Il design diventa autodifesa: i capi anti‑riconoscimento facciale

Una giovane ricercatrice italiana è la mente dietro il primo tessuto capace di ingannare i sistemi di computer vision

In un’epoca in cui il riconoscimento facciale e il tracciamento biometrico stanno diventando infrastrutture invisibili per la sorveglianza delle nostre città (l’Europa è impegnata a definire regole sull’uso dei dati biometrici e a introdurre sistemi come l’Entry/Exit System, per i confini Schengen), una giovane ricercatrice italiana ha trasformato un gesto quotidiano – vestirsi – in una forma di autodifesa digitale. Si chiama Rachele Didero, torinese, classe 1997, designer, imprenditrice e oggi dottoranda al Politecnico di Milano, ed è la mente dietro il primo tessuto capace di ingannare i sistemi di computer vision senza ricorrere a maschere, filtri o alterazioni del volto. Una tecnologia che nasce dalla moda, dialoga con l’ingegneria e si inserisce nel dibattito globale sui diritti digitali.

La storia di questa ricerca comincia lontano dall’Italia. Didero studia tra Milano, Barcellona, Tel Aviv e New York, ed è proprio nella metropoli statunitense che entra in contatto con i temi della sorveglianza biometrica, dei diritti civili e delle tecnologie di controllo. Qui scopre le adversarial images, immagini progettate per mandare in errore gli algoritmi di riconoscimento: pattern apparentemente innocui che, se letti da una macchina, producono classificazioni sbagliate (ad esempio scambiare un essere umano per un animale). L’intuizione è semplice e radicale: trasferire quei pattern da uno schermo a un tessuto, trasformando un concetto computazionale in un oggetto indossabile. Rientrata in Italia, Didero porta l’idea nel Knit Lab del Politecnico di Milano, dove collabora con il gruppo di ingegneria del DEIB per sviluppare un processo industriale capace di tessere immagini avversarie senza perdere efficacia.

Il risultato è l’Adverarial Knitted Textile, un tessuto a maglia che integra pattern generati da algoritmi e che, una volta indossato, confonde le telecamere: il volto della persona non viene riconosciuto oppure viene classificato come categoria errata, ad esempio “animale” invece di “persona”. Non è occultamento, ma camouflage digitale: una forma di protezione perfettamente legale che restituisce all’individuo il controllo sulla propria identità. Nel 2021, insieme al Politecnico, Didero brevetta il metodo che permette di integrare questi pattern nel tessuto mantenendone l’efficacia. Da qui nasce Cap_able, startup di fashion tech che unisce moda, ingegneria e tutela dei diritti civili. I suoi capi non sono pensati per nascondere, ma per sensibilizzare: indossarli significa dichiarare che la privacy biometrica è un diritto e che la sorveglianza automatizzata non deve essere accettata come un destino inevitabile.

Il progetto arriva in un momento cruciale per l’Europa, impegnata come detto, a definire regole sull’uso dei dati biometrici – tra i più sensibili secondo il GDPR – e a introdurre sistemi come l’Entry/Exit System, per i confini Schengen, destinati a diventare una delle più grandi infrastrutture di sorveglianza governativa. In questo scenario, il lavoro di Didero offre una risposta culturale oltre che tecnologica: dimostra che il design può diventare un linguaggio politico, capace di dialogare con le nuove forme di controllo senza subirle.

La sua ricerca non propone una fuga dalla tecnologia, ma una convivenza consapevole. Ricorda che la protezione dell’identità è un principio garantito dalle costituzioni democratiche. E che anche un capo d’abbigliamento può diventare un atto di libertà: un modo per dire che, nell’era dei dati, la scelta può essere ancora nelle mani delle persone.

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