Il DENARO NON È PANE

Prende il via un nuovo progetto di NaturaSi e Banca Etica, il prestito etico remunerato in cibo con buoni spesa.

APPROFONDIMENTO
Maria Grazia Ardito
Il DENARO NON È PANE

Prende il via un nuovo progetto di NaturaSi e Banca Etica, il prestito etico remunerato in cibo con buoni spesa.

L’allarme è partito già da un po’: l’aumento dei prezzi dei generi alimentari è evidente e ricade sensibilmente sulle tasche degli italiani, colpendo in particolare quelli più disagiati. Ma anche l’allarme inflazione spaventa, perché rosicchia il potere d’acquisto del denaro. La crisi climatica, la guerra in Ucraina, che hanno contribuito a produrre queste condizioni, non saranno risolte a breve.

C’è però chi è sceso in campo per riequilibrare, in parte, il rapporto tra cibo e denaro. NaturaSi, con Banca Etica come advisor tecnico, ha lanciato un nuovo tipo di prestito obbligazionario. La cedola sarà pagata in natura: il 3% annuo di interesse riconosciuto verrà corrisposto in alimenti biologici. Questi interessi saranno pagati in anticipo, con un buono spesa da spendere presso i propri negozi e dopo 4 anni verrà restituita la somma investita, a partire da 2.500 euro. Il prestito obbligazionario potrà essere sottoscritto presso gli uffici dell’emittente, oppure presso le filiali di Banca Etica.

L’operazione ha come obiettivo il raggiungimento di 10.000.000 milioni di euro, con i quali saranno supportati progetti di sviluppo della agricoltura bio. Ci sarà una parte anche destinata alla ricerca, alla formazione, ad incoraggiare l’ingresso dei giovani all’agricoltura biologica, oltre al rafforzamento della lotta ai cambiamenti climatici. Tutti obiettivi in linea con le strategie approvate dalla Commissione europea.

A dare l’annuncio del progetto, il presidente di NaturaSi Fabio Brescacin: «Per anni si è dato per scontato che, con i soldi, si potesse accedere facilmente al cibo presente sugli scaffali dei supermercati, senza preoccuparsi di un sistema agricolo sempre più sofferente dal punto di vista economico, per il mancato riconoscimento di un giusto prezzo e sempre più dipendente da fertilizzanti chimici costosi e, visto il contesto internazionale, meno disponibili. Un sistema produttivo – spiega – che ha provocato l’abbandono delle terre e la perdita di una vera cultura agricola, sostituita da una tecnica che non tiene conto della cura della fertilità naturale del suolo. Avremmo dovuto farlo prima ma anche oggi abbiamo la possibilità di cambiare rotta. Noi viviamo di pane, non di denaro».

A pensarci bene è vero, veniamo da un mondo in cui la trasformazione del denaro in pane è stata data per acquisita. “La fame” non è stata il problema, nell’occidente del mondo, delle generazioni post guerra mondiale, tutto sembrava bello e facile. Ma ora che i campi sono aridi, la preoccupazione torna ad avvolgere scienziati e agricoltori: la desertificazione avanza veloce.

Infatti la Fao calcola che stiamo perdendo 1,5 milioni di terra fertile l’anno,. E anche se la produttività mondiale è aumentata, la forzatura del ciclo agricolo ci costa carissima (24 miliardi di tonnellate di suolo agricolo all’anno), senza contare che un terzo del cibo annuale prodotto, viene sprecato. Occorre tornare a produrre cibo di qualità in modo più sicuro per i consumatori di oggi e di domani, ricreando quella cultura del rispetto della terra e del lavoro dell’uomo, che forse dalla seconda metà del secolo scorso a oggi abbiamo ampiamente sottovalutato.