I racconti sotto l’ombrellone, Buca delle Fate

La biofilia ipotizza un legame genetico tra uomo e natura. La Buca delle Fate mostra che la teoria è giusta

Lavoriamo undici mesi e due settimane l’anno, meno giorni sparsi. A ritmi, sveglie e orari in festivo che ci tolgono energia per le cose davvero importanti a casa, il tempo e il tempo da perdere. In questo modo finisce per spiacerci anche il lavoro che ci piace. Mentre la ripetitività dell’impiego moderno rende lente le ore sul momento e rapidi i mesi o gli anni, quando guardiamo indietro e pensiamo inevitabilmente a quello che non abbiamo fatto e avremmo voluto fare.

Così abbiamo inventato le ferie. Dove lasciamo uno stipendio per rendere sopportabile il resto. Infatti, in vacanza, le giornate perdono il ciclo ripetitivo, con stimoli e piccole scoperte. Scorrevoli tutti i momenti e senso di averne fatte tante e poi tante già al tramonto. In questo, la natura è insuperabile. E il mare te la sbatte proprio in faccia, la natura.

Oggi, mezz’ora e più di cammino, lungo un sentiero nella macchia mediterranea. Tra i ginepri vivono sono cinghiali, serpenti, tombe etrusche lasciate al proprio destino ed è pieno di farfalline cinerine che svolazzano. Poi la macchia apre sulla scogliera alta. Onde frangenti, la vista è da vertigini, fotografie e occorre scendere piano. Alla ricerca di uno scoglio abbastanza largo e pianeggiante. Il mare ricorda le isole per bellezza. Ma siamo sul continente. Appena ci fermiamo un attimo, i granchi rimettono il muso fuori dai loro anfratti. Basta una crosta di pizza rossa in acqua e branchi di piccoli muggini si avventano furiosi, anche a mezzo metro da riva.

In questi giorni, c’è il mio amico che abita lontano. Con le vite siamo già aggiornati. E, come ogni anno, giunge il momento di infastidirlo con la perfida Albione. Lui ondeggia, stare là non è come stare qua, organizzare uscite in compagnia è più difficile, da tutte le parti ci sono rompicoglioni, con la brexit è peggio. Ma qua il mio lavoro non c’è, qua non c’è verso di fare nulla, tornare non ha senso. Sembra che quando è là, voglia tornare qua. E quando è qua, voglia tornare là.

Comunque, la Buca delle Fate è uno dei luoghi migliori della zona per cercare i pesci. Prima di immergersi occorre superare un tratto di fondale basso e qualche riccio. In questa prima acqua ci sono bavose, donzelle pavonine, tordi. E lo sciarrano, un predatore striato, piccolo, combattivo. Gli appassionati di apnea assicurano che gli sciarrani amino sostare nei pressi delle tane dei polpi o che seguano i cefalopodi nei loro spostamenti, con la speranza di raccogliere gli avanzi della caccia. Provo a osservare gli sciarrani senza spaventarli. Ma i polpi devono starsene ben nascosti. Come sempre.

Più a largo anche esemplari grandi, saraghi maggiori e fasciati, occhiate, orate. L’incontro spettacolare con i pesci gregari, veramente tantissimi da trovarcisi in mezzo. Le castagnole punteggiano di rosso il blù marino e nuotano lente, giusto l’indispensabile per non lasciarsi avvicinare troppo. A mezz’acqua, piccoli pesci argentei viaggiano in banco allungato. Credo siano sardine, inseguirle non vale a raggiungerle e nessuna perde la formazione. I sensi dei predatori sono molto più efficaci quando orientano la caccia verso prede isolate. Le aguglie dal becco appuntito sono più rare da incontrare ma oggi ci sono. Argentee, allungate, serpentine sfrecciano in superficie.

Torniamo a riva stanchi. I miei amici hanno visto un bel gruppo di giovani barracuda. Il nome suona esotico ma ci sono anche specie mediterranee. Rientro e nuoto verso lo specchio d’acqua indicato. I barracuda sono ancora lì. La prima volta che riesco ad ammirarli. Infine tutti stanchi, stesi fuori.

Vicino all’acqua, ricordo ancora i pezzi di cuore donati male. Ma lì va bene così. Anche se fa tanto caldo o proprio perché fa un caldo sano, lì va bene così. Il grande biologo Edward Wilson ha avanzato l’ipotesi della biofilia. La nostra propensione a osservare gli animali, la nostra predilezione verso paesaggi pianeggianti erbosi, con qualche boschetto, qualche collina e qualche linea d’acqua potrebbe rappresentare un tratto innato, genetico della specie. Evidente come i nostri antenati lontani dovessero cercare un territorio favorevole, prestando attenzione a prede o predatori. Nonché di come l’ambiente naturale della nostra adattabile specie sia la savana ancestrale. La psicologia è stata in grado di verificare sperimentalmente i benefici che l’ambiente naturale può donarci.

Io sono fermamente convinto che la teoria della biofilia sia giusta. Tanto più che verso sera, risalire per la scogliera e per il sentiero ripido nella macchia non pesa. Casomai, il problema è riguardare il mare arrossato, da lassù. E mi domando per quali stelle, sia possibile nascere lontano dal mare.

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