PORPORA, IL COLORE DELLA MORTE

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

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Stefano Grifoni
PORPORA, IL COLORE DELLA MORTE

I racconti del prof. Stefano Grifoni: ogni riferimento a fatti e personaggi non è puramente casuale.

Luca guardò il soffitto della sua cameretta. Pensò che non aveva mai osservato quella vecchia lampada che scendeva dall’alto al centro della stanza. Gli sembrò di vedere molti uccelli colorati che passavano di li e che alcuni si appollaiavano sui bracci del lampadario. Sembravano dirgli: “Che fai? La libertà è bella, vola con noi”. Luca provò ad alzarsi dalla poltrona ma non ce la fece. Si sentiva confuso e stanchissimo. Cominciò a sentire delle voci lontane alle quali aveva deciso di non rispondere. Voleva punire tutti con la sua estraneità e la sua assenza al presente. Quando l’ambulanza arrivò al pronto soccorso Luca era in coma e non rispondeva più. Andrea l’amico che lo accompagnava e che lo aveva soccorso disse: “Ha sempre pensato che non contasse niente, la mamma presa da mille problemi, il padre morto e lui che per sentirsi meno solo cercava lo sballo con noi.

Siamo tutti avviliti dalla vita, tutti annoiati e arrabbiati”. “Mi dispiace” dissi “Siete così giovani ma Luca cosa ha fatto? Si è drogato?” Mentre il dottore rivolgeva queste domande ad Andrea, arrivò la mamma di Luca piangendo. Non riusciva a capire e a darsi pace. “Signora, dissi Luca è in coma, forse ha assunto un quantitativo di sostanze troppo alto. Penso che abbia smesso di respirare e che poi con il soccorso del suo amico, il cuore abbia ripreso a battere ma troppo tardi per la circolazione del cervello. Speriamo che qualcuno ci dica quale sostanza ha assunto”. Andrea era l’unico che lo poteva sapere ma inizialmente non parlava poi…“Abbiamo bevuto dell’alcool e fatto la solita miscela” “ Che miscela? chiesi “quella di sempre, quella dei trapper.” “I trapper?” Chi sono i trapper? Andrea mi rispose: “Anni fa con Luca andavamo nei palazzi abbandonati dove trovavamo i pusher e dove ragazzi giovanissimi come noi compravano roba per farsi di crack, eroina e altro. La miscela che abbiamo usato oggi è ancora peggio” “Quali sostanze avete usato? Fai presto a dirmelo altrimenti non ci sono possibilità di salvare Luca sempre che sia possibile”.

“…. È una sostanza che si chiama Purple Drank di colore porpora e contiene uno sciroppo con codeina, sa quella che si usa contro la tosse mescolata ad uno sciroppo di prometazina, un antistaminico, e altre sostanze come oppioidi o benzodiazepine. Stasera abbiamo usato benzodiazepine in abbondanza. “Ma cosa provoca questa miscela porpora?” “È un allucinogeno e dà uno stato confusionale”. Dopo averla bevuta Luca era sereno diceva che vedeva cavalli alati, fiori dai colori stupendi profumatissimi, poi ad un certo punto ha cominciato ad agitarsi. Ha avuto delle scosse in tutto il corpo e poi era come paralizzato. Mi sono impressionato e volevo lasciarlo da solo. Luca ad un certo punto ha smesso di respirare, ho cercato di rianimarlo ma lui non riprendeva. Quando è arrivato il medico del 118 per farlo respirare lo ha intubato e portato al pronto soccorso”. “Signora” chiesi rivolto alla madre, “lei sapeva che suo figlio era un tossicodipendente? Era già venuto in questo pronto soccorso sempre per lo stesso problema pochi giorni fa”. “Sì, mi immaginavo visto il suo spirito ribelle, la vita che conduceva e le compagnie che frequentava … sapevo che faceva uso di sostanze stupefacenti.” “Lo sapeva… non ha provato a farlo ragionare?” “Non era possibile mi creda era una persona come ce ne sono tante oggi tra i giovanissimi: stranulata, strafottente avvolte assente e apatica.

I figli fanno scelte sbagliate. Cosa avrei dovuto fare? Forse avrei dovuto denunciarlo. Le cose sono andate peggiorando. Gli errori crescono con i nostri figli. L’adolescenza è la fase più difficile da affrontare per noi genitori. La vita per loro che fanno uso di droga non ha colori ma si può tingere di nero”. Luca fu sottoposto ad una Tac cerebrale ed a un esame di risonanza magnetica del cervello. “Signora, dissi, Luca non si risveglierà”. “No dottore – disse la madre – io ci spero lo stesso, voglio avere il tempo di spiegare a Luca che ho cercato di capire ma non ci sono riuscita… difficile quando si assiste al suicidio del proprio figlio giorno dopo giorno. Rimango qui accanto a lui perché Luca sa che sono qui e quanto bene gli ho sempre voluto. Quando era piccolo e cadeva lo aiutavo a rialzarsi”. Prese la mano di Luca e se la portò vicino alle labbra e poi lo abbracciò singhiozzando. Le sue lacrime lavarono il volto di Luca ancora bambino. Era diventato un angelo.

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