I GHIACCIAI DELL’EVEREST CONTRO IL CLIMA CHE CAMBIA

Un laboratorio italiano ha scoperto come l’Himalaya si difende dal riscaldamento climatico.

AMBIENTE
Andrea Maddalosso
I GHIACCIAI DELL’EVEREST CONTRO IL CLIMA CHE CAMBIA

Un laboratorio italiano ha scoperto come l’Himalaya si difende dal riscaldamento climatico.

Si chiama Ev-K2-CNR, il laboratorio/osservatorio italiano, dalla forma piramidale e in uso da tutta la comunità internazionale.

Situato in uno dei luoghi più remoti della terra, nella tanto meravigliosa quanto oscura valle del Khumbu, ai piedi dell’imponente catena montuosa dell’Himalaya esattamente a 5050 m.s.l.m. nel versante nepalese, sotto la punta più estrema della terra in altezza, la vetta del Monte Everest che secondo le misurazioni del governo tibetano e nepalese raggiunge un’altezza di 8848 m.s.l.m.

L’osservatorio funge da avamposto nelle misurazioni dei cambiamenti climatici, ambientali, geologici e geofisici, nonché per lo studio dei fenomeni sismici.

La particolare forma a Piramide col suo rivestimento a specchio non è casuale, richiama le fattezze dell’ambiente circostante che come è ben noto è costeggiato da una distesa di vette che assieme formano il parco naturale più alto di tutto il pianeta, gli specchi da cui è formata la struttura piramidale le permettono inoltre di integrarsi perfettamente con tutto quanto il paesaggio che lo circonda e di respingere l’eccesso di energia solare che si concentrerebbe all’interno della struttura nelle giornate di sole intenso.

Di fronte al riscaldamento globale questo luogo dimostra al contrario tutta la sua particolare condizione di essere uno dei siti più freddi della terra, questa condizione unica nel pianeta rende infatti il parco, protagonista di un fenomeno contro-intuitivo quasi irrazionale verrebbe da dire rispetto a quanto dovrebbe avvenire in condizioni normali.

Nell’area, gli effetti prodotti dall’aumento delle temperature generano un ribaltamento delle condizioni metereologiche.

Il crescente aumento delle temperature ha portato i ghiacciai di questa zona, a raffreddare sempre di più l’aria, invece che scioglierne i ghiacci, una volta che questa entra a contatto con la superficie, creando appunto un effetto di “mitigazione delle temperature”.

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Franco Salerno ricercatore dell’ISP che ha collaborato allo studio insieme a Nicolas Guyennon dell’IRSA E Francesca Pellicciotti dell’ISTA, spiega Infatti che: “l’effetto è lo stesso che avviene nei laghi quando, con il calore che causa l’evaporazione dell’acqua l’aria della zona circostante tende a raffreddarsi invece di aumentarne le temperature”, e continua “così per i ghiacciai in siti freddi come l’Himalaya, in un contesto di riscaldamento globale aumenta si l’acqua fusa ma anche il freddo prodotto dal ghiacciaio, tanto da propagarne l’effetto persino a valle”.

A questo proposito, Nicolas Guyennon sostiene che: “il fatto di percepire temperature più fredde nelle valli circostanti ci deve mettere in guardia su quanto quest’ultime sono più un indicatore di una crisi climatica, cioè una reazione, piuttosto che un motivo di sicurezza sulla stabilità dei ghiacci”.

Questo fenomeno che coinvolge l’intera catena himalayana fa si che vengano aperte nuove prospettive per la ricerca, nel tentativo di trovare soluzioni sempre più concrete finalizzate all’incontro di un punto di svolta nel dibattito sul cambiamento climatico.

Gli esperti concludono che, sulla scorta dei dati raccolti, e considerando il fatto che difficilmente ci saranno zone che possano eguagliare la massa di ghiaccio presente nella catena himalayana, questo fenomeno possa avvenire anche in altre parti del mondo con simili caratteristiche.

Occorre dunque valutare quali siano le condizioni che favoriscono questo evento climatico, e non si esclude la possibilità che il fenomeno possa essere riprodotto con l’aiuto della tecnologia per contrastare il riscaldamento climatico estendendolo in quegli angoli del mondo dove ci sarà più bisogno di replicare questo prodigio della natura.