GLI OCEANI SOFFRONO MA SIAMO ANCORA IN TEMPO PER SALVARLI

Intervista alla biologa marina Mariasole Bianco che della tutela del mare ha fatto una battaglia a cui tutti possono contribuire

AMBIENTE
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Susanna Bagnoli
GLI OCEANI SOFFRONO MA SIAMO ANCORA IN TEMPO PER SALVARLI

Intervista alla biologa marina Mariasole Bianco che della tutela del mare ha fatto una battaglia a cui tutti possono contribuire

Nel mezzo all’Atlantico c’è una ‘catena’ di camini calcarei più alti della Torre di Pisa che emettono fluido a temperatura più fredda delle sorgenti idrotermali. Per i ricercatori è ‘la Città perduta’. Invece nel Pacifico orientale, tra la bassa California e le Hawaii c’è un’area, grande due volte l’Inghilterra, che da aprile a giugno ospita il raduno stagionale degli squali bianchi adulti, lo chiamano il White Shark Cafè. Vi si incontrano molto probabilmente per nutrirsi e riprodursi. Andiamo nel Mediterraneo e incontriamo la ‘nacchera di mare’, un mollusco con una conchiglia che può raggiungere il metro di lunghezza. ‘Produce’ una sorta di seta del mare, un filamento detto bisso marino, che viene raccolto e lavorato per farne abiti. Bellezze e meraviglie dei nostri mari e degli oceani, oggi messe in serio, serissimo pericolo. Come racconta Mariasole Bianco, biologa marina, nel libro ‘Pianeta Oceano’ dedicato proprio al suo grande amore per gli immensi spazi d’acqua che circondano la Terra e che inquinamento, cambiamento climatico, sfruttamento dell’uomo stanno completamente travolgendo. Bianco ha fatto della sua passione un lavoro, sempre più rivolto a trovare soluzioni contro i danni e l’impegno per la salvaguardia degli ecosistemi marini la porta spesso anche in tv, come inviata della trasmissione Kilimangiaro.

Per approfondire :  worldrise.org  e 30×30.it 

Quali sono le minacce più incombenti per gli oceani e perché siamo in questa situazione?

Intanto abbiamo sempre considerato l’oceano vasto e infinito nella capacità di soddisfare i nostri bisogni e anche immune all’azione umana. Sbagliato, perché siamo addirittura riusciti a cambiarne la composizione chimico fisica, stiamo parlando di una massa che occupa il 71% del nostro pianeta. Poi in conseguenza dei cambiamenti climatici, l’oceano sta diventando più caldo, più acido e privo di ossigeno. Si aggiunge il problema dell’inquinamento, dalla plastica all’inquinamento di tipo organico, e la perdita di biodiversità, con pesca e sovrapesca. Un quadro drammatico di cui dobbiamo prendere consapevolezza. Ma siamo ancora in tempo per cambiare rotta.

Che cosa dobbiamo fare?

La notizia positiva è che la natura ha una capacità rigenerativa straordinaria. Ma deve avere gli ‘spazi’ per poterlo fare. La comunità internazionale e scientifica è stata chiara : se vogliamo mantenere la funzionalità e la produttività degli oceani dobbiamo proteggerne almeno il 30% entro il 2030. L’ Europa ha inserito questo target nella sua strategia per la tutela della biodiversità. Dobbiamo farlo anche a livello globale, pensando a come una comunità può proteggere l’alto mare, che occupa il 50% del nostro pianeta e a oggi è terra di nessuno. Uno strumento concreto sono le aree marine protette.

Ciascuno individualmente che può fare? 

Intanto rendersi conto che le sue azioni hanno un impatto, positivo o negativo. Io credo molto e sostengo l’importanza dell’azione individuale. La rivoluzione culturale di cui il pianeta ha bisogno deve partire propri dai singoli individui. Riguarda il nostro stile di vita. Ciascuno di noi deve capire dove ha più impatto col suo stile di vita : dai trasporti, all’alimentazione. Un modo per farlo è con il Footprint Calculator, il calcolatore dell’impronta ambientale che ti fa il profilo e ti fa capire dove puoi agire e come. Un ambito è il cibo. La stagionalità è importante e bisogna prediligere prodotti locali, questo consente di risparmiare sulle emissioni. C’è anche una stagionalità del pesce. Non occorre mangiare solo tonno, pesce spada, salmone. Riscopriamo il pesce povero, che a livello nutritivo è eccezionale. E informiamoci sulla provenienza del pesce che mangiamo. Un capitolo importante è lo spreco alimentare. I dati sono che per 100 euro di spesa 30 li buttiamo nel cestino. Lo spreco di cibo è responsabile di una bella fetta di tutte le emissioni nocive. La soluzione è informarsi e creare un percorso personale per modificare il proprio stile di vita.

A proposito delle aree marine, cosa sono e perché sono uno strumento utile? 

Le aree marine protette sono l’equivalente dei parchi nazionali. Aree di mare che vengono protette per tutelarne la biodiversità e salvaguardarla in un’ottica di sviluppo sostenibile. Quindi vengono consentite delle attività che sono regolamentate in modo che le risorse a disposizione oggi siano disponibili per le generazioni future. Noi oggi trattiamo l’oceano come un conto corrente da cui preleviamo senza mai versare un centesimo. Le aree marine protette sono il nostro libretto di risparmio. Per dare al mare la possibilità di riacquisire quell’equilibrio che serve per reagire ai cambiamenti climatici. E se ben gestite le aree sono volano di sviluppo economico e sociale per le popolazioni locali perché si crea un’economia anche legata ad un turismo ecologico, persone appassionate che vengono a vedere la natura. Lo studio fatto sull’area di Port-Cros in Francia, nel Mediterraneo ha dimostrato che per ogni euro investito ne sono stati generati 92 per la comunità locali.

Poi c’è il problema della plastica. Parliamone.

Il problema non è la plastica in se ma l’uso irresponsabile che ne facciamo. Un materiale destinato a durare un migliaio di anni, che utilizziamo come se fosse usa e getta. L’80% della plastica che finisce in mare viene da fonti terrestri, ogni anno finiscono in mare 8 milioni di tonnellate di plastica. La plastica non si biodegrada e sotto l’azione del sole si frantuma in pezzettini che diventano cibo per i pesci, entrando così  nella catena alimentare. Inoltre affonda in mare e non c’è modo di recuperarla.

Un esempio positivo di azione che funziona?

Il Global Fishing Watch, una partnership tra Google, SkyTruth e Oceana. Quindi una ‘unione’ tra un’azienda che fa satelliti, un ente no profit e una multinazionale. E’ una piattaforma che monitora ciò che accade in mare e l’attività dei pescherecci, in modo da seguire l’attività della pesca a livello globale, attraverso satelliti. Per cui posso immediatamente vedere se una barca è entrata e sta pescando in un’area marina protetta. L’impegno per soluzioni concrete a problemi concreti.

Hai fondato la onluns Worldrise per passare all’azione, ce ne parli?

Ci occupiamo di salvaguardia dell’ambiente marino con progetti di sensibilizzazione che promuovono il cambiamento individuale, la valorizzazione dell’ambiente e la riconnessione alla natura. Anche questa è una grande sfida perché siamo sempre più disconnessi dalla natura. Invece dobbiamo recuperare la consapevolezza che siamo parte di un sistema complesso. I progetti variano dalle aree protette alla sensibilizzazione per la plastica in mare, dal turismo responsabile all’educazione dei bambini, coinvolgendo giovani studenti e neo laureati in modo che possano colmare quella lacuna che c’è tra preparazione teorica e pratica professionale. Informiamo e formiamo i futuri custodi del patrimonio naturalistico del mediterraneo. E abbiamo lanciato il progetto ‘30×30’, per salvaguardare almeno il 30% dei mari italiani entro il 2030 proprio attraverso le aree marine protette.