchetto Economia Circolare” del 2018. Si tratta di un provvedimento composto da quattro Direttive che vanno a modificare dei precedenti interventi in materia di gestione dei rifiuti in riferimento a rifiuti elettronici, discariche, imballaggi, pile esauste, veicoli fuori uso. Il “Circular Economy Package”, di fatto, ha gettato le basi per un cambiamento di sistema: da un modello lineare di crescita economica ad uno in cui il pensiero che sta alla base della produzione è relativo alla durata ed al riutilizzo dell’oggetto prodotto il più a lungo possibile. 

Nulla di utopico: spostare il mondo sul terreno della sostenibilità non è soltanto una opportunità, ma è piuttosto una necessità sociale, scientifica, economica. Collettiva. La variabile problematica è solo una: il “quando”. Perché ovviamente il passaggio ad un modello del genere, per essere funzionale ad un cambiamento sistemico, deve essere di portata larghissima. E quindi ben vengano i sempre più numerosi “progetti pilota”: Zero Waste Europe, od alcuni tentativi virtuosi, come quelli applicati alle municipalità di Barcellona e San Francisco. La strada maestra però, come in tutte le rivoluzioni degne di questo nome, è quella della lotta. Nel caso in questione lottare significa esercitare da un lato una pressione costante sulla politica e sugli organi decisionali per spingere verso modelli sostenibili e “circolari”; dall’altro applicarli, partendo da realtà piccole e gestibili che facciano da “cavia” e da modello: piccoli e medi comuni, piccole e medie aziende ad esempio. Questo almeno è quel che sta avvenendo: processi virtuosi che appaiono isolati e sporadici, ma che già hanno una loro embrionale sistematicità, ma che devono essere sostenuti e replicati. Con un po’ di coraggio.