EDUCAZIONE E FORMAZIONE IN VERDE

Le sfide italiane per il Green New Deal europeo nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Formazione, educazione e competenze per un nuovo patto verde che salvaguardi l’ambiente

AMBIENTE
Rosaria Benini
EDUCAZIONE E FORMAZIONE IN VERDE

Le sfide italiane per il Green New Deal europeo nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Formazione, educazione e competenze per un nuovo patto verde che salvaguardi l’ambiente

Il patto verde europeo nel Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima. Un piano decennale, 2020-2030, nel quale si stabiliscono gli obiettivi nazionali in tema di efficienza energetica, fonti rinnovabili e riduzione delle emissioni di CO2, nonché su sicurezza energetica e mercato unico dell’energia e competitività. Misure condivisibili all’interno dell’Unione Europea in quanto andrebbero a favorire e attuare quelle che sono le sfide ambientali presentate nel Green New Deal e quindi i cinque settori strategici della Green Economy: economia circolare, energia e clima, green city e territorio, mobilità urbana e sistema agroalimentare.

Le strategie individuate dal Piano Nazionale di integrazione energetica e climatica mirano a salvaguardare l’ambiente, conciliando sviluppo industriale e scelte ecologiche. Gli obiettivi delle strategie chiamano in causa più realtà: le grandi industrie ad esempio, a cui viene chiesto di ridurre del 56% le emissioni di CO2 entro il 2030, o il settore terziario e dei trasporti, per i quali l’obiettivo di meno emissioni da raggiungere entro i prossimi dieci anni è del 35%. Nel civile, invece, sono previsti piani di riqualificazione e efficientamento energetico degli edifici. Si parla inoltre di implementazione delle rinnovabili, sia per quanto riguarda il settore elettrico, che quello termico, attraverso progetti di repowering degli impianti, tanto eolici che fotovoltaici; contenuta sarà invece la crescita della potenza aggiuntiva geotermica e idroelettrica.

Un Piano Nazionale di transizione ecologica, ma anche di tutela e valorizzazione dello stretto legame esistente tra Uomo e Ambiente; l’attuale fase storica, turbata dalla pandemia di Covid-19, ha posto, più di prima, al centro dell’agenda politica mondiale, la salute: tanto quella fisica e psicofisica dell’uomo, quanto quella della Terra stessa. Portare l’attenzione sulle sfide ambientali, è in primis riconoscere che l’uomo dipende dall’ambiente in cui vive, dai contesti esterni, e che la vulnerabilità del mondo naturale è anche vulnerabilità dell’uomo stesso; ma anche ammettere che, è anche dalle azioni umane che dipende la qualità e la quantità delle risorse che la natura ci mette a disposizione.

Negli ultimi decenni, infatti, lo stesso interesse da parte dell’uomo per le tematiche ambientali è andato crescendo. L’indagine Istat “Multiscopo sulle famiglie: aspetti della vita quotidiana”, contenuta nel Rapporto annuale 2020, evidenzia come in merito alle preoccupazioni per il degrado ambientale, quello dei cambiamenti climatici, è una tematica che, se nel 1998 interessava solo il 36% degli intervistati – persone dai 14 anni in su – nel 2019 ha raggiunto il 56% di interesse. L’indagine mostra anche che il livello di istruzione incide sulla complessiva consapevolezza ambientale: la quota di cittadini che denunciano preoccupazioni legate allo stato dell’ambiente cresce per molte delle tematiche ambientali all’aumentare del titolo di studio.

All’interno di un simile scenario, diventa rilevante il ruolo che viene affidato all’educazione ambientale all’interno dei contesti formali e non formali della vita dell’uomo, ovvero all’interno di famiglia, scuola e lavoro. Questo perché come abbiamo sottolineato è anche dalla sensibilizzazione dell’individuo e dalle sue pratiche quotidiane che dipende la prevenzione dei cambiamenti climatici e del benessere ambientale. Ovvero, sono anche le scelte e le azioni che operiamo nei nostri contesti familiari e abituali a dare un contributo interessante e duraturo ai processi di transizione ecologica.

Da qui l’importanza dell’educazione civica, già a partire dai primi cicli di apprendimento dell’individuo; dove per educazione civica intendiamo anche educare alla tutela ambientale e all’ecologia. Partire dalle scuole per educare il cittadino del domani. Non è un caso, infatti, che i movimenti per il Climate Change abbiano mosso, negli ultimi anni, dai giovani, rappresentati a livello planetario dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg; i giovani sembrano essere i più sensibili alle tematiche ambientali, perché consapevoli che dovranno affrontare molti più aspetti negativi dei cambiamenti climatici rispetto ai loro stessi genitori e nonni. Tra i vari contesti d’apprendimento formale, quindi, la scuola si configura come l’Istituto che in primis può sostenere – alla luce dell’Agenda 2030 dell’Onu – il lavoro dei giovani verso i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (Sustainable Development Goals); un percorso di esplorazione emotiva e culturale e di acquisizione di consapevolezza rispetto ai temi della sostenibilità, della valorizzazione e promozione del benessere umano integrale e alla protezione dell’ambiente come cosa comune.

Sempre nel 2020, infatti, il MIUR ha inviato a tutte le scuole nazionali le Linee Programmatiche per l’Insegnamento dell’Educazione Civica; insegnamento diventato obbligatorio a partire dall’anno scolastico in corso, 2020/2021.Tra gli insegnamenti ricadenti nell’educazione civica, oltre allo studio della Costituzione e la Cittadinanza digitale, le linee guida individuano anche lo Sviluppo Sostenibile, inteso come: educazione ambientale, conoscenza e tutela del patrimonio ambientale e delle eccellenze territoriali e agroalimentari, educazione alla salute e principi di protezione civile. Le linee guida vanno così ad individuare e ad integrare le competenze che lo studente deve avere al termine del primo ciclo di istruzione e il profilo educativo, culturale e professionale che lo stesso deve possedere a conclusione del secondo ciclo del sistema educativo di istruzione e formazione. Tra i contesti informali, medesimi traguardi sono perseguiti dalle Agenzie per la protezione dell’ambiente dislocate sul territorio nazionale, che si rivolgono agli alunni delle scuole e agli insegnanti, agli operatori ambientali, ma anche al personale di enti ed amministrazione.

Non solo educazione, ma anche formazione continua che permetta l’acquisizione di competenze verdi di base, sfruttabili anche nel mondo del lavoro e in particolare nei settori della fornitura di energia elettrica, gas, acqua e vapore.Tra gli obiettivi del Piano Nazionale di Integrazione per l’Energia e il Clima, rientra infatti anche la professionalizzazione in chiave green, che richiede al lavoratore del domani nuove skills e know-how innovativo all’interno dei processi produttivi, organizzativi e di ricerca riguardanti la transizione ecologica, ma che allo stesso tempo richiede anche l’impiego di nuovi professionisti, quali i data scientists. Tutto ciò perché, come riportato testo integrale del PNIEC pubblicato sul sito del Governo, “ l’attuale offerta proveniente dall’istruzione e dalla formazione professionale italiana (IFP) risponde solo in parte alla domanda di competenze per il futuro, mentre la richiesta di nuove competenze appare molto sviluppata. L’individuazione dei fabbisogni futuri per grappoli di competenze mette in luce come la richiesta maggiore, come era lecito attendersi, riguardi le competenze tecnologiche e digitali nonché quelle di natura trasversale. Seguono quelle relative al marketing, alle specializzazioni e infine quelle manageriali e relative al funzionamento degli impianti e alla manutenzione”. Il PNIEC, quindi, non è solo un insieme di strategie per la tutela ambientale e lo sviluppo economico del paese, ma anche un piano operativo per formare i lavoratori del futuro alle sfide green e alla transazione ecologica, e rendere consapevole il cittadino di quelli che sono gli stili di vita più rispettosi dell’ambiente.