Food for profit, la fattoria degli animali

Giulia Innocenzi e Pablo D’ambrosi raccontano la politica agricola comune degli allevamenti intensivi.

AMBIENTE
Alessio Mariani
Food for profit, la fattoria degli animali

Giulia Innocenzi e Pablo D’ambrosi raccontano la politica agricola comune degli allevamenti intensivi.

Stef ha ottenuto un colloquio di lavoro per un allevamento intensivo del Polesine e riceve istruzioni. Ogni giorno occorre «Ammazzare gli scarti». Perché «ci sono quelli che stanno lì che sono una perdita in termini di mangime, dai cinque giorni li vedi bene», la penale di una consegna sotto peso e allora vanno ammazzati a bastonate o sbattuti contro i tubi di ferro.

Lorenzo è un lobbista e lavora a Bruxelles, promuove una legislazione aperta verso gli animali geneticamente modificati e non solo. L’incontro con l’eurodeputato Paolo de Castro è margine di un evento, «Dillo al tuo amico che ho parlato delle New Breeding Techniques … Se mi date una manina io ovviamente apprezzo, perché devo farne centomila di preferenze».

E questo è solo l’inizio della storia. Perché Stefan e Lorenzo portavano una telecamera nascosta.

 

 

Il film che nessuno voleva produrre

Infatti Giulia Innocenzi e Pablo D’ambrosi sono i giornalisti coraggiosi che hanno realizzato il film-documentario d’inchiesta Food for Profit, dedicato al mondo degli allevamenti intensivi. Oltre cinque anni di lavoro indipendente e finanziato dal basso, per seguire tutto il filo, dai capannoni, all’agroindustria, alle istituzioni dell’Unione Europea.

Un film che nessun produttore ha avuto il coraggio di sostenere, uscito con la speranza della visione privata o al massimo in qualche circolo. Ma che invece ha fatto l’impresa. Perché Food for profit ha scatenato la valanga, ha incontrato la distribuzione indipendente di MescalitoFilm e sta riempiendo i cinema delle città italiane.

Nella nuova fattoria

Nella fattoria del nostro immaginario le stalle sono di legno, i prati sono verdi e gli animali pascolano fuori. Un modello del passato remoto. Oggi, gli allevamenti intensivi producono il 90% della carne europea. Ogni europeo mangia in media cento chili di carne ogni anno. E non esiste alcuna particolare eccezione italiana.

Davanti al problema del riscaldamento climatico, ai problemi di salute dovuti al consumo eccessivo di carne, all’antibiotico-resistenza, ai danni ambientali, la politica europea è poco incline alla soluzione naturale: ridurre la quantità e promuovere la qualità. E preferisce il programma utopico, produrre di più, con meno risorse, inquinando meno. Da mito della crescita verde. Mentre, lobbisti, giornalisti e scienziati “giusti”, costruiscono solito il sostegno mediatico e narrativo. Da mercanti di dubbi.

A favore di telecamera e no

La politica invece ha maschera e volto, secondo occorrenza. Lorenzo prepara il terreno per i suoi Ogm con Benoît Cassart, allevatore e candidato al parlamento europeo, «È difficile trovare qualcuno più aperto di me. Ma non voglio neanche suicidarmi politicamente. Si immagini la stampa: il partito Défì è per le modifiche genetiche. Così non sarai mai eletto».

La deputata spagnola Clara Aguilera della Commissione Agricoltura cambia idea facilmente. La telecamera di Lorenzo è sempre nascosta: «La gente critica gli allevamenti intensivi ma poi tutti mangiano il prosciutto. Giù le mani dal prosciutto! Penso che occorra distinguere. Chi si mette contro il prosciutto perde in partenza», «Non mi interessa del benessere dei conigli, polli o gatti. Me li mangio comunque». L’intervista di Giulia Innocenzi invece è ufficiale: «Tenere gli animali in spazi molto piccoli non dovrebbe essere supportato dalla Pac», «Non sono d’accordo con nessuna attività che maltratti gli animali».

Purtroppo, la tecnica per approvare leggi controverse prevede il silenzio. E quindi l’impegno in corridoio, assieme ai lobbisti.

Allevamento intensivo

Food for profit è stato realizzato grazie all’impegno di numerosi attivisti. A “lavoro” negli allevamenti intensivi di tutta Europa. Filmando condizioni orribili, violazioni delle norme igieniche o sanitarie, sfruttamento dei lavoratori, regioni devastate dall’inquinamento, violenza sugli animali. Proprio all’interno delle strutture, finanziate con i fondi della Politica Agricola Comune dell’Unione Europea (Pac). Per comprendere la triste realtà della tecnica industriale applicata agli esseri viventi, basta accennare qualche esempio.

– In Polonia, a Zuromin, gli allevamenti di polli rendono l’aria irrespirabile per la puzza e l’ammoniaca. Il sindaco è disperato. Gli abitanti che vorrebbero fuggire, non riescono a vendere le proprietà.

– In Spagna, nella Murcia, innumerevoli maiali riempiono vasche senza isolamento, dei loro liquami. Inquinando la terra e la poca acqua che c’è, fino al mare: dove i pesci soffocano, ricordando dinamiche simili a quelle del fosforo, mentre il governo locale incolpa il caldo. Quando un comune ha tentato di limitare l’espansione del settore, una folla di allevatori ha fatto irruzione nel consiglio. Quindi l’amministrazione ha rinunciato.

– In Italia, a circa cento chilometri da Roma, la scena del carico dei tacchini sui camion è infernale. Gli addetti sono tutti a nero. Diversi animali vengono spediti al macello già deceduti. E quando si presentano i giornalisti: minacce, spari in lontananza e inseguimento della macchina per quarantacinque minuti.

Intanto gli animali prendono botte, tante botte. Agonizzano senza cure. E ogni giorno c’è bisogno di rimuovere quelli morti anzi tempo. Così, un po’ ovunque. Non esattamente le condizioni in cui vorremmo tenere il cibo. Soprattutto quando la Pac è la prima voce del bilancio europeo, generosissima con gli allevamenti intensivi.

Dalle stelle alle stalle

Purtroppo le immagini di violenza sugli animali non sono nuove. Ma Food for profit è riuscito superare l’emotività e indagare il rapporto tra allevamento intensivo e scelta politica. Copa-Cogeca è la maggiore organizzazione europea dell’agroindustria, svolge attività di lobby pervasive e mantiene la tradizione di incontrare i ministri dell’agricoltura, prima delle riunioni istituzionali. Nella Commissione Agricoltura, diversi europarlamentari che partecipano alle decisioni sono allevatori o mantengono incarichi retribuiti presso le organizzazioni di settore. La legislazione evita una definizione di allevamento intensivo. Così la Pac ignora il tema, quando pianifica le sovvenzioni. Aiutando a mantenere una narrazione ambigua.

Giulia Innocenzi ha incontrato ufficialmente alcune figure chiave. Il segretario generale di Copa-Cogeca, Pekka Pessonen: «No. L’Unione Europea non ha gli allevamenti intensivi così come vengono intesi nel resto del mondo … Dobbiamo accettare il fatto che l’intensivo è positivo perfino per l’ambiente. Prendiamo ad esempio la produttività che è l’argomento preferito del nostro commissario per l’Agricoltura. E la produttività in tutti settori economici è la priorità numero uno».

E lo stesso con Paolo De Castro: «Tutti gli allevamenti in Italia sarebbero intensivi secondo questo schema? Gli allevamenti che fanno il latte sono intensivi? Io non li giudicherei intensivi».

Uno scenario da negazionismo dell’allevamento intensivo. E avvolte anche delle sovvenzioni, architettate in maniera indiretta, beneficiando soprattutto il mangime. Tutto un giro di affari che desidera ancora crescere.

Sei zampe e sei prosciutti

 Alcune opere della zootecnia tradizionale sono già discutibili. Polli sproporzionati con ossa troppo deboli per sostenerli, qualora superassero l’età da rosticceria. Mucche di razza Blu Belga, inclini alle patologie cardiorespiratorie e bisognose del parto cesario per la grandezza eccessiva dei vitelli. Esseri creati per migliorare la produttività e soffrire. Tuttavia la nuova frontiera è la modifica genetica in laboratorio, New Breeding Techniques per animali. In Israele, le prime galline senza piume promettono già un risparmio.

Così Lorenzo chiede di consentire l’utilizzo in Europa: mostra la fotografia (ritoccata) di un maiale a sei zampe e racconta di una mucca con due organi sessuali. I progetti sono inventati ma nessuno degli eurodeputati riconosce la presa in giro. E anzi, il lobbista incassa una sostanziale approvazione, assieme alla raccomandazione di gradualità con l’opinione pubblica. Mentre per le sovvenzioni agli esperimenti, un funzionario della Commissione dispensa il suo consiglio neocoloniale, «Se noi lo facciamo in Africa è meglio perché limitiamo i rischi. Se ci scappa il pollo transgenico e scopriamo che è un pollo assassino…».

Le proposte di Food for Profit

Secondo Food for profit le lobby sono riuscite a convincere i politici ad aggiornare l’ultima Pac, in modo da continuare a sostenere il sistema dell’agroindustria. Rimarrà in vigore fino al 2027.

Le proposte di Giulia Innocenzi e Paolo d’Ambrosi sono il divieto di aprire nuovi allevamenti intensivi, l’abolizione dei sussidi a queste strutture, un’assemblea di cittadini europei che partecipi alle discussioni per la prossima Pac.