GLI INVESTIMENTI IN GAS E NUCLEARE SONO SOSTENIBILI? L'UE ANCORA TACE

Nell’ultimo Consiglio europeo di quest’anno non è stato sciolto il nodo riguardante l’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia europea, il sistema di classificazione degli investimenti sostenibili. Per il momento nessuna convergenza degli Stati sulla politica climatica UE.

AMBIENTE
Pamela Preschern
GLI INVESTIMENTI IN GAS E NUCLEARE SONO SOSTENIBILI? L'UE ANCORA TACE

Nell’ultimo Consiglio europeo di quest’anno non è stato sciolto il nodo riguardante l’inserimento di gas e nucleare nella tassonomia europea, il sistema di classificazione degli investimenti sostenibili. Per il momento nessuna convergenza degli Stati sulla politica climatica UE.

Nel corso Vertice europeo a Bruxelles degli scorsi 16 e 17 dicembre, l’ultimo di quest’anno, è mancata l’intesa in materia di politica energetica. Nessun accordo è stato raggiunto sull’entrata di nucleare e gas nella cosiddetta “tassonomia europea”, l’insieme di regole che fornisce agli investitori una definizione standard di “fonte di energia verde”, quindi sostenibile.

Dopo il fallimento della riunione straordinaria dei ministri dell’Energia dello scorso 26 ottobre in cui le divisioni sulla gestione dell’aumento dei prezzi di gas e elettricità erano state evidenti, e dopo cinque ore di confronto, la discussione sul tema è stata ulteriormente rimandata “a data da destinarsi”.

Trovare una definizione condivisa dagli Stati sulle regole relative agli investimenti sostenibili sembra impresa ardua. Il tema è fortemente divisivo e si presta quindi a essere politicizzato. È bene tener conto di alcuni dati concreti: il gas è responsabile di circa il 25% delle emissioni mondiali di CO2 e attualmente in Europa le sue emissioni sono maggiori di quelle del carbone. Quanto al nucleare invece, nonostante non produca anidride carbonica è responsabile di scorie radioattive per il cui smaltimento non esiste allo stato attuale alcuna soluzione sicura e efficiente. Passando ad una valutazione economica, risulta una fonte energetica potenzialmente onerosa: rispetto alle rinnovabili i cui costi sono in calo, quelli del nucleare attualmente sono stabili, ma potrebbero aumentare nel prossimo futuro.  Premesso ciò, è comprensibile l’opposizione di alcuni Stati all’inclusione del nucleare tra le energie “verdi”. Per questo che la Commissione, per bocca del vice presidente esecutivo per il Green Deal,  Frans Timmermans, pur ricoonscendo il diritto sovrano degli Stati nel decidere il proprio mix energetico invita quindi gli Stati membri a decidere “sulla base di scelte razionali e ben ponderate.

A breve verrà adottato da parte della Commissione il secondo atto delegato che dovrebbe definire nel dettaglio la tassonomia verde. L’esecutivo europeo, che subisce la pressione di governi e lobby industriali, sta prendendo tempo: l’adozione era attesa la scorsa estate, poi, l’8 dicembre scorso ma così non è stato. Ora tra le date più probabili viene indicato il 22 dicembre prossimo, a ridosso della pausa natalizia, il che lascerebbe fuori ogni possibilità per gli Stati di discutere ulteriormente della questione entro l’anno. Tuttavia non vi è ancora alcuna certezza in merito e non si può escludere, infatti, che sarà rimandata al 2022.

L’UE si dice pronta ad appoggiare l’inclusione di gas e nucleare nella tassonomia, come espresso dalla presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, purché però si tratti di un “nucleare green”. Un timido sostegno accompagnato dal riconoscimento che “non si tratta della migliore opzione possibile”, come dichiarato da Frans Timmermans, in un’intervista dello scorso mese rilasciata a La Stampa.

Il parere degli Stati

L’Italia è a favore dell’inclusione di gas e nucleare di nuova generazione nella tassonomia europea: per il primo, considerato che il paese ne è fortemente dipendente, per il secondo, invece, il sostegno si limita alla tecnologia di ultima generazione, i piccoli reattori modulari e la fusione da utilizzare per la produzione di calore ed elettricità che dovrebbero rientrare in un piano a lungo termine per la transizione energetica. Restano tuttavia i problemi relativi allo smaltimento delle scorie e la potenziale contrarietà dei cittadini che in due occasioni, a distanza di vent’anni (nel 1987 dopo lo scoppio della centrale di Chernobyl in Ucraina e nel 2011 dopo il disastro giapponese di Fukushima) si sono espressi contro la reintroduzione del nucleare come fonte di energia.

Tra i più strenui sostenitori dell’inclusione del nucleare tra le fonti di energia europee c’è, senza troppe sorprese, la Francia, il principale produttore di energia dal nucleare nel continente. Lo scorso novembre il paese ha annunciato di voler costruire nuovi reattori nucleari da affiancare a un piano di sviluppo delle energie rinnovabili. Un cambio di passo, rispetto alla promessa fatta da Macron nel 2018 di ridurre il contributo del nucleare dal 75 al 50 per cento entro il 2035. Un “detour” giustificato, dice il presidente, dalla necessità di garantire l’indipendenza energetica, minacciata dall’aumento dei prezzi degli ultimi mesi.

I “nostri cugini” sono in buona compagnia. A non voler escludere l’energia dell’atomo dal mix energetico nazionale, perlomeno in una fase di transizione, sono una decina di paesi. Ad aver firmato un appello a favore del nucleare ritendendolo un prezioso alleato alla decarbonizzazione economica sono stati: la Bulgaria, la Croazia, la Finlandia.

 Quest’ultima ad esempio, ha recentemente approvato tramite l’Autorità per le radiazioni e la sicurezza nucleare la costruzione del più grande reattore nucleare europeo per avviare e condurre test a bassa potenza. Stando alle previsioni, la produzione di energia elettrica inizierà a giugno 2022 arrivando a coprire circa il 40% della stessa. Il progetto, ritardato di oltre un decennio rispetto le stime iniziali, vede il sostegno della popolazione che per oltre il 50 per cento è favorevole ad accrescere il ricorso all’atomo per soddisfare il fabbisogno energetico nazionale.

Nella lista inoltre compaiono anche l’Ungheria (che sta ampliando la centrale di Paks), la Romania, la Slovacchia (con due nuovi reattori in costruzione), la Slovenia e la Repubblica ceca. Quest’ultima punta sul nucleare come fonte sostitutiva del carbone, come confermato anche dal nuovo governo. I tempi restano comunque lunghi, più di quanto l’UE e la politica ambientale del Green Deal chiedono in un’ottica di sostanziale riduzione delle emissioni di gas serra. In Repubblica ceca, in cui un terzo dell’energia è prodotta col nucleare si prevede di finalizzare la costruzione di un reattore per la centrale di Dukovany nel 2036 e di conservare i sei già esistenti dagli anni Ottanta.

E poi c’è la Polonia, con una produzione di energia da carbone pari a circa il 70 per cento, sta pensando per la prima volta, di ricorrere all’energia atomica per “ripulire” il suo mix energetico oltre a incrementare la produzione eolica (poco più del 20 per cento dell’energia nazionale attuale deriva dal vento). Di qui il progetto di costruire sei reattori nucleari, la cui implementazione richiederà oltre un decennio.

Tra gli oppositori dell’iniziativa di aggiungere il nucleare nella tassonomia europea il Lussemburgo, l’Irlanda e in particolare l’Austria, che ha detto NO a questa fonte di energia già negli anni ’70. Secondo il cancelliere Nehammer,”l’energia nucleare non ha futuro”. Il piccolo paese europeo sarebbe pronto a citare in giudizio la Commissione europea se l’UE decidesse di andare avanti con l’iniziativa, secondo quanto riportato lo scorso mese dalla ministra per l’energia e il clima, Leonore Gewessler, in un’intervista per Euractiv.

Se l’Austria è irremovibile, la Germania ha avuto e continua ad avere un approccio più conciliante, prevedendo un abbandono definitivo del nucleare entro il 2022, a causa dei problemi di sicurezza che comporta e della difficoltà di gestione dei rifiuti radioattivi.

Passando alle organizzazioni, l’opposizione all’etichettatura del gas fossile e dell’energia nucleare come “verde dell’ONG ambientalista Greenpeace è tra quelle più “rumorose”. Esemplare e inequivocabile condanna espressa recentemente con un gesto a dir poco provocatorio: il piazzamento davanti al Palazzo Berlaymont, sede della Commissione europea, lo  scorso  7 dicembre  di un dinosauro alto di 4 metri fatto di rottami metallici e dal nome evocativo Taxonosaurus Rex. Come ha dichiarato in una sua nota, la decisione equivarrebbe a “far schiantare un meteorite sul Green Deal“.

La presenza dell’energia derivante dal gas e dall’atomo tra quelle finanziabili dall’UE sembra probabile; resta tuttavia da capire a quali condizioni: per la prima fonte si potrebbe ipotizzare una soglia di emissioni di CO2, per la seconda invece non vi è chiarezza. Qualsiasi scelta si compia, l’atto delegato dovrà essere flessibile, modificabile mano a mano che saranno sviluppate nuove tecnologie per la transizione verde e aggiornato su base annuale, come auspica il ministro italiano per la transizione energetica, Roberto Cingolani.

Secondo il ministro “la transizione è una maratona. Noi stiamo parlando oggi per il 2025, quindi se al 2030 possiamo considerare un futuro abbastanza prevedibile con le tecnologie attuali, dobbiamo anche avere il coraggio di pensare che fra 20-30 anni le tecnologie di oggi saranno desuete”, come ha spiegato ai giornalisti in conferenza stampa.