I “CAMINI DELLE FATE” INCANTANO LE MONTAGNE. LA NATURA STUPISCE

Formazioni rocciose di oltre 150.000 anni fa popolano gli altopiani intorno al Lago d’Iseo. Cappelli improbabili e colonne alte trenta metri, la magia di terra e acqua colpisce ancora.

AMBIENTE
Francesca Tomassini
I “CAMINI DELLE FATE” INCANTANO LE MONTAGNE. LA NATURA STUPISCE

Formazioni rocciose di oltre 150.000 anni fa popolano gli altopiani intorno al Lago d’Iseo. Cappelli improbabili e colonne alte trenta metri, la magia di terra e acqua colpisce ancora.

C’è aria di fata fra le montagne del lago d’Iseo, lassù, dove acqua e terra da sempre parlano la lingua della magia, regalando a chiunque si avventuri per quei sentieri emozioni uniche e spettacoli mozzafiato. Fusti di roccia alti oltre trenta metri con una base di otto, spesso coperti da un cappello dello stesso materiale che si allarga fino ai quattro, si ergono solitari sull’altopiano di Cislano dando vita ad uno spettacolo sempre nuovo. Un incantesimo iniziato oltre 150mila anni fa che rende questi giganti di pietra protagonisti di un paesaggio mutevole e al tempo stesso fantastico.

Sono i Camini delle fate, o geograficamente parlando, le Piramidi di Zone. La storia di queste rocce si perde nella notte dei tempi, oltre 150 mila anni fa, al tempo della glaciazione del Riss, la terza del Pleistocene, quando, su una lingua laterale del ghiacciaio camuno si formò deposito morenico che ostruì la testata della valle impedendo il normale deflusso dei torrenti. Nel tempo i corsi d’acqua continuarono a trasportare detriti fino a formare l’Altipiano di Zone Cislano. Successivamente l’acqua piovana e i ruscelli che scendevano dalla montagna, iniziarono ad erodere la diga morenica e a scavare profondi solchi da cui ha avuto origine la creazione delle attuali “colonne”.

Fusti di varie forme e dimensioni, il più imponente raggiunge un’altezza di circa 30 metri per un diametro di 8 e sulla sommità presenta un masso dal diametro di 4 metri che impressionano i viandanti con la loro imponenza e gli infiniti giochi di colore. Dal violaceo delle rocce al verde della boscaglia a quello smeraldo del pianoro fino ad arrivare laggiù, sullo sfondo dove il bianco delle cime calcaree incornicia uno spettacolo senza eguali. Secondo la credenza popolare, i massi sulla loro sommità furono posati da divinità celesti ma le ricerche condotte sui materiali sostengono che il tutto sia il risultato della forza erosiva dell’acqua dilavante, unita al potere corrosivo dell’acido carbonico. Ovvero una reazione chimica tra l’acqua meteorica e i detriti morenici depositati durante le glaciazioni, oppure i depositi di lava e derivati, come il tufo. Alcuni massi, generalmente di porfido, col loro peso e grazie ad uno strato costituito da prevalentemente da limo, hanno reso il terreno sottostante più compatto e protetto dall’erosione della pioggia, formando negli anni questo singolare cappello sostenuto da alti piloni.

Parenti dei più famosi e conosciuti “Camini” che popolano il Colorado e la Cappadocia, quelli nostrani sono sparpagliati lungo la Penisola. Oltre a quelli di Zone, posti alle pendici del monte Pura, se ne trovano altri a Postalesio, in Provincia di Sondrio. Situati all’interno di una riserva naturale protetta istituita nel 1984, il loro nome dialettale è “pilùn”, cioè pilastri, colonne, perché, effettivamente, per la loro forma alta e slanciata richiamano maggiormente l’idea di un pilastro, o, anche, a seconda della consistenza, di una guglia o di una torre. Ce ne sono di tutte le dimensioni: le più modeste sono alte circa 3 metri, le più alte circa 12.

Sebbene gli studi confermino un processo di formazione analogo a quello dei vicini bresciani, anche in questo caso nella fantasia popolare la loro origine è attribuita ad arcani sortilegi. Principi e principesse, dame e cavalieri, stregoni e folletti sarebbero caduti vittime di incantesimi che li avrebbero pietrificati, trasformandoli in minerali. Se intorno al lago di Iseo si parla di “piramidi”, andando verso Cuneo si incontrano i “Ciciu” del Villar. Pupazzi, per via della loro forma, che hanno avuto origine circa 12.000 anni fa dopo l’ultima glaciazione di origine fluviale. La tradizione vuole che San Costanzo, santo patrono di Villar, fosse in origine un soldato romano appartenente alla Legione Tebea.

A seguito della sua conversione al Cristianesimo e della successiva opera di evangelizzazione, fu costretto a fuggire nei boschi, inseguito dai soldati romani. Giunto alla Costa Pragamonti si voltò verso di essi e lanciò una maledizione: “O empi incorreggibili, o tristi dal cuore di pietra! In nome del Dio vero vi maledico. Siate pietre anche voi!” E immediatamente un centinaio dei suoi inseguitori, vennero trasformati in pietra, Ciciu.