I racconti sotto l’ombrellone, Firenze
I veri racconti dell’estate cominciano in città calde. Perché il mare è uno stato mentale
Racconti sotto l’ombrellone ancora no. Quelli dovranno attendere la stagione bassa. Agosto scivola tra i mesi migliori per viaggiare dalla periferia al Centro Storico. Attraverso sere senza traffico, parcheggio “gratuito” facile e polizia municipale in ferie. Certo, resta da fare attenzione al nuovo scudo verde, terrore degli stranieri che si imbattono e inchiodano sulle alte porte tecnologiche, senza modo d’immaginare come queste riguardino – per ora – esclusivamente irrintracciabili macchine Euro Zero, Euro Uno e forse anche disel Euro Due. E vallo a spiegare al giapponese che blocca il traffico con l’auto elettrica noleggiata che lui può passare senza telefonare in agenzia e che la multa immaginaria lo raggiungerebbe solo nell’arcipelago, dove “potrebbe” perfino non pagarla. Oltre, ma stavolta con serie attenzioni, rimane soltanto la Ztl vera. Quindi l’Area Pedonale.

In periferia, il nostro pub preferito ha chiuso. Era specializzato in birre artigianali di qualità e nel mondo fatato dei microbirrifici italiani. Il nuovo regolamento comunale, buono e giusto nell’area che l’Unesco riconosce quale Patrimonio Mondiale dell’Umanità, impone parametri tecnici nuovi. Forse con il desiderio pio di limitare la baraccopoli post-pandemicia. E quindi per i dehor: vetro, pietra serena, legno, pali dei tendaggi da ridipingere o riacquistare nell’elegante colore testa di moro. E i dehor costano. E senza dehor non si lavora. Almeno per sei mesi l’anno. specialmente se l’interno è piccolo. Così andiamo in centro noi.
Firenze sorge lungo l’Arno, in buca. Se gli etruschi scelsero la collina di Fiesole per la città antica, dovettero scorgere buoni motivi. Infatti, passate le dieci e mezza di sera, il caldo ostina a rimanere, l’aria è umida e manca quel filo di vento. Mura antiche o nuove, sono tiepide e irradiano vie strette. Se vogliamo comprendere il fenomeno dell’isola di calore urbana basta toccare una pietra. Tanto più che nei decenni, l’area metropolitana ha coperto la terra fertile fino a raggiungere Prato. Senza soluzione di continuità.

Almeno la città è allegra. Bello passeggiare. Un amico non frequenta da un po’ e nota con fastidio lo schema ripetitivo della liberalizzazione delle licenze, delle distanze tra gli esercizi, e degli studi di settore: negozio di pelle “fiorentina” aperto a mezza notte con personale dai lineamenti dell’Asia Centrale, ristorante di cucina tipica fiorentina (fiorentina?), negozio di souvenir aperto, Cocktail Bar disco brillantinoso con musica pop e listino prezzi internazionali, negozio di alta moda chiuso con vetrina illuminata. Mentre i dehor continuano a invadere le piazze storiche.
Andiamo verso il pub. La birra artigianale è anche in centro centro. L’ultimo tratto è occasione di riprendere i giochi da studente, come scusa per raccontare qualche storia al mio amico. Avvicino un portone per contare “Innocenti”, “Degli Innocenti”, “Nocentini” e varianti. Per secoli, l’Ospedale degli Innocenti ha allevato gli orfanelli della città mercantile, rinascimentale ma pur sempre anche cristiana, originando la più diffusa onomastica dei cognomi. Segno di lontana origine urbana e qualche antenato tra quei ragazzetti di strada che seguirono Gerolamo Savonarola con violenta fede nella sua predica. La delusione ha nome di campanelli, società srl, studi di professionisti, bed and breakfast.
Da tempo, il Comune perde circa mille residenti ogni anno. Io non riesco a trovare un “Innocenti”. E alla fine, anche il pub è chiuso. Un locale “simile” poco lontano aveva protratto una settimana di discussioni sull’interpretazione di Maps. Tuttavia la sua spina ha le solite quattro birre industriali, filtrate, pastorizzate, stragassate. Sapori persi, in cambio di lunga conservazione e standardizzazione.

Torniamo indietro verso il pub più affollato. Uno dei pochi a mantenere la birra buona. Giovani studenti fuori sede e fiorentini. Vicino, dall’altra parte della strada, un negozio di articoli per la casa e mesticheria vecchio stile, espone un cartello. Dopo venticinque anni di lavoro continuato, vanno un mese in ferie.
Finalmente hanno smesso di fare gli originali. Nel rispetto dell’antica tradizione che sconvolge trasferiti e fuorisede. Perché i bottegai fiorentini, proprietari del fondo da sette generazioni, d’estate chiudono almeno un mese. Pace per i soldi e per chi può avere bisogno di loro. Un mese al mare o a Vallombrosa, al fresco.
Intanto, niente dehor testa di moro. La via non è larga. Stiamo seduti sul marciapiede con la birra artigianale. Come i giovani. Nonostante l’età, non più vecchia scuola, non ancora digitale. In centro avrei voluto viverci tra i venti e i trentacinque anni. Ma già allora non avrei potuto pagare l’affitto. Nonostante mi abbiano fatto chiudere il pub. Oggi lavoro nel turismo di massa, in un luogo affollatissimo. Sono sempre gli altri a gentrificare. E nonostante i soliti discorsi adoro la passeggiata in centro. E parliamo del mare. Del mare a settembre. Di spiagge, ristoranti e passatempo da scegliere. Lungo gli stessi cinque chilometri di costa dell’anno scorso. Una tradizione da vecchia scuola.

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