IL 25NOV DEV’ESSERE TUTTI I GIORNI (2)

La violenza di genere che si vede, la punta dell’iceberg che fuoriesce dall’acqua, quella che ricerchiamo in modo morboso.

APPROFONDIMENTO
Emma Meo
IL 25NOV DEV’ESSERE TUTTI I GIORNI (2)

La violenza di genere che si vede, la punta dell’iceberg che fuoriesce dall’acqua, quella che ricerchiamo in modo morboso.

Avete mai riflettuto su quello che ci serve per credere ad una donna che racconta o denuncia una violenza? Ci bastano, forse, le sue parole?

Ci basta indurla a spettacolarizzare la violenza che ha subito, la sofferenza che ha provato e che ancora prova? No. Siamo assetati e assetate, come persone disperse nel deserto, di quelle gocce d’acqua, di quei dettagli, che ci forniscono abbastanza coraggio per fare qualcosa che ci spaventa molto: prendere posizione.

iceberg

La violenza che si vede

I reati e i soprusi che stanno all’apice della piramide della violenza, come detto nel precedente articolo, sono le forme più esplicite, tra le quali possiamo annoverare lo stalking – il comportamento persecutorio di un individuo nei confronti di un altro che, nonostante i rifiuti, viene bombardato da messaggi, chiamate, appostamenti sotto casa e minacce –, l’aggressione fisica, le violenze sessuali – ovvero contatti fisici non richiesti e non voluti: palpeggiamenti, l’uso del corpo altrui per toccare il proprio, violazione degli accordi stabiliti precedentemente ad un rapporto sessuale, come sfilarsi il preservativo di nascosto, la penetrazione – e il femminicidio, un termine con il quale si vuole indicare l’uccisione di una donna in quanto tale, cioè il non rispettare le decisioni che la stessa opera per quanto riguarda la sua persona – che sia chiudere una relazione, scegliere il proprio o la propria partner, i vestiti, le amicizie, il lavoro e tutto quello che è garantito ad un soggetto, ad un essere umano, di poter scegliere per sé.

Questa parola è ancora divisiva e controversa, semplicemente perché dei concetti non sono chiari: la donna nella società patriarcale è vista come un oggetto, non come un soggetto, i cui diritti non sono visti come parte integrante del suo essere viva, ma come una concessione da parte di coloro che hanno scelto le regole del gioco, da parte di coloro che sono l’unità di misura della nostra società, gli uomini. I fattori che entrano in gioco sono, però, molteplici e non si può parlare della disuguaglianza di genere senza includere quelle razziale, di classe, basata sull’orientamento sessuale o sulla disabilità fisica e/o mentale. Si parla, infatti, di privilegio maschile non per indicare la vita spensierata e priva di problemi che vivono gli uomini, ma per sottolineare la possibilità di essere, di poter esprimere preferenze senza rischiare la propria incolumità o la propria indipendenza economica. È un qualcosa che dovremmo seriamente dare per scontato ma, purtroppo, così non è: parlare di privilegio maschile è un modo per far capire, a chi ancora non lo vede, che scegliere per sé non dovrebbe essere né un lusso né una fortuna e non c’è niente di divisivo in questo – a meno che non si vedano le disuguaglianze dalla cima della catena alimentare, a meno che non si pensi che le libertà altrui possano danneggiarci.

La matrice sistemica che non vogliamo vedere

Ammettere che esiste questo tipo di logica, che Karen Warren definì “del dominio” – per definizione il privilegio spetta alla categoria migliore, lasciando ovviamente intendere la presenza di una categoria peggiore –, nella nostra cultura non è piacevole, lo si cerca di nascondere, soprattutto silenziando quelle poche voci che si espongono e che vogliono usare la propria storia per dimostrare che nessuno e nessuna di noi può esimersi dal rivedersi, dal guardarsi allo specchio. Accettiamo solo quello che ci rassicura, che ci permette di rimanere immobili senza prendere posizione, parlare di “mostri”, di “casi isolati”. Accettiamo solo quelle storie in cui si sottolinea quanto sangue c’era, quante botte sono state “prese” (e non “date”, per cercare di mimetizzare il carnefice con lo sfondo della storia, piuttosto che vederlo come uno dei protagonisti), quanti lividi, quante ossa rotte, quante urla, quanto tentativo di divincolarsi c’è stato, perché quantificare ci permette di stabilire un valore soglia di gravità, oltre il quale dobbiamo obbligatoriamente credere alle parole della donna che abbiamo davanti, fisicamente o virtualmente. E quando questa pornografia del dolore manca che succede? Non crediamo alle vittime, che sono in realtà delle sopravvissute, alla violenza che hanno subito e alla violenza delle nostre parole, nel tentativo di scaricare su di loro la responsabilità della azioni altrui sui loro corpi e sulla loro psiche.

Un esempio lampante sono le molestie di strada, molestie verbali da parte di sconosciuti, che non lasciano ecchimosi o scie di sangue sul marciapiede e che, per questo, fatichiamo a chiamare violenza. “Sono solo complimenti”, vero?

Ed è così anche per le violenze sessuali, che non ci lasciano sempre esanimi a bordo strada, ma che il più delle volte sono perpetuate da persone che conosciamo: lo shock ci immobilizza, il nostro sistema nervoso ci congela per garantirci una maggiore possibilità di sopravvivenza, ci induce a favorire l’abuso per farlo terminare in fretta, per farci soffrire il meno possibile.

Voler sopravvivere a tutti i costi non è di certo una colpa.

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