GREEN-PASS, MISURE SANITARIE E OBBLIGHI LAVORATIVI

Il 47 per cento degli italiani lo hanno già mentre il 20 per cento se lo sta procurando. Resiste ancora il 21 per cento. Il datore di lavoro potrà impedire ai lavoratori sprovvisti di certificazione verde di lavorare? Verrà imposto un obbligo vaccinale per i dipendenti?

APPROFONDIMENTO
Enrico Presilla
GREEN-PASS, MISURE SANITARIE E OBBLIGHI LAVORATIVI

Il 47 per cento degli italiani lo hanno già mentre il 20 per cento se lo sta procurando. Resiste ancora il 21 per cento. Il datore di lavoro potrà impedire ai lavoratori sprovvisti di certificazione verde di lavorare? Verrà imposto un obbligo vaccinale per i dipendenti?

Non convince tutti, ma in pochi si sottraggono. Il green pass, il certificato verde vaccinale che da questo fine settimana sarà obbligatorio esibire per entrare in ristoranti e bar al chiuso, palestre, ma anche per spettacoli all’aperto, centri termali, piscine, fiere, congressi e concorsi. Non servirà per chiese e luoghi di culto dove si officiano riti religiosi, e ovviamente divide l’opinione pubblica italiana.

Secondo un sondaggio di Confesercenti in pochi rinunciano: il 47% degli italiani già si è procurato il green pass, mentre il 20% segnala di aver iniziato l’iter per ottenerlo. Rimane, però, un 21% che resiste all’idea dell’obbligo di certificato vaccinale e dichiara di non volerlo ottenere. L’introduzione dell’obbligo, come anticipato, ha spaccato gli italiani quasi a metà. Gli imprenditori sono i più pessimisti: il 46% teme che l’introduzione dell’obbligo avrà un effetto negativo, con aumento dei costi a carico dell’impresa e riduzione dei fatturati; mentre solo il 29% spera in un effetto positivo. Ma c’è un altro aspetto che può avere delle ripercussioni negli ambienti di lavoro perché su green-pass, obblighi vaccinali, sospensione della retribuzione e licenziamenti si registrano interventi di imprenditori, giuslavoristi, sindacalisti, fino ad arrivare ai primi pronunciamenti del Garante Privacy e del Tribunale di Modena sul finire del mese scorso.

Da questa settimana, come detto, scatterà l’obbligo di esibire il green-pass per fruire di alcune attività e avere accesso a una serie di servizi. Il datore di lavoro potrà impedire ai lavoratori sprovvisti di certificazione verde di lavorare? Verrà imposto un obbligo vaccinale per i dipendenti? Allo stato attuale tale obbligo è previsto dalla normativa solo per gli esercenti le professioni sanitarie e per gli operatori di interesse sanitario. A oggi manca una risposta univoca, chiara ed esaustiva ai precedenti interrogativi. Per proporre soluzioni adeguate bisognerà valutare la compatibilità del green-pass con le regole che presidiano l’ambito lavorativo e tener conto dei paletti posti dalla normativa riguardante la privacy dei dipendenti. Sappiamo infatti che lo Statuto dei lavoratori permette al datore di lavoro di svolgere indagini solo per ciò che riguarda l’attitudine professionale del lavoratore e il Testo unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro individua il medico competente come unico soggetto deputato a trattare i dati sanitari dei lavoratori dipendenti. E in ogni caso, prima dell’eventuale sospensione del rapporto di lavoro (per ora sono escluse sanzioni disciplinari di qualsiasi tipo), occorrerà determinare se esistono profili lavorativi equivalenti in altri ambiti aziendali.

Da qualunque prospettiva la si inquadri, si tratta di una situazione estremamente delicata che necessita di una norma di rango primario di portata nazionale, per schivare soluzioni fai-da-te e fughe in solitario che alimentano solo caos e contenzioso. Andrebbero poi evitate dicotomie e superate semplificazioni tipiche di una rappresentazione della realtà con categorie del secolo scorso: entrambe le parti del rapporto di lavoro hanno tutto l’interesse a evitare blocchi e sospensioni, se il lavoro si ferma è un problema per tutti. L’ideale sarebbe abbandonare la logica degli interessi contrapposti e trovare alternative in grado di venire incontro alle diverse esigenze, tenendo conto che nel nostro ordinamento il bene primario da tutelare in ambito lavorativo non è il profitto, ma il lavoratore.

Ecco perché occorre percorrere nuove strade che contemperino misure sanitarie e diritti-doveri lavorativi, evitando cortocircuiti che come unica conseguenza producono un black-out generalizzato che non giova a nessuno. A ben vedere non si tratta di aggiungere nulla, ma di sottrarre qualcosa per tornare alle origini del diritto del lavoro, come sosteneva il giurista Francesco Santoro- Passarelli: “Se tutti gli altri contratti riguardano l’avere delle parti, il contratto di lavoro riguarda ancora l’avere per l’imprenditore, ma per il lavoratore riguarda e garantisce l’essere, il bene che è condizione dell’avere e di ogni altro bene”.