FEMMINISMO, UNA PAROLA CHE CI FA PAURA

Lo storico movimento di liberazione, che si batte contro le ingiustizie e ricerca la parità, viene infangato e tacciato di inutilità.

APPROFONDIMENTO
Emma Meo
FEMMINISMO, UNA PAROLA CHE CI FA PAURA

Lo storico movimento di liberazione, che si batte contro le ingiustizie e ricerca la parità, viene infangato e tacciato di inutilità.

Oggi, l’opinione più diffusa al riguardo è che sia un movimento estremista composto da donne che odiano gli uomini. La verità è che questa definizione è molto lontana dalla realtà. Le discriminazioni hanno una natura sistemica, ciò significa che le vediamo riflesse in ogni aspetto della società, creata sull’imposizione di uno standard, spacciato per oggettivo, di cosa è meglio. Mi riferisco all’antica dicotomia cultura/natura, da leggere uomo/donna, che ha creato una gerarchia di valori e svalutato l’esistenza femminile. La stessa cultura, maschilista e razzista, che ha associato la pelle scura all’essere selvaggi, che ha suggerito leggi a favore della schiavitù, dell’esclusione scolastica, della deumanizzazione di centinaia di migliaia di vite. È migliorata, giuridicamente, la situazione ma i pregiudizi vivono ancora in noi e lo faranno finché ci faremo i conti. Quello che vuole il femminismo è la libertà di tutti, tutte e tuttu, purché sia vera, globale, responsabile.

Non come quella di oggi, parziale ed inconsapevole, per la quale facciamo ripetere alle scuole frasi come “maschio o femmina è lo stesso” e “i colori non esistono” mentre fuori – e anche dentro quegli edifici, per la verità – la disuguaglianza dilaga: essere uomini o donne, per come è fatta la società, fa la differenza, così come la fa il colore della pelle o l’orientamento sessuale. Allora leggiamo il femminismo, conosciamone le origini, i pensieri e le battaglie di ieri e di oggi, per darci l’opportunità di sviluppare un’opinione davvero nostra.

La storia del femminismo

Da Ipazia d’Alessandria uccisa nel 415 d.C alla sostenitrice della Rivoluzione francese Olympe de Gouges, le donne discutono da sempre della ingiusta condizione in cui vertono le loro vite. Lo hanno detto, e continuiamo a ripeterlo, con l’intento di convincere la società in cui viviamo come fantasmi invisibili, talvolta come serve, dello squilibrio di potere che la caratterizza. Suddivisibile per convenzione in quattro ondate, il femminismo ha portato avanti battaglie mirate all’ottenimento dell’uguaglianza di genere per garantire anche alle donne tutti quei diritti che, invece, si vedevano negati. È ovvio che, nel corso dei secoli, è il concetto stesso di “uguaglianza” ad essere cambiato.

Se la prima ondata di femministe rifletté sulla parità tra generi in ambito politico ed economico, rimanendo un movimento individualista concentrato solo sulle proprie necessità – basti pensare al lavoro equamente retribuito come richiesta delle donne operaie, dissociatesi dalle femministe borghesi che del lavoro non avevano (e non potevano) avere bisogno –, nella seconda ondata si dibatte sulla riappropriazione del corpo femminile.

Diventa popolare lo slogan “il personale è politico” di Carol Hanisch: associandosi e raccontandosi le proprie storie e dolori, le donne scoprono di potersi rispecchiare le une nelle altre perché tutte hanno gli stessi problemi che, in quanto politici, hanno bisogno di soluzioni altrettanto collettive. In questa fase, il dibattito sul colonialismo occidentale porta il femminismo ad interessarsi del razzismo come una forma alternativa della supremazia maschile, mantenuta dalla minaccia della violenza esattamente come il sessismo.

Due volumi importanti nella teoria femminista. Il primo, di Betty Friedan, racchiude dentro di sé il “problema senza nome” che affliggeva le donne americane nel secondo dopoguerra. Fu evidente, per la prima volta, che la realizzazione personale non ha a che vedere con l’essere una buona moglie ed una brava mamma. Il secondo, di Angela Davis, interconnette il sessismo al razzismo e al classismo per comprendere le dinamiche tramite cui queste discriminazioni si influenzano e si alimentano.
Due volumi importanti nella teoria femminista. Il primo, di Betty Friedan, racchiude dentro di sé il “problema senza nome” che affliggeva le donne americane nel secondo dopoguerra. Fu evidente, per la prima volta, che la realizzazione personale non ha a che vedere con l’essere una buona moglie ed una brava mamma. Il secondo, di Angela Davis, interconnette il sessismo al razzismo e al classismo per comprendere le dinamiche tramite cui queste discriminazioni si influenzano e si alimentano.

L’uguaglianza, in questo periodo, significa capire come l’oppressione della donna bianca e della donna razzializzata non sia prettamente la stessa, così come quella subìta da una donna ricca e da una povera o il razzismo patito da un uomo e da una donna.

Viene coniato il termine “intersezionalità” dalla giurista Kimberlé Williams Crenshaw, a indicare il fenomeno sociologico per cui la sovrapposizione di più identità sociali conduce alla sovrapposizione di più discriminazioni.

In risposta ai fallimenti dell’ondata precedente, negli anni ’90 siamo sulla cresta della terza onda, composta da più movimenti focalizzati sull’etnia, sull’orientamento sessuale, sull’identità di genere, sul lavoro sessuale.

Il presente

Oggi il transfemminismo è tornato con l’innegabile l’ausilio dei social media, che hanno finalmente dato spazio ad un coro e fornito spazi di aggregazione virtuale, divenuti poi reali. Nel 2015, durante le proteste in Argentina per il femminicidio della 15enne Chiara Paez, nasce “Non una di meno”, un’associazione che si è sparsa in tutto il mondo, organizzando proteste, assemblee e momenti di riflessione dove mettersi in discussione.

Scatto di Daniele Napolitano ad una manifestazione organizzata da Non una di meno. Trovate l’associazione sui social e la diramazione della vostra città. Siamo la marea fucsia!
Scatto di Daniele Napolitano© ad una manifestazione organizzata da Non una di meno. Trovate l’associazione sui social e la diramazione della vostra città. Siamo la marea fucsia!

Nel 2017, invece, prende piede il movimento #metoo: le donne smettono di vergognarsi delle violenze che altri hanno agito su di loro e l’hashtag diventa un punto di raccolta testimonianze di molestie sessuali. Dopo qualche giorno è virale, ci sono milioni e milioni di storie femminili accomunate dalla violenza di genere, a dimostrazione che è un fenomeno sistemico e non perpetrato da poche mele marce.

Quello moderno è un femminismo più accogliente: già dal nome si intuisce l’inclusione delle persone trans – persone che non si riconoscono e definiscono in base al sesso biologico – e riconosce discriminazioni quali l’abilismo verso le persone con disabilità e lo specismo nei confronti degli altri animali. Non solo, anche gli uomini possono, e dovrebbero, far parte del movimento: incatenati come le altre soggettività dal patriarcato e dal capitalismo, una presa di coscienza e riflessione sulla propria educazione permetterebbe loro di scoprirsi al di fuori del branco, di dissociarsi da quella mascolinità tossica che lede le loro vite e quelle altrui.